ROGER WATERS: NUOVA INTERVISTA PER “BROOKLYN VEGAN”

Roger Waters parla del tour “Us + Them”, dei Pink Floyd, di politica ed altro ancora nell’intervista con Brooklyn Vegan
di Klaus Kinski – 15 febbraio 2019 – 12:06 PM

Traduzione a cura di Carlo Maucioni
CYMBALINE – Pink Floyd Magazine

Roger Waters ha avuto una delle più prolifiche carriere musicali dalla fondazione dei Pink Floyd, circa 55 anni fa. Dopo aver pubblicato Is This The Life We Really Want? nel mese di giugno del 2017 e dopo aver completato un incredibile tour mondiale di 157 date nel dicembre 2018, Waters, 75 anni, è più grintoso e forte che mai. Nel disco e nel tour più recente, Roger è stato circondato da un gruppo di musicisti per lo più nuovo e più giovane. Questo gruppo dal vivo ha creato un suono che nelle mie cuffie è risultato incredibilmente fresco. Non si vuol fare il confronto con dischi o formazioni precedenti, ma sono venuti meno vecchi e provati musicisti come Graham Broad, GE Smith, Snowy White e Andy Fairweather Low, rimpiazzati da musicisti come Jess Wolfe e Holly Laessig (Lucius), Bo Koster (My Morning Jacket), Jonathan Wilson (prolifico chitarrista e produttore) e Joey Waronker (Walt Mink, Beck, Atoms For Peace). Roger è stato in grado di coltivare un suono – giocando sui punti di forza di ogni membro – che ha creato un nuovo capitolo sonoro da aggiungere alla sua già straordinaria opera. Ho incrociato il tour di Us + Them tre volte; prima alla prova generale presso i Meadowlands (Meadowlands Arena, East Rutherford, NJ, USA, 21 maggio 2017, n.d.r.), poi a Barclays (Brooklyn, New York, 11 & 12 settembre 2017, n.d.r.) e infine a Hyde Park a Londra (7 luglio 2018). Ogni volta ci sono stati ritocchi e modifiche al suono che mostravano una band che, sebbene già al massimo, migliorava consapevolmente e si evolveva.
Roger Waters è un artista che ho riverito per quasi quattro decenni. Ho passato molto tempo a discutere e a lungo dei progetti di questo artista qui su Brooklyn Vegan. Quindi potete immaginare la sorpresa snervante che mi ha attraversato quando ho ricevuto una telefonata per chiedermi se mi sarebbe piaciuto condurre un’intervista esclusiva con lui; la sua unica intervista americana post-tour all’orizzonte. Ne è venuta fuori una conversazione di 90 minuti che ha coperto tutto, dall’Us + Them tour al suo ultimo lavoro in studio da solista, fino al suo attivismo e agli sforzi umanitari, nonché la sua propensione a fare da parafulmine per le polemiche. Non sono Dick Cavett (anziano conduttore televisivo, molto noto negli Stati Uniti, n.d.r.), ma grazie alla natura generosa e volubile di Roger, è stata una conversazione molto fruttuosa e rivelatrice.

Klaus Kinski: Una delle cose più interessanti per me, sia in studio per Is This the Life We Really Want, sia on the road, è stata la nuova band. È probabilmente una delle migliori formazioni della tua carriera solistica e mi sono chiesto come funzionasse con un gruppo di musicisti così giovane.
Roger Waters: Beh, sono contento che questa line-up ti sia piaciuta, come a me. Abbiamo fatto 157 spettacoli in tutto il mondo e mi mancano davvero. So che tutti quelli coinvolti nel tour stanno attraversando un periodo del tipo “che cazzo è successo?”, perché eravamo come una famiglia circense molto felice e quello che facevamo ogni sera… tutti hanno riconosciuto che era davvero speciale. Ora, il fatto che fossero più giovani e, beh, che ci fossero meno scarafaggi in giro – che non è una brutta cosa… non so, sono stati tutti adorabili, persone adorabili e sono tutti dei grandi musicisti. Può darsi che la ragione per cui ho deciso di cambiare i musicisti, in qualche modo ha avuto a che fare con la realizzazione del disco con tutti loro e con Nigel (Godrich). Ad esempio Joey (Waronker). Lavorare con lui in studio… Joey è molto tranquillo e il suo stile è completamente diverso da chiunque altro con cui abbia mai lavorato prima e ne sono rimasto molto colpito. E quindi questa è una delle ragioni per cui ho deciso di cambiare i musicisti dopo Desert Trip (Empire Polo Grounds, Indio, CA, USA, 9 & 16 ottobre 2016, n.d.r.). Anche se, ovviamente, a Desert Trip lavorai già con Jess e Holly (dei Lucius), che adoro, che hanno un enorme talento e che ho incontrato per caso perché ero stato al Newport Folk Festival (Fort Adams State Park, Newport, RI, USA, 24 luglio 2015, n.d.r.) alcuni anni prima. Sai, a Newport mi suggerirono: “Ehi! Vuoi utilizzare qualcuno di questi musicisti?”, “Sì, potrei utilizzare qualche cantante per i cori.” Mi dissero che c’era questa band, Lucius, così andai in rete perché non ascolto molta musica, quindi non avevo idea di chi fossero. Ma vidi “Go Home”, che è un video straordinario, bastano dieci secondi per dire “Wow!”

Ero al Newport Folk Festival per la tua performance e pensavo che avere My Morning Jacket e Lucius come gruppo di supporto fosse fenomenale.
Sì, sono grandiosi. E, naturalmente, Bo (Koster dei My Morning Jacket)! Dopo che Drew (Erickson), il nostro tastierista dopo Desert Trip, era stranamente caduto dalla finestra, due giorni dopo al nostro concerto a Nashville Patrick (Hallahan dei My Morning Jacket) e Bo vennero allo show e dissi loro: “Ho bisogno di un tastierista. Cosa stai facendo Bo?” Si inserì perfettamente. È bello, è fantastico.

Mi fa piacere che tu abbia indicato specificamente Joey Waronker. Sul disco e dal vivo è stato una piacevole novità rispetto allo stile ‘palle al muro’ di Graham Broad. Era perfetto per il materiale dei Pink Floyd e non riesco a immaginare nessun altro che suoni le tue nuove cose.
Sì, è brillante. Boom. Fine della storia. E Jonathan (Wilson) e Gus (Seyffert) sono entrambi musicisti consumati e bravissimi in quello che fanno. E anche ragazzi adorabili. Non lo so, cosa si può volere di più? Quindi è stata un’esperienza molto felice.

Il tuo rapporto col movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha portato a proteste che chiedevano la cancellazione di alcuni tuoi spettacoli. Ad esempio, è successo con i concerti al Nassau Coliseum (Uniondale, New York, USA, 15 & 16 settembre 2017, n.d.r.). Hai avuto esperienze simili altrove?
Sì! All’estero hanno minacciato di buttarmi in prigione in Brasile (ottobre 2018, n.d.r.) perché stavo legando i miei remi alle loro elezioni unendomi al movimento #EleNão che fallì nel suo obiettivo. Bolsonaro, il fascista Bolsonaro, fu eletto nonostante la resistenza nei suoi confronti. Volevo andare a visitare Lula (l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva) quando siamo scesi a sud dov’era in prigione e il giudice locale mi negò l’opportunità. Perché era un momento molto delicato, si approssimavano le elezioni… ovviamente l’unica ragione per cui Lula è in prigione è perché avrebbe vinto le elezioni, senza fare nulla, standosene con le mani in mano, ‘SE’ avesse potuto resistere, cosa che non ha potuto fare, perché lo hanno messo in prigione con accuse di corruzione inventate. In Occidente la gente dice: “Oh sì, un altro politico corrotto”. No, non lo è. Non è un politico corrotto; è in prigione con accuse inventate dai poteri che si trovano in Brasile… Quindi, dove altro… Ho implorato di mettermi in galera in Francia, dove hanno adottato misure draconiane anti-BDS e dove hanno impedito ai giovani di stare davanti ai negozi di alimentari con cartelli che dicevano “Non comprate cibo proveniente dagli insediamenti”. In effetti, ho scritto una lunga lettera alla Repubblica circa due anni fa, chiedendo che cosa stessero facendo e perché lo facevano. È abbastanza difficile capirlo per chi non è francese. Quindi non voglio provare a capirlo da solo per ribadirlo a te, ma basti dire che picchettare un negozio che vende prodotti provenienti dagli insediamenti è considerato un crimine di odio. In Francia! Da non credere! Ricordi “Des Droits De L’Homme” del 1789? Ricordi i diritti umani universali?
Sul fronte BDS, ho fatto molte conversazioni moderate nei teatri con gruppi di persone fino a circa 1000. Forse quella a Vancouver (28 & 29 ottobre 2017, n.d.r.) è stata la più grande con circa 1200 persone. Sono sempre state molto interessanti e profondamente commoventi e spero abbiano portato frutto e abbiano avuto qualche effetto. È stata una strada lunga e difficile. Io sono una novità sulla scena BDS. Me ne occupo dal 2006, solo da 12 anni. E, naturalmente, il problema esiste dal 1948, quindi è una lunga e dura lotta. Anche negli ultimi 12 anni. Ma stiamo facendo grandi progressi e stiamo arrivando al dunque, in particolare con il nuovo disegno di legge che è passato attraverso il senato 77 voti a 24 all’incirca. Le cose stanno davvero arrivando al dunque e le persone sono quasi costrette a rispondere davvero alla domanda posta loro nell’arco degli ultimi 12 anni, circa la negazione dei diritti umani ai palestinesi e il mancato rispetto del diritto internazionale. Non ti annoierò con capitoli, articoli e dettagli perché sono sicuro che non è questo il motivo per cui siamo qui…

Ci sono state proteste violente? Ti sei mai sentito in pericolo? Dopo i tuoi commenti anti-Bolsonaro a São Paulo (Allianz Parque, Brasile, 9 & 10 ottobre 2018, n.d.r.), ti sentivi come se avessi davvero colpito il nido del calabrone?
La mia security ha cercato di convincermi a cambiare hotel e a non rimanere a Rio e blah blah blah… “No. Non cambio hotel. Capisco che siete professionisti e state facendo il vostro lavoro, ma… no.” Forse sono estremamente superficiale perché ebbi un avvertimento un po’ di anni fa a New York. Ebbi un incontro con un uomo che rimarrà senza nome ma che dirige una grande compagnia di sicurezza internazionale e che ha guidato per molti anni il Middle East Desk per la CIA. Vorrei sputare il suo nome, ma non ho intenzione di farlo! Ad ogni modo, ebbi una lunga conversazione con quest’uomo che mi era stato presentato da un comune amico. Si sedette a casa mia e cercò di convincermi che è meglio essere Martin Luther King di Malcolm X, e di spostare la mia politica un po’ più al centro e di essere un po’ più inclusivo e così via. Poi cominciò ad esprimere quasi l’idea che fossi una sorta di kamikaze. Disse: “Se ti attacchi addosso dell’esplosivo e diventi esplosivo e fai saltare in aria le cose, forse rinunci alla possibilità di cambiare le menti e di essere efficace nella battaglia per i cuori e le menti e blah blah blah…” E in un certo senso discussi amabilmente con lui delle sue teorie, del tipo “Non sono religioso, quindi essere Martin Luther King è un po’ diverso, ma prendo atto del tuo punto di vista. Ma Malcolm X è stato profondamente compreso e non è una brutta posizione la sua” e così via. Alla fine di tutto questo, mi guardò e disse: “Bè, non vorrei che ti succeda qualcosa”. E pensavo: vaffanculo, sono minacciato a casa mia, dalla CIA.
Come siamo arrivati a tanto? Oh sì! Le persone che mi preoccupano sono i fan squilibrati. È l’unica preoccupazione che prendo sul serio. Sono sicuro che se il Mossad avesse pensato di uccidermi lo avrebbe già fatto. So di essere sul serio nel loro mirino e lo trovo molto irritante. Sono una spina nel loro fianco. E penso che se potessero farmi fuori uccidendomi lo farebbero, perché hanno pochissimo rispetto per la vita umana, come sappiamo. Ma penso che è il Mark Chapman di questo mondo la preoccupazione più grande.

Quando dici “fan squilibrato” la mia mente è andata dritta a Mark David Chapman (uccise John Lennon a New York l’8 dicembre 1980, n.d.r.) o John Hinckley Jr (tentò di uccidere il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan a Washington il 30 marzo 1981, n.d.r.) .
Perché è tragico. Chapman si aggirava intorno all’hotel Dakota e aveva avuto l’autografo da John Lennon da mesi, a quanto pare. Non ho letto tutta la storia, ma è quella; è la tipica persona pazza che pensa di amarti fino a sentirsi sedotta e abbandonata. Oppure sono semplicemente pazzi che vogliono celebrità o notorietà e sono abbastanza pazzi da puntarti una pistola contro e premere il grilletto. Non è una cosa che desidero.

In qualche modo correlato a questo, Us & Them è stato uno spettacolo narrativo. Non è stato il concerto dei “grandi successi”…
È interessante, scusa se ti interrompo… è interessante che tu lo dica perché sicuramente i primi 20 minuti dello show SONO i più grandi successi ed È la sua narrazione. La narrazione è il mio lavoro. I più grandi successi dei Pink Floyd sono il mio lavoro. Questa è la narrazione. Il fatto che la narrazione si esprima attraverso alcuni dei miei lavori successivi, ad esempio, le quattro o tre canzoni di seguito che faccio da Is This the Life We Really Want?, in realtà, non potrebbe essere altrimenti. È lo stesso uomo, cioè io, che scrive la musica e pensa allo spettacolo e capisce come mettere insieme uno spettacolo e tutto ciò che è stato negli anni ’70. Non sono cambiato, davvero no. La narrazione è sempre stata lì.

Penso che il racconto creato nella seconda parte con “Dogs”, “Pigs”, “Money”, “Us and Them” e “Smell the Roses” sia stato, da un punto di vista politico, particolarmente aspro, specialmente con le immagini. Con un vecchio catalogo così vasto, quanto è stato difficile curare una scaletta che esprimesse il messaggio che cercavi di trasmettere?
Bè, non molto perché i semi erano in Desert Trip. Mi contattarono dicendomi che avrebbero fatto questa cosa in autunno a Coachella, ma non per giovani artisti. Mi dissero che volevano disperatamente che tornassi a Coachella, dove ero già stato nel 2007 o 2008. Ma non come solista; in qualche modo volevano i Beatles, i Rolling Stones e i Pink Floyd come protagonisti. “Sono tutti morti! Non è possibile!”, dicevo loro. “Possiamo coinvolgere anche altri grandi: Dylan, Neil Young e The Who”, mi risposero. “Sono sei spettacoli e li facciamo per tre sere, uno di apertura e uno di chiusura ogni sera. Saresti pronto a fare uno degli spettacoli di chiusura?”, mi replicarono. “E chi sarebbe con me?” “The Who” “Ah fantastico, non vedo l’ora di essere lì.”
Dunque, pensai di aver ricevuto il mantello per un giorno. Anche se adesso sono Roger Waters, era chiaro quello che stavano facendo; ingaggiarono Paul McCartney e i Rolling Stones. E Bob Dylan, Neil Young e The Who. Quindi, dovevo fare cose dal catalogo Pink Floyd. Quindi non feci nessuna delle canzoni nuove. Era tutto materiale del periodo in cui ero nei Pink Floyd. Aprimmo con “Breathe”, facemmo “Time” e così via. Quando, dopo, sono tornato on the road, nel frattempo avevo finito di fare il disco (Is This The Life We Really Want?, n.d.r.) e dovevo decidere quanto del nuovo materiale potevo inserire, perché penso che Nigel Godrich abbia fatto un ottimo lavoro nella produzione del disco. Penso che sia molto forte dal punto di vista politico, della melodia e in termini musicali e ne sono davvero orgoglioso. “Quante di queste canzoni posso metterci dentro?”, pensai. Alla fine ne abbiamo inserite quattro. E sono andate bene, hanno funzionato alla grande. Lo show è stato senza soluzione di continuità. Non c’era un momento in cui pensavi “Oh, questo pezzo è nuovo”; andava e basta. “È un’altra delle sue canzoni”.

Il flusso dello spettacolo è stato fantastico.
Ovviamente nella seconda metà “Dogs”, “Pigs” e “Money” passano e… “Wow!” Tutti rimanevano in soggezione perché c’era la grande centrale elettrica di Battersea in mezzo all’auditorium oppure che saliva dietro il palco. E all’improvviso partiva “Us and Them” e nessun occhio rimaneva senza lacrime. Giustamente, perché si parlava e raccontava di bambini piccoli uccisi per soldi e tante persone si commuovono per questo. Uccidere la gente per soldi è storia della nostra fottuta quotidianità, purtroppo. La ragazza yemenita la cui immagine è sullo schermo sul primo verso di “Us and them” è il soggetto protagonista di “The Most Beautiful Girl”, da “Is This the Life We Really Want?”; non ho ancora ‘scoperto’ la sua storia. Lei è nel film di Jeremy Scahill “Dirty Wars” (film-documentario uscito nel 2013, tratto dall’omonimo libro d’inchiesta del giornalista J. Scahill, che alza il velo sulle ‘guerre sporche’ degli Stati Uniti in Afghanistan, Yemen, ecc…, n.d.r.) e da allora ho cercato di capire che cosa le fosse successo ma ho fallito in questo proposito. Ho chiamato il regista, ho chiamato il suo team di produzione, ma in qualche modo non siamo entrati in contatto e non ho trovato la risposta. Quindi, “The Most Beautiful Girl” parla di un programma di intervento di droni bombardieri, dei Tuesday Meetings (gli “incontri del martedì”)… ogni martedì Obama si accomodava e decideva chi uccidere. È piuttosto strano.

Spaventoso… e senza mostrare alcun segnale di rallentamento.
È molto spaventoso, sì. È ancora più spaventoso se ti trovi nel deserto e a farti saltare in aria è un incendio infernale lontano chilometri. Questo è ciò che rende meraviglioso il film di Sonia Kennebeck, “National Bird” (altro film-documentario uscito nel 2016 sulle ‘guerre a distanza’ degli Stati Uniti mediante droni, n.d.r.). Entra in un dettaglio così intimo, sottile e incredibilmente commovente della situazione delle persone che si trovano negli USAF (United States Air Force, aviazione militare degli Stati Uniti, n.d.r.) con il compito di uccidere a 4000 chilometri di distanza e quanto ne rimangono colpite e in che modo terribile… Non ne rimangono colpiti quanto quei poveri fessi che si fanno saltare in aria, ma è ancora impossibile parlarne.

Questo è un argomento di cui hai parlato nel 1992 con “The Bravery Of Been Out Of Range” (‘La bravura di stare fuori tiro’, dall’album “Amused to Death”, n.d.r.). La violenza ‘con distacco’, da lunga distanza.
Sì. È il mio compito, perché non sono capace di voltare le spalle. Fin da ragazzo mi ha sempre preoccupato, disperatamente, l’idea che se non ti allinei, bè, ti uccidono. Che cosa?! Pensavo che fossimo civilizzati? Se si arrabbiano perché stiamo rubando la loro gomma, o li stiamo schiavizzando o qualunque altra cosa noi bianchi occidentali abbiamo fatto nel mondo… se si arrabbiano per questo, bè, li uccidiamo? Per poi raccontare nei nostri paesi la storia che va tutto bene, che non va male. Che siamo stati scelti da Dio per governare il mondo. Questa idea dello “scelti da Dio per governare” non appartiene solo agli israeliani. Appartiene anche a Mike Pence (attuale Vice Presidente degli Stati Uniti, n.d.r.). È ciò che credono. Credono di essere stati scelti da Dio per governare il mondo.

Soprattutto Pence.
SOPRATTUTTO Pence, sì. Pence è un figlio di puttana spaventoso. Sta lì in piedi dietro il trono, con l’espressione severa.

Quando si parla del tuo attivismo e di diritti umani, sei spesso in posizione difensiva. Mi chiedevo se parlarne diventasse tortuosamente banale o se ti appassionasse la sfida della giostra politica?
No, non mi piace. È un lavoro duro. Ma, in un certo senso, essere costretto a conoscere le cose di cui parlo non è una brutta cosa. Lo si potrebbe vedere come parte di un processo educativo e ho 75 anni. Sono contento di imparare ancora delle cose. Gli attacchi ad hominem, alla persona, che ricevo ogni minuto, e li ricevo ogni minuto su internet dai troll delle lobby israeliane, sono particolarmente irritanti. La cosa veramente negativa dei social media è che se pubblichi qualcosa, ti apri ad avere un quasi-dialogo con persone con cui sarebbe meglio non parlare affatto. Perché ci sono dei fottuti idioti, vili, cattivi, stupidi e non riescono a dialogare. Sono contento di avere conversazioni con persone con un punto di vista opposto ma un quoziente intellettivo al di sopra della temperatura ambiente, capaci di avere una conversazione appropriata sui pro e contro del sionismo o su qualsiasi altra cosa. Si riesce pure ad avere una conversazione sui pro e contro del sionismo, ma alla fine, per quanto le persone siano intelligenti, si entra in un vicolo cieco, di solito perché viene tirato in ballo l’onnipotente, in qualche modo. È molto difficile far quadrare la fede con i diritti umani. Che è uno dei rilievi che muoviamo all’estremismo dell’attività jihadista. Pensiamo che “Queste persone sono pazze” e persino Mike Pence lo crede. Purtroppo, Mike Pence non riesce a capire che non è diverso dai jihadisti; lui fa lo stesso, ha solo una fede diversa. Essere legati alla fede in modo che disumano, sociopatico, folle, come l’Isis, è esattamente quello che fanno gli Evangelici Cristiani negli Stati Uniti che vogliono la fine del mondo, che vogliono la fine dei tempi. Ed è per questo che sostengono il sionismo. Sarebbe divertente se non fosse tragico.

La tua affiliazione al movimento BDS, unita al contenuto apertamente anti-Trump dei tuoi spettacoli dal vivo, ha causato una sorta di spaccatura all’interno della tua base di appassionati. Ti sorprende che i tuoi cosiddetti fan irriducibili possano essere sorpresi dalla portata del contenuto politico?
Così era ma non è più così. Sai, è divertente dirlo perché c’è una pagina di Facebook chiamata “Pink Floyd” che ha 30 milioni di follower o giù di lì. Non ho accesso ad essa! Ma mi ha sorpreso che non si chiedano perché. Se fossi un fan dei Pink Floyd da una vita e ti chiedessi quali sono le tue canzoni preferite, sarebbero quasi sicuramente comprese tra “Meddle” e “The Final Cut”. Sono quelle, è così, è ciò che provano le persone. Ma chi non si pone quella domanda e pensa “Oh, era uno stronzo autocratico arrabbiato e ha rotto la band e lo odio” manca completamente il punto. Completamente. È follia pura. Quindi questa è la faccenda di Facebook; bè, è un’aggregazione non molto brillante. Dunque, quando qualcuno dice “Non voglio ascoltare la sua politica” è come, bè… “Allora perché sei venuto?” Non devi essere d’accordo con la politica. Tutto è iniziato ai tempi di “Amused to Death” e “Leaving Beirut” con la gente che uscendo dagli spettacoli in Nord America, si lamentava oppure chiedeva indietro i soldi del biglietto. Solo perché non avevano davvero mai avuto idea di chi fossi o che cosa facessi o di che cosa si trattasse. Pensavano di saperlo, salvo a scoprire di no. Il che è bello perché ho una base; anche loro mi scrivono, persone che hanno capito. Le persone che sono venute allo spettacolo “Us and Them” e sono scoppiate in lacrime durante lo show. Persone che hanno capito tutto. Capiscono che il mio lavoro riguarda il fatto che scoppio in lacrime quando vedo morire un bambino. Non riesco a sopportarlo. Per ogni bambino sparato dagli israeliani a Gaza al confine, scoppio in lacrime. Non lo sopporto. Ci sono milioni e milioni di persone che hanno un forte senso dell’empatia che scoppiano a piangere quando un bambino muore. E sono davvero felice di questo. Sono davvero felice di avere anche quella comunità sulla quale posso contare e che faccio parte di questa comunità ed è una grande comunità. Se riuscirà ad avere qualche effetto sulla più potente comunità dell’establishment che vuole solo produrre sempre più armi e uccidere sempre più persone e fare sempre più profitti non ne ho idea. Ma tutto ciò che possiamo fare è continuare a provare. So che Brooklyn Vegan ci prova perché ho letto qualcosa. Ma questo è tutto ciò che possiamo fare; continuare ad alzare la voce per dire “No, there is more to life than lucky strikes and some unlucky ones, and folded flags and pipes and drums”.

Non voglio interromperti, ma sono davvero felice che tu abbia appena citato la tua canzone “Folded Flags” dalla colonna sonora di “When The Wind Blows” del 1986. È una canzone così incredibile che potrebbe facilmente adattarsi alla tua setlist.
Ascolta, non c’è motivo per cui non sarebbe adatta. L’altro giorno la stavo cantando a me stesso: “I stood in the wings with you, our lives in the hand of a second-rate actor, holding the on some old stage…”

E poi quel grande assolo di sax…
Non ricordo, Mel Collins o David Sanborn? Sarà uno dei due. Comunque è un assolo fantastico, hai perfettamente ragione. E ci canta anche Paul Carrack! Bè, non tutte le canzoni, ma canta tutti i ritornelli e suona il piano elettrico. È stato nella mia band per un po’, sai, quando mi sono messo a girare nei primi anni 2000. Che persona adorabile.

Ho quasi avvertito la mancanza di Robbie Wyckoff nel tour di “Us+Them”. La sua voce ricorda quella di Paul Carrack su “Folded Flags”.
Sì, ha una bella voce. Robbie è finito in disparte perché ho capito che potevo fare la voce con qualcuno che suonasse anche la chitarra piuttosto che stare lì come un limone. Con il tour “The Wall” andava bene, perché c’era la costruzione del muro e ci si poteva stare dietro. E c’erano anche molti uomini che cantavano perché i Lennon c’erano tutti, siano benedetti. Kip, zio Pat, Markie …

Parlando di voce, ho apprezzato il modo in cui Holly e Jess dei Lucius hanno gestito l’assolo vocale di “The Great Gig in the Sky” nel tour di “Us+Them”.
Lo adoro! Ovviamente all’inizio mi hanno detto: “Dobbiamo davvero cantare tutte le parti di Clare (Torry)?” Ed io: “No, immaginiamo qualcosa.” Abbiamo passato molto tempo insieme, ad immaginare come farlo, c’era bisogno che fosse blues, doveva essere un po’ questo, quello e l’altro… alla fine: “Dovete mettere il vostro timbro.” Ed è brillante come lo hanno fatto.

E certamente l’esecuzione ha avuto un’evoluzione. La versione a Hyde Park nel luglio 2018 è stata diversa da quella al concerto alle Meadowlands di maggio 2017.
Ha continuato ad evolversi. Sai, quando hai detto che Hyde Park era l’ultimo spettacolo che hai visto… era nel mezzo del nostro tour. Abbiamo continuato ad evolvere dopo. E ho cambiato lo show ogni giorno. Non passava un solo giorno in cui non lo guardassi e non prendessi appunti, anche se riguardava l’illuminazione o molto spesso anche la musica: “Aspetta un attimo” e passavo ad una canzone e dicevo: “Come stavi suonando su quelle due battute?” “Sì, vero” e cambiavamo. Bello.

E la band? Sono stati bravi ad adattarsi?
Oh sì, certo. Assolutamente. Penso che quando i collaboratori sono nuovi per me, a volte ci vuole un po’ di tempo perché non sono un virtuoso bassista o chitarrista o cantante o altro. Conoscono i brani, hanno ascoltato i brani, quindi deve succedere qualcosa nelle mie orecchie, che devo avere nelle orecchie. Ma quando entriamo nel vivo, tutti pensano “Oddio, non perde niente! Sente tutto!” E si sviluppa il rispetto. Li rispetto, altrimenti non sarebbero con me. Quindi entriamo in un rapporto di lavoro davvero simbiotico basato sul rispetto reciproco in tutte le nostre capacità musicali e umane. Non puoi fare quello che facciamo se sei un coglione.

È stato Nigel la forza trainante nel mettere insieme questo gruppo di musicisti?
Joey, Gus e Jonathan: si presentò con questi tre ragazzi. Loro erano lì. Entrai e mi disse: “Voglio davvero che tu lavori con questo batterista” e io dissi: “Ok”. Così fu; Joey era molto tranquillo e cominciammo a lavorare. Poi: “Penso che questo ragazzo ti piacerà. È Gus. Suona il basso.” E si mise a suonare il basso. È fantastico. Estremamente compito, è anche produttore e scrive. E poi Jonathan, che è un vero artista e un grande chitarrista nonché un ragazzo adorabile. E anche un grande cantante. Successe questo. Non ero sicuro che funzionasse, ma è successo.

A primo impatto, ho pensato che Jonathan fosse fantastico e avesse una presenza scenica incredibile.
È un hippie! Lo facemmo per scherzo, ma poi ha funzionato. E l’ho presentato così per tutto il resto degli spettacoli. Ogni band dovrebbe avere un hippie, e lui è il nostro. Mr. Peace and Love dalla California del sud! E suona molto bene. Sai che facemmo? Ora ti dico una cosa perché sei interessato alla musica. All’inizio del tour facevamo “Vera” e “Bring The Boys Back Home” oppure “Mother” come pre-bis prima di “Comfortably Numb”. Poi iniziammo a fare altri brani così, ad un certo punto, dicevamo: “Che cosa facciamo stasera?” “Uh, ‘Gunner’s Dream’? Oppure ‘Two Suns in the Sunset’.” Lentamente ma con convinzione stavo inserendo altre canzoni. Sto pensando di fare un disco, in realtà, che si potrebbe chiamare “The Encores”. Riunendo la band ed utilizzando registrazioni live e/o incidendole dal vivo. Cominciammo con “The Bravery of Being Out Of Range”. Sono circa 11 le canzoni che preparammo come bis e che sono molto piacevoli da fare.

“Two Suns in the Sunset”. Mi piacerebbe sentire Joey su quel brano.
Lui è un grande. Sul disco (The Final Cut), c’è (Andy) Newmark. Suonai il brano a Nick (Mason) e lui mi disse: “Non riesco a suonarlo. Ma sei impazzito? Ogni altra battuta è 5/4, no?” Benedetto Nick! Mi disse: “Non riesco a suonarlo”.

Buona consapevolezza!
Proprio così, giusto!

La temperatura allo show di Hyde Park era di circa 40 gradi, e ancora di più sul terreno sotto il sole diretto. Voi avete suonato nel pomeriggio sotto la luce diretta del sole. Come andò? Tu e la band sembravate e suonaste più solidi che mai, ma dev’essere stato terribile.
Fu snervante. Il caldo non fu rilevante. Fu supersnervante per me. Era il mio show e dovevamo farlo alla luce del sole. Quindi, in realtà, lo spettacolo non si poteva vedere. Tutto si concentrava sulle canzoni, sulla musica. Fu difficile per me suonare in pieno giorno. Quello è l’unico posto al mondo in cui lo abbiamo fatto in pieno giorno.

E in cielo non c’era una nuvola.
Fu brutale. Ma fu un buon spettacolo. Venne fuori molto bene, ma ho pienamente compreso il dispiacere dei fan che dicevano “Perché fai un solo spettacolo all’aperto a Londra, alla luce del sole?!” E pensavo esattamente la stessa cosa. L’alternativa sarebbe stata di fare sei spettacoli nello O2 che avevo già fatto a Londra. In quel particolare momento del tour, il carico di lavoro era oltre ogni immaginazione. Suonammo a Dublino, Glasgow, Hyde Park, Birmingham… era inesorabile, e poi in Europa: a Bologna, a Milano, facemmo 8 spettacoli in 12 giorni, a un certo punto. Ma quello fu brutale.

Facevo parte della crew locale quando suonaste a Barclays e devo dire che la quantità di camion che dovevamo scaricare era pazzesca. Per un tour di tali dimensioni, c’è già una crew che allestisce nella città successiva mentre si smonta laddove suoni?
Quando suoniamo all’aperto, sì. Abbiamo una squadra locale che costruisce tutte le impalcature prima del nostro arrivo. Al chiuso, no, l’intera cosa può andare in una notte. Sono tanti i TIR per “Us+Them”, ma non erano niente rispetto a “The Wall”. In Sud America, quando abbiamo fatto The Wall, penso che abbiamo impiegato 61 TIR. Lo so, ma che cosa ci puoi fare?

Mi piacerebbe parlare del recente salvataggio di Ayyub e Mahmud Ferreira. Il loro papà partì per la Siria da Trinidad per unirsi all’Isis, portando con sé i suoi ragazzi. Quando è stato ucciso, hanno languito lì finché non li hai salvati fisicamente e li hai riuniti alla madre. Quanto tempo c’è voluto perché la missione si realizzasse?
Sto cercando di pensare dall’inizio alla fine… Posso parlartene con esattezza perché me lo ricordo. Ho finito il tour a Monterrey o a Guadalajara. Il 10 dicembre eravamo a Città del Messico, rimasi là per un paio di giorni, poi salii su un aereo e tornai in Inghilterra a casa mia per passare il Boxing Day (Santo Stefano, n.d.r.) in famiglia. Ero lì e ad un certo punto pensai: “Che cosa devo fare prima di Natale? Sono qui a Londra. Una delle cose che voglio fare è vedere Clive Stafford-Smith (avvocato, fondatore e responsabile dell’organizzazione non governativa inglese Reprieve, particolarmente impegnata per la chiusura di Guàntanamo, nella base americana dell’isola di Cuba, che ‘ospita’ terroristi catturati dalle truppe USA, senza processi né condanne, battaglia da tempo condivisa da Waters, n.d.r.).” Ero stato molto in contatto con lui su ogni genere di cose, soprattutto a proposito delle persone nel braccio della morte, quel genere di cose, il tipo di lavoro legale che fa. Lo chiamai e gli dissi: “Clive, andiamo a cena o pranzo se sei a Londra. Che ne dici di venerdì?” Mi disse che non poteva quel venerdì perché era in Iraq. “Che cosa stai facendo in Iraq?” “Bè, è ​​una lunga storia.” “Quando tornerai?” “Torno sabato mattina.” “Va bene, resterò a Londra un altro giorno. Possiamo pranzare?” Così facemmo. Gli chiesi che cosa stesse facendo in Iraq; in realtà era in Siria e iniziò a raccontarmi la storia. Bevvi un bicchiere di vino e gli dissi “Continua”. Poi bevvi un altro bicchiere di vino. Quindi, dissi: “Bene, dobbiamo andare a prendere questi bambini.” “Non è così facile.” “Perché?” “Il governo di Trinidad non ha interesse a farli tornare. Non possono viaggiare senza passaporto, senza documenti.” “Bene, da dove devono arrivare? Dalla Croce Rossa internazionale a Ginevra o devono essere rilasciati dal Commonwealth Office di Londra? Chi può organizzare tutto questo?” “Dal Primo Ministro di Trinidad e Tobago.” Mi disse che quello che potevo fare era scrivere un editoriale per il giornale locale a Trinidad. Lo feci. “Se dovessimo ottenere quei documenti come potremmo venirne in possesso?” “Andrei a Vienna e poi volerei da lì ad Erbil, nel nord dell’Iraq, per poi guidare fino al confine e andare a circa 30 minuti oltre.” Avevo appena finito la tournée e, lo confesso, pensai: “O Cristo, non posso farlo… Farò finta di essere ancora on the road, farò finta di avere ancora accesso ad un aereo privato, costerà solo qualche soldo e andremo tutti insieme, sarà divertente. Andremo con Felicia, la madre.” Cominciammo a smuovere il governo a Trinidad. Feci le prime pagine del Newsday a Trinidad e il Primo Ministro disse “Ok!”. Tre giorni dopo produssero i passaporti a Londra, due giorni dopo facemmo arrivare Felicia da Trinidad a Londra. Allora ero in Svizzera. “Quando andiamo? Andiamo nel weekend?” “Il prossimo fine settimana”. “OK.” Poi: “No, dobbiamo smetterla” perché erano intervenuti i miei collaboratori dicendo: “Non puoi andare, ti rapiranno. È ridicolo. Non essere così stupido. Non puoi assolutamente andare in Siria. Sei pazzo!” E invece andai: “Vado, chiusa la discussione.” Dovemmo fare un’assicurazione, comunque si trasformò tutto in un’enorme confusione, come puoi immaginare. Ma non dovevo farmi convincere. Per farla breve, alla fine Felicia arrivò a Londra, poi ci incontrammo tutti a Zurigo, con Kamilah, la mia dolce metà. Io, Clive, Felicia e un paio di addetti alla sicurezza, un giornalista della NPR e un giornalista di Trinidad, la mattina dopo salimmo su un aereo diretti in Iraq. Trascorremmo diversi giorni a persuadere i funzionari locali affinché i bambini potessero andare oltre confine. C’è una registrazione audio di NPR, che ho ascoltato per la prima volta oggi, nella quale (sono orgoglioso di dirlo) mi si può sentire gridare contro alcune persone dell’ufficio del Primo Ministro nel ristorante dell’hotel di Erbil perché non volevano consentirmi di entrare in Siria, dico anche loro che non dovevano comportarsi in quel modo, che dovevano rilasciare i permessi perché i bambini potessero attraversare il Tigri per uscire dalla Siria. Cosa che – sono felice di dirlo – fecero. E sono anche felice di dire che mi è stato riferito che fu possibile grazie a quelle urla nel ristorante.

È fantastico; si tratta di bambini, eppure c’è stata tutta questa burocrazia che non ha fatto altro che ostacolare la missione ad ogni passaggio.
È incredibile, vero? Come se fossero dei terroristi! È per questo che non possono andare a casa dalla madre? Hanno 11 e 7 anni. Ce ne sono altri due, ora, dei quali sto iniziando a parlare con Clive. Non ho idea di cosa possiamo fare, ma sono due la cui madre è appena morta per alcune malattie croniche sconosciute e per malnutrizione. Era sposata con un combattente Isis ed era originaria di Zwolle nei Paesi Bassi. Ha lasciato nel campo un bambino di 4 anni e uno di 2 anni al gelo e soli. Sono orfani adesso. Allora che cosa fare? Bisogna andare! Non puoi dire: “Oh, il problema non mi riguarda” Non ho dubbi che io e Clive dovremo in qualche modo capire come persuadere i poteri a non lasciare che questi bambini muoiano. Sono olandesi. Due piccoli bambini olandesi, di 4 e 2 anni. Devono andare in Olanda. Hanno bisogno di essere affidati allo Stato o alle cure di una famiglia affidataria e, auspicabilmente, alla fine saranno adottati, perché gli olandesi sono persone molto calde, gentili e amorevoli in generale. Non ho dubbi sul fatto che se si riesce a chiarire la burocrazia e tutte le paranoie intorno a questo caso, troveremo il modo per mettere al sicuro questi due piccoli bambini.

Parteciperai fisicamente anche a questo salvataggio?
Non ne ho idea. Non so mai che cosa farò. So cosa NON farò. Non ho intenzione di passare il resto della mia vita a noleggiare aerei privati per fare ciò che dovrebbero fare i governi. Ma posso diventare parte della conversazione. Non ne ho idea. Potrei dover andare. Solo che non lo so, non posso proprio rispondere a questa domanda.

Al momento i Curdi detengono più di mille bambini
Esatto. Nel nord-est della Siria ci sono tre campi. Purtroppo, la seconda storia che Ruth Sherlock (giornalista di NPR, n.d.r.) ha appena registrato e sta postando su NPR ha effetti sonori che sono profondamente angoscianti. Descrive la tragica morte di una bambina di 7 anni nella tenda in fiamme in un campo profughi. E accade spesso. L’unico modo che quelle persone hanno per non morire congelati è l’uso delle stufe a cherosene che sono molto pericolose. E provocano incendi e la gente muore… brucia fino alla morte. La settimana scorsa questo è successo a quella bambina. Ma è una cosa facile da risolvere. Se pensi al costo di un missile infernale, si potrebbe risolvere tutto questo. Salvare la vita della gente è incredibilmente economico rispetto a ucciderli. Uccidere è costoso. Ecco perché è così popolare presso l’apparato militare industriale. Uccidere persone è perfetto. È incredibilmente costoso e nell’apparato bellico tutto diventa obsoleto molto presto. Quindi, un aeroplano da 10 miliardi di sterline uccide per pochi anni. E devi costruirne un altro. E ogni volta che lasci cadere una bomba si svaluta a zero. Scoppio. Andato. Perfezionare. Enormi profitti per tutti ed enormi somme di denaro per i Raytheon, i Lockheed, i lobbisti. È disgustoso ma purtroppo vero. Questo avviene nel nostro nome. Nei Tuesday Meeting (gli “Incontri del martedì”) c’è chi dice “uccidiamo al-Awlaki (Abdulrahman Anwar al-Awlaki, nato il 26 agosto 1995 era un ragazzo di 16 anni yemenita ma con passaporto americano che fu ucciso mentre mangiava all’esterno di un ristorante in Yemen, da un drone, in un attacco ordinato dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 14 ottobre 2011. Il padre Abdulrahman al-Awlaki, Anwar al-Awlaki, era accusato di essere un leader operativo di al-Qaeda nella penisola arabica. Anwar fu ucciso da un drone della CIA in un attacco anche questo ordinato da Obama, due settimane prima del figlio. Il caso è trattato nel film ‘Dirty Wars’, n.d.r.), è un ragazzo di 15 anni. Ha un cellulare, sarà facile da trovare, basta un drone e via col fuoco.” E lo hanno fatto. Era seduto davanti al bar. Era un cittadino americano. Che cosa ha fatto? Bè, suo padre era un imam che predicava il dissenso. “Era contrario alla nostra egemonia e alla nostra politica estera. Era un musulmano.” “Oh vaffanculo, ok, uccidiamo il ragazzino. Uccidiamo anche i suoi amici, perché no. Se sono così stupidi da stare seduti a prendere un caffè con lui.” Ma è malato. È molto malato… Nessuno si è mosso a pietà. Ad ogni modo, continuerò il più possibile a non ignorare. E se posso aiutare a far uscire altri bambini dalla Siria, lo farò. Ma allo stesso modo, se potessi in qualche modo contribuire a spingere l’ago della politica estera USA lontano dalla distruzione della Siria… hanno già distrutto l’Iraq e la Libia e praticamente anche la Siria… Adesso sono nei guai perché sulla mia pagina Facebook c’è “Giù le mani dal Venezuela”. Puoi immaginare quante critiche sto avendo per quello.

Oh sì, la lettera aperta su Medium di Adriana Kohlofer (giovane analista di Goldman Sachs, uno dei colossi della finanza mondiale, n.d.r.) ai socialisti democratici degli Stati Uniti.
Ah, l’hai letta. Hai letto la sua lettera e la mia risposta alla sua lettera?

Sì. Le riflessioni di un gestore patrimoniale privato per Goldman Sachs…
Non si può inventare. Certo, mi è stato detto questo pomeriggio, poche ore prima che ti chiamassi, che ha perduto quel lavoro o non lo fa più dal 2017. Mi è stato chiesto se volessi stampare una replica… ma no! Dovrebbe dire a Google di mantenere aggiornato il suo profilo (l’affermazione fa riferimento al profilo della Kohlofer presente sul motore di ricerca Google, espressamente richiamato da Waters nella sua risposta alla lettera aperta della economista, n.d.r.). Non le piace essere chiamata così. Francamente, secondo me, una volta Wealth Manager per Goldman Sachs, lo rimani per sempre.

[Parliamo da un’ora, quando riceve una telefonata.]

Scusa, era uno dei miei figli.

Oh, dovremmo avviarci verso la conclusione?
Bè, è passata un’ora. Posso fare altri 10 minuti forse, se va bene per te. Come probabilmente hai capito, sono una persona cortese e se parlo delle cose a cui tengo potrei andare avanti tutto il giorno e la notte. Perché mi interessano queste schifezze. Allora, cosa c’è nei tuoi appunti che, se non ne parlassimo, diresti “Diamine! Perché non gliel’ho chiesto?!”

Bè, una delle cose che tengo annotata…, ma forse questa è più una domanda per Alan Parker, si è mai parlato della rimasterizzazione di “The Wall” e della pubblicazione in bluray?
Sono sicuro che è uscito in bluray.

No.
No? Bè, parlerò con la Universal e dirò loro di far uscire il bluray!

C’è una buona relazione tematica tra “Amused to Death” e “Is This This Life We Really Want?”. Ci sarà mai il terzo disco di un’ipotetica trilogia?
Lo spero. Non ho intenzione di smettere di lavorare. Il prossimo passo potrebbe essere “Encores”. Adoro l’idea perché è semplice e non devo scrivere nulla. Tuttavia, penso che ce ne sarà un altro… Mi è rimasto molto materiale quando ho finito con Nigel (Godrich). Ad esempio, i versi più importanti di “Déjà Vu” non sono nel disco.

Ricordo di aver letto qualcosa al riguardo. Erano tanto controversi?
No, penso che per Nigel fosse una questione di estetica editoriale. Penso che sia stata una questione estetica. Sai quali sono i versi? Eccoli:

Se fossi stato Dio, non avrei scelto nessuno.
Avrei messo una mano uniforme
Su tutti i miei figli, tutti.
Sarei stato contento di rinunciare al Ramadan e alla Quaresima
Tempo che avrei trascorso in compagnia di amici
Spezzando il pane e riparando le reti

Sì, è stata una mossa abbastanza audace lasciarli fuori dal disco. In effetti, c’è una strofa precedente che… capisco perché abbia voluto lasciarla fuori perché molto polemica:

Se fossi musulmano e tu fossi ebreo
Se fossi un qualcosa e tu fossi un indù
Scambieremmo il peso di queste catene
E la carneficina sui treni per voltare pagina?

…O qualcosa di simile. Ok, posso capire, questa strofa è un po’ un colpo agli occhi con un bastone affilato. “Se fossi stato dio, non avrei scelto nessuno”: questo verso è importante.

È sicuramente in linea con il resto di “Déjà Vu”…
Sì, certo, perciò l’ho scritto. Ad ogni modo, non mi dispiace che non sia sul disco, perché significa che posso raccontarlo alla gente. C’è anche un’altra canzone sul disco e che ho scritto… sono tante le canzoni che ho scritto. In verità, Nigel ha eccepito solo su “Déjà Vu”, solo sull’inizio della canzone, e sul verso “a volte guardo il cielo notturno” (da “Broken Bones”) che adoro. Tutto questo fa parte di una narrativa teatrale che avevo scritto come un’opera radiofonica, il cui protagonista avrebbe dovuto essere un ex militare della Seconda Guerra Mondiale seduto su uno sgabello da qualche parte sulla Second Avenue e che ricorda la sua esperienza del D-Day (parola che fa riferirmento allo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, che segnò l’inizio della liberazione dell’Europa continentale dall’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale, n.d.r.). “C’erano pesci morti e merda nell’acqua” e poi “A volte guardo il cielo notturno” e poi il resto di quella canzone sarebbe potuto venir fuori da quella roba. Ma poi ci sono un paio di canzoni che non sono sul disco e una di esse si chiama ‘Hell No’ ed è una conversazione immaginaria con un veterano del Vietnam. Ha a che fare con i veterani e fa così:

Did you humiliate the enemy in front of his wife and kids
Did you pile up bodies in the orderly room
Did you think it was a free ride?
Hell no
Did you think you were a virgin bride?
Hell no
Did you think it would be easy?
Hell no
Did you think it would be a breeze?
Hell no

Hai umiliato il nemico davanti a moglie e figli
Hai accumulato i corpi in fureria
Pensavi che fosse un viaggio gratis?
Diamine, no
Pensavi di essere una verginella?
Diamine, no
Pensavi che sarebbe stato facile?
Diamone, no
Pensavi che fosse un gioco da ragazzi
Diamine, no

E va avanti in quel modo, ma è molto spigoloso e mi piace. Mi piace musicalmente. “Eri Rocky, eri John Wayne, sei stato fortunato o eri fottutamente pazzo?” Adoro quella frase!

Ha uno stile di racconto molto “Pros and Cons of HitchHiking”.
Sì, talvolta sono ripetitivo.

No, no, non intendo essere affatto riduttivo, credimi. Adoro la narrazione di quell’album e questo mi ricorda qualcosa di quel genere.
Dovevo ascoltare… anzi, no, non dovevo ascoltare, ma qualcuno mi ha mandato un link a “The Final Cut” circa due settimane fa. E ho iniziato ad ascoltarlo e mi ha preso molto. Questa cosa può sembrare del tutto narcisistica, ma mi son detto: “Caspita, è così bello.” Una canzone dopo l’altra… c’è solo una canzone che non mi piace che si chiama ‘Not Now John’ e che avrebbe dovuto intitolarsi ‘Fuck All That’ perché quello era il suo titolo di lavorazione. È piuttosto ordinario. Ma tutte le ballate e la narrazione sono brillanti. ‘The Gunner’s Dream’ è ovviamente il diamante della raccolta.

Un’ultima domanda. Hai in programma di scrivere la tua autobiografia?
Sì. Scrivo di tanto in tanto, ho scritto racconti, aneddoti e frammenti di questo e quello. Quando comincio a scrivere, ci torno dopo qualche giorno, dò un’occhiata e giungo alla conclusione che, contrariamente a quanto mi hanno detto tutti i miei fottuti insegnanti della scuola primaria, posso scrivere. E scrivo in prosa oltre a poesie e canzoni. Attualmente scrivo in prosa. Recentemente ho riletto una trilogia di racconti che avevo scritto sull’esperienza a Beirut (della quale parla la canzone/racconto ‘Leaving Beirut’, pubblicata coe singolo nel 2005, n.d.r.) . Uno di essi mi ha davvero colpito, perché solo l’idea è molto importante. Non te lo leggo perché non lo trovo, ma non è molto lungo, solo poche migliaia di parole. Ma la storia è questa …

[A questo punto Roger mi racconta la storia a memoria, ma visto che potrebbe essere pubblicata, non la riporto qui. Dopo il racconto, Roger continua…]

Sì, tienilo per te, ma questa è una sintesi. Quindi in risposta alla tua domanda: sì, sto scrivendo ed è strano. Ti prometto che la Random House (notissima casa editrice americana, fondata nel 10925, n.d.r.) o un’altra non smetteranno mai di bussare alla mia porta.

[A questo punto, l’intervista ha fatto il suo corso. Mentre chiudiamo la conversazione, che a questo punto si avvicina ai 90 minuti e stiamo per lasciarci, Roger spara l’ultima sentenza…]

È opinione diffusa che gli altri ragazzi fossero i musicisti della band. È una grande stronzata!

traduzione e redazione:
Carlo Maucioni
CYMBALINE – Pink Floyd Magazine

Shine On!

8 comments

  1. Ciao “ragazzi” , Simone , nell’intervista di Roger non c’è niente riguardo un eventuale uscita di un bluray dell’ultimo tour , quindi ho l’impressione che non lo farà , peccato mi dispiace molto perché è stato un grandissimo concerto 😭😭😭

  2. l’avevo letta in inglese… averlo saputo mi risparmiavo la fatica,
    beh dai.. diciamo che lo sforzo mi ha aiutato a recepirla meglio..:)
    cmq davvero interessante!
    spero di essere come lui quando avrò 75 anni!

    1. ciao echoes! mi dispiace ma non sono riuscito a pubblicarla prima.. dai così hai ripassato un Po di inglese! 😉
      alla fine le bombe sono 2: un forse nuovo disco “encores ” e la sua autobiografia in lavorazione.. e noi aspettiamo ahaha!

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