ROGER WATERS INTERVISTATO DA BILLBOARD

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BILLBOARD –  traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Roger Waters condivide ciò che voleva davvero dire su Trump (e Clinton) al Desert Trip.
di Chris Willman – 14 ottobre 2016

Waters fa progetti con Nigel Godrich per un album che pensa di far uscire entro la prossima estate.

Roger Waters non s’illude sul perché sia stato ingaggiato per concludere entrambi i weekend del Desert Trip festival in California: per nostalgia, in virtù del “mantello Pink Floyd” che si porta addosso. Infatti, dice che era piuttosto compiaciuto di “togliermi il cappello davanti a quella band.” Ma, come suo costume, ha sfruttato la circostanza per rivolgere il dito medio alle forze che nel mondo lui vede particolarmente oppressive – non escluso tra queste Donald Trump.
Waters si è seduto per un’intervista con Billboard a metà settimana tra i due concerti al Desert Trip per promuovere una tournée in Nord America (e, in definitiva, mondiale) che comincerà il 27 maggio 2017 a Kansas City, nel Missouri. Non avrebbe potuto annunciarlo in un momento migliore, un momento nel quale perfino i suoi fan meno avvezzi alle droghe volano alto come gli aquiloni (o i maiali) dopo lo spettacolo al Desert Trip, in merito al quale qualche spettatore imparziale ha detto che lui, Waters, ha vinto nel fine-settimana grazie ad una stupefacente bizzarria audiovisiva.
Durante l’intervista, Waters parlerà brevemente di cose come il suono quadrifonico da stadio e i gonfiabili del concerto; è improbabile che si soffermi su queste cose per più di due minuti prima di passare ad argomenti che gli interessano di più – vale a dire, la distopia orwelliana che nella realtà odierna lui pensa sia andata avanti rispetto a quando era una mera ossessione in Animals e in Amused to Death. Non è preoccupato solo da Trump, che “dovrebbe stare in un ospedale psichiatrico”, ma anche da Hillary Clinton che “non sopporto, come quasi tutti in America.” E per il timore che la sua visione del mondo sia vista come di sinistra riscaldata, riconosce che le sue opinioni pro-Palestina ed anti-Israele talvolta “mi fanno sentire una minoranza fatta di uno solo” anche nell’ambito dell’industria musicale filoliberal… la qual cosa non lo induce alla rinuncia.
In questa versione condensata della nostra chiacchierata, Waters discute del successo del Desert Trip, del perché ha lavorato con un celebrato produttore per il nuovo album in lavorazione, di quel che pensa di Black Lives Matter [“Le vite dei neri contano”, movimento per i diritti civili nato nel 2013 negli USA sulla scia delle azioni omicide della polizia nei confronti della popolazione nera, n.d.t.] e del perché una reunion dei Pink Floyd fatta via e-mail questo mese sia stata uno dei momenti più felici che abbia mai vissuto. E rivela la parola che davvero voleva associare a Trump sul maiale in volo nel deserto… o almeno la prima lettera della parola.

Qualcuno potrebbe pensare che la manciata di concerti che stai facendo questo mese al Desert Trip e a Città del Messico siano una sorta di lancio del tour 2017 che hai annunciato. Ma sembra che tu stia affermando che questi spettacoli rimarranno unici; non sarà affatto lo stesso spettacolo quello che porterai in tour l’anno prossimo.

Sì, è così. Il mio obiettivo è di andare assolutamente oltre. Ho molto da dire e ho una gran quantità di materiale. Ho un intero disco nuovo (in uscita nel 2017, n.d.r) e ovviamente non lo suonerò tutto dal vivo, ne suonerò una parte. Questa cosa del Desert Trip l’ho accettata per il modo in cui è programmata la “tre giorni”: siccome è una sorta di Rolling Stones / Beatles / Pink Floyd, pensai: ‘bè, se metto il mantello dei Pink Floyd è opportuno che dia uno sguardo nostalgico, bello, forte, lungo e amorevole all’opera che David, Rick, Nick, Syd e io abbiamo fatto insieme tra il 1967 e il 1982, ovvero gli anni in cui c’ero anch’io. Penso che sia una grande opera ed io sono felice di utilizzare questo weekend per alzarmi il cappello davanti a loro e a quella band. Ma andando oltre, dobbiamo salvare il mondo, gente! [ride] Basta! Basta con il passato.

Nel comunicato stampa si dice che il tour del prossimo anno potrebbe essere basato per il 75% sul vecchio materiale e per il 25% sul nuovo. È corretto?

Qualcosa del genere o forse 80 e 20, direi. Sai, se venissero a vedermi nelle arene o negli stadi da Shreveport, Louisiana, o da Shangai, Cina, e volessi fare ascoltare loro attentamente ciò che ho da dire – cosa che farò – penso che sia assolutamente essenziale offrire canzoni riconoscibili. Sia che prenda materiale nuovo o dalla carriera solista – da Amused to Death o Radio K.A.O.S. o Pros and Cons Of Hichhiking – sia che lo tragga dai dischi che feci con i Pink Floyd, c’è comunque un filone generale che lo attraversa. La mia etica di base e la mia filosofia non sono cambiate affatto nel corso degli anni. Ho capito di più il ‘come’ e il ‘perché’, ma etica e filosofia non sono cambiate. Dunque, non importa da quali momenti della mia carriera provengano le canzoni. Ancora raccontano la mia verità.

Pensi che ci siano buone possibilità che il nuovo album sia già uscito per l’inizio della tournée?

Sì, penso davvero di sì. Ci stiamo lavorando con Nigel Godrich e con alcuni suoi amici a Los Angeles – non ricordo i loro nomi. Si chiamano Joey, Jonathan, Gus, Roger, ma quali ca…o sono i cognomi… non ne ho idea. Sono abbastanza conosciuti a Los Angeles. Nigel ha delle idee molto molto particolari. Gli ho dato qualche morso in testa e c’è qualche battaglia ancora in corso, ma penso che sia una grande collaborazione. Ne sono molto felice. È bello confrontarsi con un diverso punto di vista. Di solito c’è solo l’ ‘io’, ‘io’, ‘io’, ‘io’, ‘io’. È bello stare con un’altra persona.

Sono sicuro che non ci sia bisogno di ricordarti che sono passati 25 anni dalla pubblicazione del tuo precedente disco rock di studio (Amused to Death), senza considerare l’opera ‘Ça Ira’.

Sono 25 anni? Pensavo fossero 23 (24, per essere precisi, n.d.r.). Capperi! Sono passati in un attimo. Ho fatto tante altre cose. Di recente, il ‘The Wall’ tour è stata una grande cosa; è finito tre anni fa ma è durato tre anni. Ho fatto tante tournée da 1992 ad oggi. Ho costruito una carriera solista dal nulla. Quando finì la competizione con Dave e Nick, loro erano i Pink Floyd ed io ero me stesso nel 1987 e anche all’inizio degli anni ’90, quando parliamo di Amused to Death… Forse è questo uno dei motivi per i quali non ho mai portato in tour quel disco, in qualche modo ero deluso. Allora, certamente me ne feci una ragione, tuttavia fu un forte shock per me il fatto che chi comprava i biglietti per i concerti non faceva alcuna relazione tra me e tutto il lavoro che avevo lasciato dietro di me. La gente legava tutto il lavoro fatto alle parole “Pink” e “Floyd” e se quelle parole non comparivano, non volevano saperne. Per cui, sai, i loro tour (dei Pink Floyd senza di lui, n.d.r.) ebbero un successo enorme, mentre io frugavo in giro per cercare qualche culo seduto. Tutto questo fu istruttivo per me, mi rafforzò il carattere. E lentamente ma con sicurezza, cominciai la scalata, gradino dopo gradino. Ritornò la fiducia, un po’ alla volta, e lentamente girò il passaparola: “Wow, questo sa quel che fa.” E adesso siamo qui, facciamo questo concerto unico nel deserto, io, Sean Evans e un grande team ci siamo lanciati senza limiti di tempo. Questo spettacolo lo abbiamo messo insieme nell’arco di quattro mesi. E devo dire che è abbastanza spettacolare, emotivamente e politicamente. Ne sono davvero compiaciuto. Ma non voglio portarlo in giro per il mondo.

Hai detto che con il tour del prossimo anno vuoi esprimere un’idea con un filo conduttore. Ma non ritieni che lo hai fatto anche con gli spettacoli del Desert Trip?

Sì, in un certo senso. Ma il Desert Trip è una cosa tipo “Siamo tutti qui per un weekend. Divertiamoci, Ascoltiamo vecchie cose e accettiamo l’idea che è stata una bella cosa.”Ovviamente nello show porto qualche argomento forte e commovente e qualche argomento politicamente forte. Ma col nuovo show faremo circa 200 spettacoli in giro per il mondo. S’intitolerà “Us + Them” perché prende proprio spunto dal verso della canzone “Us and Them” del 1973 che fa “With, without / And who’ll deny that’s what the fighting’s all about.” Siccome il principale messaggio che intendo propagare, se ci riuscirò, è racchiuso nel concetto che l’idea della guerra perpetua, abbracciata dai neoconservatori soprattutto negli Stati Uniti, è un modo di vivere della razza umana completamente sbagliato. Tale affermazione sembra di per sé evidente, ma malgrado ciò è comunemente accettata, sicuramente dagli americani, la spesa di mille miliardi di dollari all’anno per uccidere gente di pelle bruna nelle terre d’oltremare. Ma non c’è dibattito. Bè, io sono determinato ad aprire il dibattito. Perché mi preoccupo dei miei figli. E mi preoccupo anche di te, che tu ci creda o no.
La corsa agli armamenti è guidata dall’avidità di pochi. Ci si arricchisce uccidendo e mettendo in carcere; questo è un ottimo modello per chi è emotivamente morto – come Donald Trump, per esempio. È per questo motivo che la campagna presidenziale è così interessante, perché è finalizzata a convincere la gente che la crisi è stata provocata dai cinesi, dai messicani, dagli jihadisti e dai musulmani, dagli stranieri; che loro hanno causato l’erosione degli stili di vita e delle libertà previste dalla Costituzione. Vogliono far credere che non è lui e gli avidi culattoni come lui – che rappresentano l’ 1% ma possiedono tutto – la causa del problema ma sono loro!(Them). Dunque è una favolosa truffa, portata a compimento da uno stupido, talmente stupido da non potergli dare credito. Il mio disco di 25 anni fa avvertiva che stava per verificarsi la discesa nell’abisso di uno stato completamente totalitario, fascista con questo folle leader demagogo quale Donald Trump è. La mia previsione sta diventando realtà in un modo così spaventoso e disgustoso come nessuno avrebbe potuto immaginare.

Con te, ovviamente, ci sono molti fans al Desert Trip o altrove che diranno la stessa cosa che dicono per Bruce Springsteen: “Amo la sua musica a dispetto della sua politica.”

Dicono questo di Springsteen? Affanculo! Come si permettono! È una cosa stupida. Non conosco il pensiero di Bruce, ma io penso questo: come si permettono di criticare Bruce Springsteen o me per il fatto di avere opinioni politiche e di discutere delle questioni come loro che esaminano le questioni politiche o una discussione con fermezza; che danno retta all’evidenza; che decidono che cosa pensare e che cosa fare e, dato che vivono in un paese dove vige il diritto di voto, decidere in che modo votare. So che in molti casi le opinioni non sono uguali. So per certo che sulla questione israelo-palestinese non hanno approfondito la discussione perché negli Stati Uniti d’America non può essere approfondita. Perché il racconto che viene fatto alla gente d’America non ha niente a che fare con la verità dei fatti dalla metà degli anni Trenta in quella parte del Medio Oriente… Non è il racconto di ciò che ora accade nella realtà, la realtà di una nazione sotto assedio, quella palestinese, massacrata da quel carceriere che è l’esercito israeliano… Ha agito la potente macchina della propaganda. So che c’è una forte resistenza, soprattutto nell’industria musicale, nel prendere una posizione contraria. A volte mi sento di essere una minoranza pari a uno, di essere da solo, quando parlo di queste cose.

Quando hai parlato di BDS [il movimento Boycott, Divestment, Sanctions che punta a mettere pressione su Israele a livello internazionale, n.d.r.] verso la fine del tuo primo show al Desert Trip, hai improvvisato o l’avevi preparato?

Non ci sarà uno show verso la fine del quale non menzionerò BDS. È una battaglia per l’anima dell’America come qualsiasi altra: chiaramente BDS ma anche Students for Justice in Palestine e Jewish Voice for Peace… Netanyahu è in preda al panico. L’anno scorso ha menzionato BDS diciotto volte in un discorso. Loro sono in preda al panico, giustamente… Hai visto quella lettera di Hillary Clinton in cui dice: “Quando sarò presidente, farò di tutto per distruggere BDS?” Che cosa? Tu vuoi distruggere un movimento di protesta non violento e assolutamente legale in quello che viene definito un paese libero? Dici che quando sarai presidente lo distruggerai e lo dici in una lettera che scrivi ad una persona in California che sta per darti 2 milioni di dollari? È una follia! Come puoi essere eletta su tali basi? Ma naturalmente sarai eletta, perché la gente accetta integralmente che la tua politica sia in vendita.

Dunque, anche se ti sei espresso su Trump, non sali a bordo del carrozzone elettorale della Clinton.

Come quasi tutti in America, non sopporto Hillary Clinton. Non me la prendo con lei. Lei è un prodotto del sistema. È un burattino. Lei come tutti gli altri. Sul sistema ho cambiato opinione. Ha bisogno di una riforma completa. La Citizens United [La sentenza “Citizens United vs FEC” emessa dalla Corte Suprema USA a gennaio 2010 ha “legalizzato” i finanziamenti elettorali diretti da parte di società e organizzazioni nonprofit, con conseguenze che si fanno sentire già nella campagna per le midterm elections. Nel 2007 la nonprofit “Citizens United” aveva presentato ricorso contro la decisione della Federal Election Commission (FEC) di bloccare, alla vigilia delle primarie, il cortometraggio “Hillary: the movie”, che secondo la FEC era stato realizzato da “Citizens United” in violazione del divieto per le imprese di finanziare direttamente le campagne elettorali. La “Citizens United” sosteneva che tale divieto fosse contrario alla libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. La Corte ha dato ragione alla “Citizens United”. La tesi dei giudici è che il Primo Emendamento si applica agli individui considerati sia singolarmente che collettivamente. Sono quindi decadute le norme che proibivano alle organizzazioni profit e nonprofit di intervenire in campagna elettorale anche con spot ed altri strumenti mediatici, n.d.r.] è passata per la Corte Suprema ed è sembrata come l’ultimo chiodo sulla bara della democrazia.

Al Desert Trip, non hai lasciato margini di ambiguità nella testa degli spettatori. Già il fatto che hai suonato tutto quel materiale di Animals associandolo alla sua figura lo ha reso chiaro. Ma per essere certo che il messaggio arrivasse a tutti, hai lanciato la frase “Trump è un porco”.

Sì, l’ho addolcito molto! Doveva essere “Trump is the C-word” [è la parola più volgare ed offensiva della lingua inglese; definisce l’organo genitale femminile in termini totalmente negativi, n.d.t.]. Ho pensato: ‘Non voglio indebolire la mia posizione in un posto in cui la gente potesse pensare che fosse troppo oppure che potesse chiedermi perché lo facessi. Il messaggio è chiaro. Trump dovrebbe stare in una bella e confortevole ala di un ospedale psichiatrico. È completamente matto. Lo sanno tutti. Ma è ancora un candidato attivo per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Se questa non è un’indicazione che viviamo in una terra malata, nessuna lo sarà mai. Svegliamoci…
Ho scritto un lungo pezzo che volevo leggere al Desert Trip. Non ne ho letto una sola parola, ma a te ne leggerò un pezzetto, la parte che riguarda il fatto che adesso in America non c’è posto per i lavoratori. La globalizzazione non è il fattore che perpetra tale situazione. La globalizzazione è inevitabile ed è una buona cosa, secondo me. Se costruisci automobili a Detroit e ne trai profitto, va bene: c’è lavoro, c’è la busta paga, si possono comprare frigoriferi, televisori, utilitarie e si riesce a sopravvivere e perfino fare la gita fuori porta. Ma se quel modello di auto non va più, sei fottuto, non ti pagano più un cazzo. Anzi, si può assumere in Cina o in India o in Messico o altrove nel terzo mondo per fare il lavoro che facevi tu a 50 centesimi all’ora. E così per te è finita. Detroit sparisce. Quella che era una metropoli prospera diventa un deserto. Bè, una società ha il dovere verso i suoi cittadini di guardare oltre. Purtroppo, la sintesi di questo è una parola molto sporca in America: socialismo. In realtà, i socialismo è un’idea meravigliosa. È l’unica forma di organizzazione, per i paesi, con il carattere dell’umanità. Compreso questo, dopo forse potremmo cominciare a guardare oltre i confini nazionali e oltre oceano per aiutare altri popoli. Perché soltanto concentrandoci sulle potenzialità dell’amore e amandoci l’un l’altro nel nostro paese, possiamo sviluppare un sistema che può proteggere il fragile pianeta sul quale viviamo. Perché se non lo facciamo, siamo tutti fottuti! Moriremo presto tutti. Cioè, io in qualche modo morirò, così anche tu. Ma io mi riferisco ai nostri figli e ai loro figli. Parlo delle generazioni future. E a questo mondo di cani, dove pochi controllano assolutamente tutto…

A proposito di cani, è quello il motivo per il quale hai suonato un’ampia parte di Animals nel tuo set al Desert Trip? Non ne hai mai suonato così tanti estratti dal tour di Animals nel 1977.

In parte sì. Avevo fatto ‘Sheep’, credo, nel ‘Dark Side Tour’ [2006-2008], per questo non l’ho fatta adesso. Invece, non avevo mai fatto ‘Pigs (Three Different Ones)’ dal vivo. Avevo fatto ‘Dogs’ durante l’ ‘In the Flesh Tour’ [1999-2002]; l’amo tanto. È una delle grandi collaborazioni tra me, David e Rick; è un pezzo splendido. Adesso ‘Pigs’ è assolutamente appropriata. Sai, ho guardato in giro alla ricerca di qualcosa da fare per gli scommettitori al Desert Trip. Perché non potevo andare nel deserto senza fare qualcosa di teatrale.
Parte della mia esibizione è quella sezione di teatro rock. Avevo tante idee, ma tutte prevedevano l’uso di grandi gonfiabili, però non sai mai a quale velocità può soffiare il vento nel deserto; dunque non puoi mai fare nulla di grande con gonfiabili o altre cose nel cielo. Avevo pensato di costruire una struttura prefabbricata che coinvolgesse anche tutta l’area del pubblico e di realizzare qualcosa che si dirigesse verso il cielo. Bè, era difficile, la parte ingegneristica, ecc. ecc. ecc. Poi, quando entrai nell’ordine di idee di fare Animals, pensai: “costruiamo la Battersea Power Station sul palco durante lo spettacolo.” Naturalmente, tutti mi dicevano; “Ma che c…o dici?” Ma ho un team di persone così preparate che lo abbiamo fatto ed è magnifico.
‘Animals’ fu un’ottima idea per un disco, ovviamente basato sul libro ‘La fattoria degli animali’. Ho sempre utilizzato Orwell perché ‘1984’, ‘La fattoria degli animali’, gli altri suoi scritti ma anche la sua partecipazione alla guerra civile in Spagna, sono una forte fonte d’ispirazione per chiunque si occupi della gente, delle idee, di politica. E dunque, essere capace di utilizzare le sue opere, che ho tradotto nelle mie canzoni negli anni Settanta; essere capace di utilizzarle adesso nel 2016 in pubblico, in una cosa con la quale si vuole dire “Ah, ci svegliamo adesso? Oppure andiamo in cima alla collina a guardare soltanto, come un manipolo di codardi?”
Tutti abbiamo un senso di inquietudine, credo. Forse non tutti. Forse qualcuno pensa: “Oddio, è bello.” Quando vediamo le immagini di quella gente in Siria che non vivrà molto a lungo perché è in corso una terribile guerra civile, coloro che guardano soltanto non pensano che potremmo fare qualcosa per quella situazione. Tranne quelli che dicono “Andiamo a bombardarli! Potrebbe essere un’idea brillante” Come? Ma siete matti? Il coinvolgimento militare in Siria in una no-fly zone o in altro modo, sarebbe un completo disastro come lo è stato in Libia e come è stato in Iraq. Il coinvolgimento nella geopolitica della lotta tra Arabia Saudita e Iran è folle…
Dobbiamo cominciare a guardare alla realtà. Ma è molto difficile negli States, perché tutti i principali media non lo fanno. Non viene stampato nulla dal New York Times né dal Washington Post, che passano per essere i giornali più liberal… Quando è uscito il mio film l’anno scorso, non sono mica stato al Charlie Rose [giornalista e conduttore dell’omonimo talk show della catena televisiva americana PBS, n.d.r.] per parlarne? Vuoi sapere perché? Perché mi hanno cancellato. Quando andai negli studi per scoprire la verità, Charlie Rose e gli altri presenti tremavano. Alla fine, acchiappai qualcuno della produzione e tutto quello che seppero dirmi fu: “Non abbiamo idea, la decisione viene dall’alto.” La mia partecipazione al Charlie Rose fu fissata per il giovedì pomeriggio ma alle 5:00 del mercoledì fu cancellata.

Supponi che successe perché non volevano che parlassi di BDS?

No, ritengo che quello lo voglia la lobby israeliana. Tentano di uccidermi, forse non letteralmente perché se avessero davvero voluto farlo lo avrebbero già fatto. Sono bravi ad uccidere. Ma da dieci anni provano a distruggermi, creandomi delle difficoltà perché io non cambio idea. Sono adulto e combatto. E adesso pesto duro. Normalmente non dico cose come queste ai giornalisti, ma ora le tiro fuori. Primo round. Via al combattimento. Sono pronto per queste persone. Perché alla base di tutto c’è la discussione. Discutere d’amore; discutere di un popolo assediato e oppresso, i palestinesi; discutere se noi come americani o io come inglese crediamo che i palestinesi – così come te – hanno il diritto inalienabile alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Le persone dalla pelle ambrata hanno questo diritto? C’è da discutere di Black Lives Matter perché tutte le proteste scaturiscono dalla domanda: “oggi nel 2016 non dobbiamo avere gli stessi diritti dei bianchi?” Hanno il diritto di protestare. Noi bianchi in America non dobbiamo dire ai nostri figli “se ti ferma un poliziotto, non tirare fuori i documenti dallo zaino. Prima di andare alla festa o ovunque vai, metti il portafogli sul cruscotto dell’auto e tieni le mani sul volante. Non devi cercare di prendere nulla, perché se lo fai ti uccidono.” Non dobbiamo dire ai nostri ragazzi queste cose, è una disgrazia assoluta. La gente dovrebbe gridarlo dai tetti. Sugli schermi del Desert Trip passa un sacco di materiale su Black Lives Matter. Naturalmente blue lives matter, ma è una falsa traccia tutta rossa…

Questo mese hai provato a fare una reunion dei Pink Floyd… sulla carta. Gilmour e Mason hanno sottoscritto la tua dichiarazione di sostegno a Women’s Boat to Gaza and the Freedom Flotilla Coalition [all’inizio di ottobre, la marina israeliana ha intercettato una nave con, a bordo, attiviste dell’organizzazione così denominata, ed ha arrestato l’equipaggio, n.d.r.]. È uscita sul sito web della band come una dichiarazione dei Pink Floyd, oggigiorno quasi una rarità.

Sì, non è magnifico? Per questo ringrazio David e Nick. Sai, sono sempre stati su quelle posizioni. Infatti, l’anno scorso, o l’anno prima, quasi accadde con la lettera ai Rolling Stones quando andarono a suonare a Tel Aviv. Ma non successe. La sottoscrivemmo solo io e Nick. Dunque, questa è stata la prima volta che abbiamo sottoscritto tutti e tre. Davvero una grande cosa, davvero. Quando ho ricevuto da David “Sounds good to me” e da Nick “Fine by me”, è stato uno dei giorni più felici della mia vita.

traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Shine On!

7 comments

  1. Che Waters sia uno dei più grandi parolieri del Rock è un dato di fatto,però questa sua continua ossessione per i temi politici secondo me va a discapito della musica che diventa un semplice veicolo per i testi.
    Siccome per me è più importante la musica che le parole per quello che mi riguarda non comprerò a scatola chiusa il suo nuovo album,prima lo ascolterò magari scaricandolo dalla rete e se mi convincerà lo andrò ad acquistare !!

    1. La potenza delle sue liriche credo si sia fermata a The Wall … già The Final Cut aveva una impronta politica nei testi piuttosto marcata ed evidente … anche Amused to Death come liriche era piuttosto mediocre , giusto qualche guizzo qua e là … sono d’accordo che la musica non può diventare un veicolo per i messaggi politici personali , così come non ho condiviso nel pur mega spettacolare tour di The Wall l’aver trasformato un messaggio globale come quello del muro in un aspetto politico a supporto delle sue idee personali. Per me la sua storia musicale si ferma a The Wall …

      1. anche “us and them” è una canzone politica…
        tutto “dark side of the moon” trasuda politica, “animals” ne gronda…

  2. Indipendentemente dai pensieri politici che non posso giudicare non essendo un esperto di politica internazionale ( anche se gli Americani sono padroni del mondo da decenni )trovo quasi commovente il risvegliato affetto verso i suoi ex compagni e quasi si sente il rammarico di essersi separati . Interessante è anche quando dice che non essendo più un Floyd all’inizio non lo considerava più nessuno mentre gli altri avevano un successo clamoroso. C’è da dire che il nome Pink Floyd e’ potentissimo basta pensare al clamore che ha suscitato T.E.R. ed anche David nei suoi album solisti ha sempre sfruttato quel marchio ( the voice and guitar of Pink Floyd) per attirare l’attenzione ed incrementare le vendite. Probabilmente Roger non se n’è reso conto perché se no non avrebbe lasciato i Floyd 😭

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