DAVID GILMOUR: INTERVISTA A CLASSIC ROCK: IL PASSATO, IL PRESENTE, IL FUTURO


Altra interessantissima intervista a David Gilmour per il rock magazine Classic Rock, giorno dopo giorno emergono sempre più dettagli sull’album Rattle That Lock in uscita il 18 settembre, adesso sappiamo anche che ci saranno un valzer, un po’ di funk e due canzoni jazz… Ma David è stato ricco di particolari anche sui primi anni in cui è entrato a far parte dei Pink Floyd, sul modo di scrivere i testi di Polly Samson, la sua opinione su “Live at Pompeii” e molto altro, ma ecco a voi la traduzione completa dell’intervista a cura di Cymbaline – Pink Floyd Fan Club!

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DAVID GILMOUR SU CLASSIC ROCK: Il Passato, Il Presente, Il Futuro

Ritorna con un nuovo, grande, album solista e un tour, ma David Gilmour dice che i maiali dovranno volare prima di ritornare sotto il nome dei Pink Floyd. Nascosta sulla riva del fiume a Hampton c’è un’esotica casa galleggiante chiamata The Astoria. Charlie Chaplin vi trascorse una notte a bordo nel 1921 e la ricordò come “piuttosto elaborata con pannelli in mogano e camere da letto per gli ospiti. Fu illuminata con festoni e luci colorate.” Nel 1986 il suo proprietario aristocratico fu avvicinato da tre individui in maglietta e rimase sorpreso – anche se felice – quando “uno di questi strani tipi offrì di acquistarla in contanti”. A quel punto la fase successiva della vita di questa sontuosa imbarcazione cominciò con l’installazione di uno studio di registrazione. Sono tante le parole che si potrebbero legare all’attuale proprietario dell’Astoria, ma sicuramente ‘yobbo’ (bulletto, persona da poco, n.d.t.) non è una di queste. È persona distinta ed elegante, è vestito di nero da capo a piedi, ha un senso di grandezza, apprezza le cose belle della vita. La conversazione con lui, proprio come la sua musica, è calma e riflessiva. A un certo punto guarda fuori dalla finestra: “Guarda là, quello è un elegante pezzo di equipaggiamento!” mentre la scintillante e dorata Royal Barge (la chiatta reale, n.d.r.) scivola accanto in Hampton Court.
Lo scorso novembre è uscito l’attesissimo ‘The Endless River’ dei Pink Floyd. Una serie di paesaggi sonori tirati fuori dalle outtakes dell’album del 1994 ‘The Division Bell’, l’ultima uscita, ci è stato detto, dei Pink Floyd. Da allora, David Gilmour ha finito ‘Rattle That Lock’, il suo sublime ed estremamente variegato quarto album solista. Mi introduce nel minuscolo studio anteriore dell’Astoria per discutere del disco e dell’eredità di quello che adesso chiama, in modo toccante, il “nostro gruppo pop”.

Riconosco questa stanza. Nel libretto di ‘The Endless River’ non c’è una foto che ritrae te, Nick Mason e Rick Wright mentre registrate proprio qui?
C’è. Abbiamo realizzato ‘A Momentary Lapse Of Reason’ e ‘The Division Bell’ quasi per intero in questa stanza. Che funziona, anche se spesso bisogna collegare l’amplificatore in un’altra stanza per avere separazione dalla batteria.

La veduta del fiume dalle finestre – che sono su tutti i lati – sembra adatta al suono ambient della vostra musica.
Bè, non mi è mai piaciuta molto la situazione da cantina che hanno la gran parte delle sale d’incisione: niente finestre, niente luce naturale, quei giorni in cui lavoravi a tutte le ore e non volevi che la luce dell’alba entrasse a disturbare le tue fantasie. Ma [fa una voce tremula] adesso, alla nostra tarda età, ci piace osservare l’orario d’ufficio.

Ci sono molti differenti tipi di musica nel tuo nuovo album, ‘Rattle That Lock’: molte sonorità a firma Pink Floyd, ma anche un valzer, un po’ di funk e due canzoni jazz. È liberatorio avere tale varietà stilistica?
Non so se sia liberatorio. Onestamente, non so come succeda, in realtà. Qualsiasi ispirazione arrivi, noi semplicemente la seguiamo. Non ho un piano. Ci lavoriamo finché comincia ad avere un senso e poi tiriamo fuori un po’ di cose, ci concentriamo su quello che secondo noi può andare. Ascoltando cose come ‘The Girl In The Yellow Dress’, pezzo alquanto jazz, ti domandi: “È adatto?” e poi pensi: “Chi se ne frega? È grande. Andrà bene!” Penso di essere abbastanza fortunato che – piacciano o no – la mia voce e la mia chitarra suonano in maniera distinta. Quella voce e quella chitarra sono me stesso e in modo riconoscibile e, quindi, questo tiene insieme il tutto.

Come si arriva ad una canzone come ‘The Girl In The Yellow Dress’? Ti alzi al mattino con la testa piena di jazz anni Quaranta?
Queste cosa arrivano e non so da dove o come. Arrivano un paio di accordi e cominci a delineare una traccia – [gesticola] “Da questa parte!” – e la segui. In questo pezzo Robert Wyatt suona la cornetta, registrata un po’ di anni fa.

Il pezzo valzer, ‘Faces of Stone’, ha echi di Leonard Cohen e parla del passaggio del tempo in età avanzata. È così o è sbagliato?
Parla degli ultimi anni di mia madre e dell’arco temporale di nove mesi tra la nascita della mia ultima figlia e la morte di mia madre – sono state insieme sulla terra per nove mesi. Lei aveva una sorta di demenza senile e il tempo di valzer ha in sé un che di follia, il clarinetto ha il senso del blaterare, la fisarmonica e l’armonium creano una certa atmosfera – quel suono boom-tang-tang boom-tang-tang. Ho avuto un rapporto molto difficile con mia madre ed è proprio bello…

In che modo difficile?
Bè… è difficile da spiegare. Ha a che fare con il suo conseguimento di un posto nella RADA [la Royal Academy Of Dramatic Art] quando era giovane e la sua famiglia non se lo poteva permettere. Lei era di Blackpool. Trasferirsi a Londra e frequentare la RADA era il suo sogno. Dunque, rimase delusa ed insoddisfatta e… ha vissuto quella insoddisfazione un po’ attraverso me, che ha dato luogo a molte tensioni. Ma [fa spallucce] la vita è complicata.
La canzone è basata su un particolare giorno quando camminavamo in un parco di Londra e lei aveva delle allucinazioni, vedeva cose che non c’erano ed io pensavo: “Hmmm, interessante” l’inizio della demenza. Più tardi, quel giorno, tenne tra le braccia la mia neonata. Ne tirai fuori una piccola idea e ho provato a tratteggiare un’immagine.

Molti versi per la tua musica sono scritti da tua moglie, Polly Samson. Come funziona?
Succede che le faccio sentire un pezzo musicale o un certo numero di brani, e se esprime interesse per qualcuno glielo passo sull’iPod e lo riascolta passeggiando. Dev’essere qualcosa che le piaccia, che la ispiri. Nell’album, ci sono due canzoni con i testi scritti da me ed anche per quelli ho fruito di una sorta di assistenza da parte della mia talentuosa moglie. Per anni e anni, con molta difficoltà, ha provato a vedere nella mia testa, a ricavare dai miei occhi e a scrivere da tale punto di vista. Adesso ha realizzato che non è proprio necessario; se i versi escono fuori da lei e io li canto con la dovuta convinzione, funzionano come se fossero connessi a me.

Il brano che dà il titolo all’album, ‘Rattle That Lock’, è costruito intorno al jingle che precede gli annunci ferroviari francesi, come un’eco degli inni dei Kraftwerk ai piaceri dei treni europei. Com’è venuta fuori questa idea?
Quando si va alla stazione di San Pancrazio o negli aeroporti, i jingles che vengono diffusi prima degli annunci di solito sono davvero di cattivo gusto e noiosi. Invece, in Francia sentii il jingle della SNCF che sobbalza letteralmente. Ha una piccola melodia, un ritmo, è leggermente sincopato e fa quasi venir voglia di fare un passo di danza. Così, l’ho registrato sul mio iPhone – ero ad Aix-en-Provence – e l’ho portato a casa per cominciare a lavorarci sopra.
L’intero disco è delineato su questo brano; abbiamo cercato di racchiudervi il racconto di un solo giorno che si conclude davanti ad un camino scoppiettante. Il giorno comincia alle 5 del mattino, che è anche il titolo (‘5 A.M.’) del primo brano; ci sono uccelli che cantano, cani che abbaiano e oche del Canada che ho registrato verso le 5 del mattino fuori della mia finestra. Poi si prosegue attraverso ciò che si fa o attraverso i pensieri che possono venire. Il tipo di giorno durante il quale potresti andare in un night-club ad ascoltare una jazz band, sederti davanti al camino ad arrostire salsicce, mentre si ode un gufo in sottofondo prima che, mezzo incazzato, scivoli dentro al lettuccio. Il concept del disco non è molto letterale o specifico o lineare; si è cercato di fare in modo che avesse un flusso.

È stato difficile scrivere la canzone su Richard Wright (‘A Boat Lies Waiting’)? In un certo momento voi due siete stati molto vicini.
Rick ed io ci conosciamo… io avevo 21 anni quando sono entrato nel nostro gruppo pop. Non abbiamo trascorso molto tempo insieme, ma avevamo una telepatia musicale e, nel momento migliore, sapevamo esattamente che cosa stava per fare l’altro e ci rimandavamo l’un l’altro. Rick ha avuto i suoi momenti no per vari motivi, e verso quello che è stato l’epilogo della sua vita – allora nessuno di noi lo sapeva – venne a fare il mio ‘On an Island’ tour ed ebbe il suo momento.

In che modo?
Arrivavamo ad un certo punto del concerto in cui presentavo i musicisti e Polly urlava [David fa l’accento francese] “Reee-shard! Reee-shard!” E allora persone del pubblico che c’erano state la sera prima notavano questa cosa e cominciavano ad urlare anche loro. Questa cosa crebbe serata dopo serata e lui era visibilmente gonfio di gioia. Credo che ci abbia davvero aiutato aumentare la sua fiducia; cominciò a suonare con maggiore partecipazione. Avvertivamo che doveva essere un po’ incoraggiato, dato che se ne stava piuttosto ritirato e tendeva a stare sul fondo, mentre io – che sono grande e grosso – stavo sul fronte del palco. Dunque, ebbe il suo momento, gli piacque davvero e suonò in maniera brillante. E mi sarebbe piaciuto avere il suo aiuto nel realizzare questo disco [Wright morì nel 2008].

Di recente ho intervistato Nick e Roger e ho chiesto loro della possibilità di una reunion dei Pink Floyd. Nick Mason mi ha risposto: “Mi piace fare tournée e vivo nella speranza”. Roger mi ha risposto che la “questione non si pone affatto” perché alla sua età [ha 71 anni, n.d.r.] la vita dev’essere dedicata a fare ciò che ti piace fare”. Finora, i Pink Floyd sono un’opera in tre atti. Ci sarà un quarto atto?
No. Io ho finito. Ho passato una vita come Pink Floyd. Quanti anni sono dall’età di 21 anni fino a 69? Proprio tanti. Ho passato 48 anni come Pink Floyd – un bel po’ dei quali, all’inizio, con Roger – e il 95% di quegli anni che oggi sono considerati il nostro periodo d’oro sono stati musicalmente soddisfacenti, pieni di gioia, divertimento e risate. E di sicuro non voglio che il restante 5% sporchi il mio punto di vista su quello che è stato un lungo e fantastico periodo trascorso insieme. Ma i Pink Floyd hanno fatto il loro corso, abbiamo finito, e sarebbe un imbroglio tornare indietro e farli rivivere.
E farlo senza Rick sarebbe sbagliato. Fa bene Roger a fare tutto quello che ha voglia di fare e a divertirsi e a provare la soddisfazione che devono avergli dato tutte quelle repliche di The Wall. Io sono in pace con tutte queste cose. Non voglio assolutamente tornare indietro. Non voglio tornare a suonare negli stadi… sotto la bandiera del gruppo. Sono libero di fare esattamente quello che ho voglia di fare e come lo voglio fare. Non so se è meglio farlo come Pink Floyd oppure no. Non me ne frega. È quello che voglio fare ed è quello che farò.

Fammi l’esempio di un momento Pink Floyd che hai rifatto nella tua testa una infinità di volte affinché fosse magnifico.
Oh, i grandi momenti sono una schiera. Ho migliaia di grandi ricordi ed istantanee. Meddle fu un grande momento per noi. Quel disco indicò la strada ed ebbe grande successo. Ma così fu anche A Saucerful Of Secrets. Dark Side Of The Moon ovviamente fu il momento di svolta, fu fantastico e all’improvviso passammo dal livello medio al livello mega.

C’è un momento rispetto al quale pensi con orrore di averlo fatto?
Non c’è nulla che mi provochi imbarazzo, ma se guardo Pink Floyd at Pompeii rabbrividisco.

È splendido. E almeno due di voi sono senza maglietta!
Esattamente! È una cosa… è una cosa personale. Soprattutto, vedo quanto è bello; è tutto felicemente riposto nella scatola dei ricordi. Comunque, sono molto bravo a dimenticare le cose brutte.

Quando rivedi i vecchi filmati dei primi Pink Floyd, ti riconosci in quella persona?
[come se osservasse uno schermo immaginario] Vedo un tizio lì! Allora la musica era sperimentale e fu emozionante sperimentare. Ma quello a me, oggi, appare come un processo – un processo per scoprire che cosa ti piace e che cosa no. E quando vai avanti con gli anni, come nel mio caso necessariamente, scopri che cosa ti piace e questo, forse, restringe un po’ la tua visione. Allora era eccitante, ma tantissime cose erano imbarazzanti e pensavi: ‘Oddio, e adesso che cosa facciamo?’

Che cosa vuoi dire?
Bè, avevamo uno schema di quello che dovevamo suonare dal vivo. Uno contava o cominciava a suonare e dovevi sapere quale brano fosse e avevi uno schema di massima; poi dovevi spiccare il volo sulla traiettoria che ti piaceva; così la musica veniva costruita e volava via vagando in un’altra direzione. Alcune di quelle direzioni erano vicoli ciechi mentre altre erano eccitanti.

Che cosa ricordi del breve periodo durante il quale tu e Syd siete stati insieme nel gruppo?
Fu tragico, davvero. Facemmo insieme cinque concerti e lui… [sospira] Abbiamo un filmato di Syd in camerino, da qualche parte in occasione di uno di quei concerti, nel quale lo si vede mentre muove qualche passetto, una piccola danza, e ride e ride. Ma lo guardi in faccia e dici: ‘Oddio, no, è una tragedia’. Poverino. Non ricordo molto di quel periodo. Ero nuovo e credo che sapessero che ne avrei preso il posto.

C’era una canzone che non ti sei mai stancato di suonare?
Per la gioia molto palpabile che pezzi come ‘Comfortably Numb’ o ‘Wish You Were Here’ danno al pubblico, non mi stanco mai di quei brani sapendo l’effetto che fanno. Suonare ancora quegli stessi vecchi pezzi può essere considerato tedioso, ma sono sempre contento di fare i brani che la gente ama.

Ricordo il grande aereo di legno che scendeva giù appeso ad un filo sulle teste degli spettatori, fino al palco di Knebworth nel 1975 durante Dark Side Of The Moon. Quel vecchio ma divertente mondo analogico non sembra piuttosto bizzarro nel 21esimo secolo?
È divertente e bizzarro. Tutte quelle cose oggi si potrebbero fare molto meglio, ma sarebbero più efficaci? Non lo so. Oggi potrebbero accadere come per magia ma chiunque potrebbe pensare: ‘Oh sì, l’ho visto in Star Wars III’. Ma allora era davvero reale e la gente si stupiva: ‘Al diavolo! Un aeroplano che vola sulle nostre teste!’ Adesso tutto deve diventare più grande e migliore, e migliore significa più grande e non migliore.

Quali sono i tuoi ricordi del Live 8?
Mi è piaciuto molto, anche se abbiamo avuto alcuni giorni di prove molto tese. Non ci parlavamo da anni.

Come decideste che cosa suonare?
Noi demmo dei suggerimenti, Roger dette dei suggerimenti e non me ne importai. Alla fine pensai: siamo noi i Pink Floyd e lui è nostro ospite; può solo fare quello che gli diciamo di fare altrimenti se ne va aff…

Lui che cosa propose?
Voleva fare Money, che tutti volevamo fare, Another Brick In The Wall e In The Flesh.

E fu scavalcato.
Sostanzialmente sì.

Io ero appena sotto il palco e per me fu magia pura.
Così fu. Fu magico. Eravamo rilassati e ci piacque. Facemmo una prova generale la sera prima senza pubblico nel parco e fu eccezionale. Ci aiutò a farci sentire rilassati e fiduciosi. Andò molto bene.

Ma nessuna tentazione di continuare?
Ci furono. Ovviamente, accetto l’idea che ci possa essere chi vuole vedere ed ascoltare questa leggenda che erano i Pink Floyd, ma temo che non sia una mia responsabilità. Per me sono soltanto due parole che uniscono il lavoro fatto insieme da quattro persone. È solo un gruppo pop. Non ne ho bisogno. Non ho bisogno di tornare ai Pink Floyd. Non faccio il difficile o ritrosia, semplicemente credo che alla mia età devo poter fare solo ciò che davvero voglio fare nella vita.
Ma sono entusiasta del fatto che ogni nuova generazione si lega a noi, così che abbiamo sempre nuovi seguaci ed ascoltatori con il passare degli anni. Tuttavia, non so che cosa determini questo fenomeno, che non avviene per molti altri musicisti.

Una volta Roger mi disse che i musicisti che raggiungono il livello di successo che voi avete raggiunto “hanno dei buchi nella psiche che solo l’adulazione può riempire”. Una cosa piuttosto onesta da dire.
È onesto dirlo. E, in realtà, penso che abbia ragione. Ma spero di non avere più quel buco nella mia psiche, così come non vedo la necessità di adulazione in una certa misura. A proposito degli stadi, la cosa strana è che non c’è un modo per dire se va bene. È una folla, al singolare. Non puoi davvero considerarli come individui. La forza e l’energia del loro ‘affetto’, per così dire, è una droga meravigliosa per aumentare il tuo ego, fino a renderlo ultragonfio.

Allora perché i Rolling Stones, ad esempio, continuano se non è per soldi o per tenere viva l’attenzione? Lo fanno per sentire 80.000 persone che vanno completamente di testa alla prima nota?
Non lo so. Se altri musicisti di altri gruppi pop vogliono farlo, buon per loro. Ma io ho forgiato una carriera che mi sta abbastanza bene. Alcuni di questi musicisti non hanno forgiato proprio bene la loro carriera, quindi credo che ritengono di voler continuare come hanno sempre fatto. Io ho avuto un ragionevole successo commerciale e ragionevoli soddisfazioni artistiche. Vedremo se anche questo nuovo disco venderà. Credo che andrà piuttosto bene.

C’è stato un musicista che ha cambiato il tuo modo di vedere la musica?
Ci sono stati alcuni momenti che sono stati fondamentali. Rock Around The Clock di Bill Haley fu un momento cardine per me. Mesi dopo fu soppiantato da Jailhouse Rock di Elvis, decisivo. I Beatles furono fondamentali. Jimi Hendrix fu un momento fondamentale. Pete Seeger fu un momento fondamentale da giovane. Imparai la chitarra da lui. Troppi per fare i nomi.

Chi ascolti adesso?
Ascolto sempre i nuovi dischi di Bob, Neil o Leonard [Dylan, Young, Cohen], ma non ascolto molta musica nuova. Quando ho la radio accesa, per me tutto suona terribilmente schematico; ma non la ascolto molto. Quando arrivi a 69 anni non passi tutto il giorno a cercare nuova musica pop. Ovviamente, c’è tanta musica che non passa alla radio o in televisione. È come quella cosa che si dice dei topi: ‘A Londra non stai mai più lontano di sei piedi da un topo’; probabilmente non stai mai più lontano di un centinaio di iarde da qualcuno che fa un grande concerto da qualche parte, ma non ne sei consapevole. Se adesso uscissero dei nuovi Pink Floyd io non lo saprei.

Dunque, il progetto adesso è di continuare a fare dischi da solista e occasionalmente di portarli in tour?
Non ho guardato così lontano. Non ho fatto tournée per nove anni. Faccio cinque date in Europa e cinque serate a Londra tra settembre e ottobre, e vedrò se mi piace. Se sì, ne farò qualcuna in più.

Ti è mancata la dimensione tour negli ultimi nove anni?
Non molto.

A Nick Mason manca terribilmente.
Lui suona la batteria, c’è meno responsabilità. Io ho avuto una grande carriera. Posso andare in tour quando voglio per poi riposarmi e fare tutte le altre cose che riempiono la vita. Ho fatto tutto il possibile, che è quello che devi fare per lottare e crearti una carriera come quella che abbiamo avuto noi. Io non ho bisogno né voglio di più. Va bene. Nessun rimpianto. Nessuno, quasi nessuno, ma grandi ricordi. Io ho fatto. E sono contento così.

Mark Ellen per Classic Rock – 12 agosto 2015 – Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Shine On!

17 comments

  1. Bellissima intervista.
    Dell’immenso Artista che è, rivela una personalità assolutamente equilbrata, in armonia col passato e il presente.
    Divino.
    Sono innamorato… Benchè etero😉

  2. Perchè, secondo voi in Live in danzk presente Shine on in Italiano ? Credeva di essere a Venezia ? ma di che si fà (ancora) il Gilmour ??😀😀

  3. Beh, credo che certi giudizi che a volte da David, come quello su Live at Pompei, siano più che altro ironicamente critici. Credo si riferisca al fatto che oggi, 45 anni dopo, gli sembra buffo aver fatto certe cose, ma non credo fosse realmente una critica. In qualsiasi caso ho una grande ammirazione per David come musicista, ma anche sentirlo parlare mi da quel senso di grandezza e profondità, proprio come quando suona…un mito

    1. In questa intervista non fa riferimento, come invece aveva fatto in una delle precedenti, al fatto di voler fare subito un’altro album dopo Rattle, ma io ci spero, e intanto non vedo l’ora di ascoltarlo….

    2. Qui è più “chiaro”😉

      Quarantaquattro anni dopo “Pink Floyd at Pompei” la cittadina campana ospita una mostra fotografica intitolata “Live@Pompei” curata da Adrian Maben, regista del film. Che cosa ricorda di allora?

      «Amammo tutti molto esibirci all’Anfiteatro. Accettammo per divertimento e fu una gran buona scelta perché venne fuori un bel film. Certo, oggi trovo un po’ imbarazzante rivedermi com’ero allora. Ma questo è un problema mio».

      http://www.lanazione.it/pink-floyd-intervista-gilmour-1.1252658

  4. Bellissima intervista bravo Simone , ma non mi va giù , come anche a Pat , il giudizio su il Live At Pompeii . Mah è piaciuto a tutti , certo è roba del 72 o 73 e quindi delle pecche ci saranno , però è affascinante e di atmosfera . Certo è che sono strani ( mi riferisco anche agli altri componenti) ogni tanto fanno delle uscite , ma io dico se il Live At..faceva schifo non lo dovevano pubblicare così come il tanto criticato Atom…(che a me piace ) . Vorrei Simone un tuo conto al riguardo

      1. Ciao giain! Io penso che nella vita si possa cambiare opinione su molte cose, david ha quasi 70 anni e magari rivedersi da giovane a torso nudo…. Sicuramente oggi non lo farebbe mai.. Comunque resta il fatto che a mio parere pompei rimane una pietra miliare, l esecuzione di echoes poi è una delle migliori..😉

  5. Come fà il giornalista a sapere che vi sono quei tipi di brani ? Ha già sentito il disco ?😉 Che Stones fosse a mò di valzer forse era logico,..il tema è melanconico ed il valzer, anche se esteticamente allegro, .il più delle volte è usato con tristezza – Dovrebbe mettere un cartello all’entrata di casa il Gilmour,..NO QUESTIONS ABOUT PINK FLOYD REUNION,..PLEASE !!!😀😀
    Abbiamo saputo che P.F. a Pompei non l’hanno giudicato molto bene …😦

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