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RATTLE THAT LOCK: TUTTI I TEASER VIDEO

Ci avviciniamo sempre di più all’uscita del quarto disco solista di David Gilmour, Rattle That Lock, e dal canale youtube ufficiale in questi giorni sono stati pubblicati alcuni video teaser dei pezzi contenuti nel disco. Qui sotto quelli pubblicati fino ad ora.

E in più oggi alla BBC Radio2 verrà presentato il nuovo singolo:TODAY. Il brano verrà trasmesso tra le 17 e le 19 (ora inglese) di oggi giovedì 3 settembre. Per ascoltare il programma clicca qui. Il file dovrebbe essere pubblicato poco dopo la fine del programma.

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David Gilmour: “A Boat Lies Waiting è un pezzo al pianoforte che avevo scritto e originariamente registrato molto male su un piccolo registratore mini-disc, non si può dire proprio uno studio di registrazione… e l’ho registrato quando nostro figlio Gabriel, che ora ha 18 anni, era un bambino, lo puoi sentire piagnucolare… L’ho fatto nel salotto, chiedendo alle persone presenti di fermarsi un attimo. E a volte ci vuole molto tempo prima che un’idea musicale si ripresenti e si mostri da dove è stata nascosta per tutto quel tempo. Credo che… qualcosa come la sensazione di fluttuare, provocata dal pianoforte su quel pezzo abbia fatto pensare a Polly al mare e a Rick Wright, che amava enormemente navigare sull’oceano con la barca… e ci ha ispirato praticamente a scrivere una canzone su Rick.

Nel video qui sotto è possibile ascoltare parte del brano d’apertira dell’album, “5 A.M.“: nella clip, oltre ad ascoltare alcuni secondi della canzone, è possibile vedere anche delle immagini tratte dalle registrazioni della stessa, in studio, nelle quali Gilmour è affiancato da un’orchestra.

(altro…)

DAVID GILMOUR INTERVISTATO DA “LA REPUBBLICA”

Mentre Polly Samson ci conferma che le prove per il tour sono finite ed è tutto pronto per iniziare, David Gilmour non smette di rilasciare interviste e promuovere il suo nuovo lavoro solista, in questi giorni su molti giornali si possono leggere sue interviste ed articoli inerenti a Rattle That Lock ed al relativo tour, qui di seguito l’intervista rilasciata a Gino Castaldo per Repubblica.it:11892266_1202027589822814_3928276913353774618_n

Possiamo definirlo un album concept? Quasi come l’Ulisse di Joyce, racchiuso nel corso di 24 ore?
“Beh, non era intenzionale questo riferimento, ma direi che sì, il paragone è giusto”.

Come sempre nel suo stile si avverte una linea di sottile malinconia che accompagna il disco. E così?
“C’è sicuramente in alcuni passaggi, in alcune canzoni, ma alla fine non credo sia un disco triste, al contrario credo sia un disco ottimista”.

E come riesce ad esserlo guardando quello che succede nel mondo?
“Per prima cosa sono un ottimista di natura, e poi credo piuttosto sia un problema di spingere se stessi a reagire alle brutte cose che succedono, realizzare che si può fare la differenza, si può pretendere qualcosa di meglio, anche dai governi che guidano i nostri paesi. Forse ottimismo non è la parola più giusta ma è questione di battersi per i propri diritti, afferrare i momenti migliori della nostra vita e vivere all’interno di quelli”.

Ascoltando il suo inconfondibile stile chitarristico, viene da pensare che assomigli a una voce umana, come fosse un canto. E seguendo il viaggio suggerito dal disco si arriva a “A boat lies waiting”, con le voci di Crosby e Nash, dedicato al compianto Rick Wright. Come definirebbe il suo legame con Rick?
“Incredibilmente avevamo una sorta di comunicazione telepatica. Non parlavamo molto, non ce n’era bisogno, ma quando ci trovavamo in studio o sul palco ci parlavamo attraverso la musica, era il nostro legame profondo. Sento la sua mancanza con molto dolore, come amico, ma mi manca molto anche quella intesa musicale. Il pezzo è come una pausa nel viaggio, un momento per riflettere e pensare a Rick”.

Nel disco c’è un pezzo dal sapore jazzato, “The girl in the yellow dress”, ambientato in una atmosfera da jazz club, che è piuttosto insolito. A memoria ricordiamo solo un pezzo dei Pink Floyd di Meddle, “Saint Tropez”, che aveva un vago sapore jazzistico…
“Sì, è vero, è insolito, ma in questo caso non avevo un piano preciso, è venuto fuori così e mi è piaciuto molto, ha a che fare con le mie prime influenze musicali e poi mia moglie Polly ha scritto dei versi molti belli”.

A proposito di questo, la gran parte dei testi sono stati scritti da sua moglie Polly Sampson, così com’è accaduto in passato, anche in alcuni pezzi targati Pink Floyd. Non è complicato lavorare con la propria compagna di vita?
“Direi proprio di no. Anzi, mi ispira molto. Polly è una brava scrittrice ha pubblicato molti buoni libri, e ha imparato col tempo a trovare le parole giuste da abbinare con i suoni. Lei scrive dei versi che io posso cantare con molta naturalezza. Diciamo che per me è un privilegio”.

Lei sarà in Italia per due date, il 14 settembre all’Arena di Verona e il 15 a Firenze. Ci saranno soprese come nel tour di “On an island”, quando portò in scena una meravigliosa versione di “Shine on you crazy diamond”?
“Posso dire che sì, certamente, ci sarà qualcosa del repertorio Pink Floyd, ma è ancora tutto in lavorazione. Come l’altra volta ci sarà al mio fianco Phil Manzanera che ha anche prodotto il disco”.

Come riesce a trovare ancora entusiasmo dopo una carriera così lunga e felice?
“Credo che il disco sia una risposta. L’entusiasmo è nel lavoro che faccio, nell’idea di poter continuare a farlo. Il disco precedente è stato realizzato in modo molto più solitario. Questo è molto più connesso, più attuale, ho lavorato con molti musicisti, ed è di fatto più entusiasmante. C’è sempre modo di trovare nuovi stimoli e nuove idee”.

Non le viene la tentazione di cercare alcuni grandi protagonisti della sua generazione e realizzare con loro un progetto di grande respiro storico?
“In passato qualche volta è successo, ho collaborato con alcuni dei grandi, ma sì, può essere una buona idea, magari per il prossimo disco”.

Intervista di Gino Castaldo.

Dalla pagina youtube di Sony Music Belgium abbiamo un nuovo promo video di Rattle That Lock in cui si possono ascoltare alcuni secondi di una nuova canzone.

Shine On!

DAVID GILMOUR INTERPRETA “HERE, THERE AND EVERYWHERE” DEI BEATLES!

11896228_1197596003599306_475299120099828678_nDal sito del magazine Mojo: “Avrei voluto far parte dei Beatles”, dice l’uomo dei Pink Floyd a MOJO, che pubblica una sua cover di ‘Here, There And Everywhere‘ esclusivamente sul CD gratuito allegato al nuovo numero di Mojo (il 263), disponibile dal 25 agosto. Circa due anni fa, David Gilmour molto gentilmente inviò a MOJO una cover del brano dei Beatles ‘Here, There And Everywhere’. Siamo tanto contenti della sua interpretazione dei Fab Four che abbiamo voluto condividerla e, dopo qualche lusinga, alla fine è stato d’accordo con noi di inserirla nel CD come allegato gratuito. “Avrei davvero voluto far parte dei Beatles” dice Gilmour a MOJO a proposito della genesi della sua cover. “Mi insegnarono a suonare la chitarra, imparai tutto. Le parti di basso, la principale, la ritmica, tutto. Erano fantastici.” 11243804_1612509695681498_4671293509280760124_nQuell’amore è manifestato nella meravigliosa cover del brano presente in Revolver (1966), registrata con suo figlio Joe. Assolutamente inedito, il brano è la pietra miliare della nostra raccolta di musica – ‘David Gilmour & Friends’ – disegnata per celebrare la vita, l’opera e l’influenza del leader dei Pink Floyd. Nella nostra compilation appaiono alcuni dei più stretti collaboratori di Gilmour, mentre il chitarrista stesso è presente in sei dei brani, tra i quali canzoni di Phil Manzanera, Robert Wyatt e The Pretty Things. Il CD è accompagnato da una importante, nuova, intervista con Gilmour, che ha visto Tom Doyle di MOJO fargli visita a casa, un luogo molto appropriato considerando l’album in arrivo – il primo dopo nove anni – nel quale collabora con Polly Samson, sua moglie. (Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Fan Club)

Shine On!

DAVID GILMOUR: INTERVISTA A CLASSIC ROCK: IL PASSATO, IL PRESENTE, IL FUTURO


Altra interessantissima intervista a David Gilmour per il rock magazine Classic Rock, giorno dopo giorno emergono sempre più dettagli sull’album Rattle That Lock in uscita il 18 settembre, adesso sappiamo anche che ci saranno un valzer, un po’ di funk e due canzoni jazz… Ma David è stato ricco di particolari anche sui primi anni in cui è entrato a far parte dei Pink Floyd, sul modo di scrivere i testi di Polly Samson, la sua opinione su “Live at Pompeii” e molto altro, ma ecco a voi la traduzione completa dell’intervista a cura di Cymbaline – Pink Floyd Fan Club!

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DAVID GILMOUR SU CLASSIC ROCK: Il Passato, Il Presente, Il Futuro

Ritorna con un nuovo, grande, album solista e un tour, ma David Gilmour dice che i maiali dovranno volare prima di ritornare sotto il nome dei Pink Floyd. Nascosta sulla riva del fiume a Hampton c’è un’esotica casa galleggiante chiamata The Astoria. Charlie Chaplin vi trascorse una notte a bordo nel 1921 e la ricordò come “piuttosto elaborata con pannelli in mogano e camere da letto per gli ospiti. Fu illuminata con festoni e luci colorate.” Nel 1986 il suo proprietario aristocratico fu avvicinato da tre individui in maglietta e rimase sorpreso – anche se felice – quando “uno di questi strani tipi offrì di acquistarla in contanti”. A quel punto la fase successiva della vita di questa sontuosa imbarcazione cominciò con l’installazione di uno studio di registrazione. Sono tante le parole che si potrebbero legare all’attuale proprietario dell’Astoria, ma sicuramente ‘yobbo’ (bulletto, persona da poco, n.d.t.) non è una di queste. È persona distinta ed elegante, è vestito di nero da capo a piedi, ha un senso di grandezza, apprezza le cose belle della vita. La conversazione con lui, proprio come la sua musica, è calma e riflessiva. A un certo punto guarda fuori dalla finestra: “Guarda là, quello è un elegante pezzo di equipaggiamento!” mentre la scintillante e dorata Royal Barge (la chiatta reale, n.d.r.) scivola accanto in Hampton Court.
Lo scorso novembre è uscito l’attesissimo ‘The Endless River’ dei Pink Floyd. Una serie di paesaggi sonori tirati fuori dalle outtakes dell’album del 1994 ‘The Division Bell’, l’ultima uscita, ci è stato detto, dei Pink Floyd. Da allora, David Gilmour ha finito ‘Rattle That Lock’, il suo sublime ed estremamente variegato quarto album solista. Mi introduce nel minuscolo studio anteriore dell’Astoria per discutere del disco e dell’eredità di quello che adesso chiama, in modo toccante, il “nostro gruppo pop”.

Riconosco questa stanza. Nel libretto di ‘The Endless River’ non c’è una foto che ritrae te, Nick Mason e Rick Wright mentre registrate proprio qui?
C’è. Abbiamo realizzato ‘A Momentary Lapse Of Reason’ e ‘The Division Bell’ quasi per intero in questa stanza. Che funziona, anche se spesso bisogna collegare l’amplificatore in un’altra stanza per avere separazione dalla batteria.

La veduta del fiume dalle finestre – che sono su tutti i lati – sembra adatta al suono ambient della vostra musica.
Bè, non mi è mai piaciuta molto la situazione da cantina che hanno la gran parte delle sale d’incisione: niente finestre, niente luce naturale, quei giorni in cui lavoravi a tutte le ore e non volevi che la luce dell’alba entrasse a disturbare le tue fantasie. Ma [fa una voce tremula] adesso, alla nostra tarda età, ci piace osservare l’orario d’ufficio.

Ci sono molti differenti tipi di musica nel tuo nuovo album, ‘Rattle That Lock’: molte sonorità a firma Pink Floyd, ma anche un valzer, un po’ di funk e due canzoni jazz. È liberatorio avere tale varietà stilistica?
Non so se sia liberatorio. Onestamente, non so come succeda, in realtà. Qualsiasi ispirazione arrivi, noi semplicemente la seguiamo. Non ho un piano. Ci lavoriamo finché comincia ad avere un senso e poi tiriamo fuori un po’ di cose, ci concentriamo su quello che secondo noi può andare. Ascoltando cose come ‘The Girl In The Yellow Dress’, pezzo alquanto jazz, ti domandi: “È adatto?” e poi pensi: “Chi se ne frega? È grande. Andrà bene!” Penso di essere abbastanza fortunato che – piacciano o no – la mia voce e la mia chitarra suonano in maniera distinta. Quella voce e quella chitarra sono me stesso e in modo riconoscibile e, quindi, questo tiene insieme il tutto.

Come si arriva ad una canzone come ‘The Girl In The Yellow Dress’? Ti alzi al mattino con la testa piena di jazz anni Quaranta?
Queste cosa arrivano e non so da dove o come. Arrivano un paio di accordi e cominci a delineare una traccia – [gesticola] “Da questa parte!” – e la segui. In questo pezzo Robert Wyatt suona la cornetta, registrata un po’ di anni fa.

Il pezzo valzer, ‘Faces of Stone’, ha echi di Leonard Cohen e parla del passaggio del tempo in età avanzata. È così o è sbagliato?
Parla degli ultimi anni di mia madre e dell’arco temporale di nove mesi tra la nascita della mia ultima figlia e la morte di mia madre – sono state insieme sulla terra per nove mesi. Lei aveva una sorta di demenza senile e il tempo di valzer ha in sé un che di follia, il clarinetto ha il senso del blaterare, la fisarmonica e l’armonium creano una certa atmosfera – quel suono boom-tang-tang boom-tang-tang. Ho avuto un rapporto molto difficile con mia madre ed è proprio bello…

In che modo difficile?
Bè… è difficile da spiegare. Ha a che fare con il suo conseguimento di un posto nella RADA [la Royal Academy Of Dramatic Art] quando era giovane e la sua famiglia non se lo poteva permettere. Lei era di Blackpool. Trasferirsi a Londra e frequentare la RADA era il suo sogno. Dunque, rimase delusa ed insoddisfatta e… ha vissuto quella insoddisfazione un po’ attraverso me, che ha dato luogo a molte tensioni. Ma [fa spallucce] la vita è complicata.
La canzone è basata su un particolare giorno quando camminavamo in un parco di Londra e lei aveva delle allucinazioni, vedeva cose che non c’erano ed io pensavo: “Hmmm, interessante” l’inizio della demenza. Più tardi, quel giorno, tenne tra le braccia la mia neonata. Ne tirai fuori una piccola idea e ho provato a tratteggiare un’immagine.

Molti versi per la tua musica sono scritti da tua moglie, Polly Samson. Come funziona?
Succede che le faccio sentire un pezzo musicale o un certo numero di brani, e se esprime interesse per qualcuno glielo passo sull’iPod e lo riascolta passeggiando. Dev’essere qualcosa che le piaccia, che la ispiri. Nell’album, ci sono due canzoni con i testi scritti da me ed anche per quelli ho fruito di una sorta di assistenza da parte della mia talentuosa moglie. Per anni e anni, con molta difficoltà, ha provato a vedere nella mia testa, a ricavare dai miei occhi e a scrivere da tale punto di vista. Adesso ha realizzato che non è proprio necessario; se i versi escono fuori da lei e io li canto con la dovuta convinzione, funzionano come se fossero connessi a me.

Il brano che dà il titolo all’album, ‘Rattle That Lock’, è costruito intorno al jingle che precede gli annunci ferroviari francesi, come un’eco degli inni dei Kraftwerk ai piaceri dei treni europei. Com’è venuta fuori questa idea?
Quando si va alla stazione di San Pancrazio o negli aeroporti, i jingles che vengono diffusi prima degli annunci di solito sono davvero di cattivo gusto e noiosi. Invece, in Francia sentii il jingle della SNCF che sobbalza letteralmente. Ha una piccola melodia, un ritmo, è leggermente sincopato e fa quasi venir voglia di fare un passo di danza. Così, l’ho registrato sul mio iPhone – ero ad Aix-en-Provence – e l’ho portato a casa per cominciare a lavorarci sopra.
L’intero disco è delineato su questo brano; abbiamo cercato di racchiudervi il racconto di un solo giorno che si conclude davanti ad un camino scoppiettante. Il giorno comincia alle 5 del mattino, che è anche il titolo (‘5 A.M.’) del primo brano; ci sono uccelli che cantano, cani che abbaiano e oche del Canada che ho registrato verso le 5 del mattino fuori della mia finestra. Poi si prosegue attraverso ciò che si fa o attraverso i pensieri che possono venire. Il tipo di giorno durante il quale potresti andare in un night-club ad ascoltare una jazz band, sederti davanti al camino ad arrostire salsicce, mentre si ode un gufo in sottofondo prima che, mezzo incazzato, scivoli dentro al lettuccio. Il concept del disco non è molto letterale o specifico o lineare; si è cercato di fare in modo che avesse un flusso.

È stato difficile scrivere la canzone su Richard Wright (‘A Boat Lies Waiting’)? In un certo momento voi due siete stati molto vicini.
Rick ed io ci conosciamo… io avevo 21 anni quando sono entrato nel nostro gruppo pop. Non abbiamo trascorso molto tempo insieme, ma avevamo una telepatia musicale e, nel momento migliore, sapevamo esattamente che cosa stava per fare l’altro e ci rimandavamo l’un l’altro. Rick ha avuto i suoi momenti no per vari motivi, e verso quello che è stato l’epilogo della sua vita – allora nessuno di noi lo sapeva – venne a fare il mio ‘On an Island’ tour ed ebbe il suo momento.

In che modo?
Arrivavamo ad un certo punto del concerto in cui presentavo i musicisti e Polly urlava [David fa l’accento francese] “Reee-shard! Reee-shard!” E allora persone del pubblico che c’erano state la sera prima notavano questa cosa e cominciavano ad urlare anche loro. Questa cosa crebbe serata dopo serata e lui era visibilmente gonfio di gioia. Credo che ci abbia davvero aiutato aumentare la sua fiducia; cominciò a suonare con maggiore partecipazione. Avvertivamo che doveva essere un po’ incoraggiato, dato che se ne stava piuttosto ritirato e tendeva a stare sul fondo, mentre io – che sono grande e grosso – stavo sul fronte del palco. Dunque, ebbe il suo momento, gli piacque davvero e suonò in maniera brillante. E mi sarebbe piaciuto avere il suo aiuto nel realizzare questo disco [Wright morì nel 2008].

Di recente ho intervistato Nick e Roger e ho chiesto loro della possibilità di una reunion dei Pink Floyd. Nick Mason mi ha risposto: “Mi piace fare tournée e vivo nella speranza”. Roger mi ha risposto che la “questione non si pone affatto” perché alla sua età [ha 71 anni, n.d.r.] la vita dev’essere dedicata a fare ciò che ti piace fare”. Finora, i Pink Floyd sono un’opera in tre atti. Ci sarà un quarto atto?
No. Io ho finito. Ho passato una vita come Pink Floyd. Quanti anni sono dall’età di 21 anni fino a 69? Proprio tanti. Ho passato 48 anni come Pink Floyd – un bel po’ dei quali, all’inizio, con Roger – e il 95% di quegli anni che oggi sono considerati il nostro periodo d’oro sono stati musicalmente soddisfacenti, pieni di gioia, divertimento e risate. E di sicuro non voglio che il restante 5% sporchi il mio punto di vista su quello che è stato un lungo e fantastico periodo trascorso insieme. Ma i Pink Floyd hanno fatto il loro corso, abbiamo finito, e sarebbe un imbroglio tornare indietro e farli rivivere.
E farlo senza Rick sarebbe sbagliato. Fa bene Roger a fare tutto quello che ha voglia di fare e a divertirsi e a provare la soddisfazione che devono avergli dato tutte quelle repliche di The Wall. Io sono in pace con tutte queste cose. Non voglio assolutamente tornare indietro. Non voglio tornare a suonare negli stadi… sotto la bandiera del gruppo. Sono libero di fare esattamente quello che ho voglia di fare e come lo voglio fare. Non so se è meglio farlo come Pink Floyd oppure no. Non me ne frega. È quello che voglio fare ed è quello che farò.

Fammi l’esempio di un momento Pink Floyd che hai rifatto nella tua testa una infinità di volte affinché fosse magnifico.
Oh, i grandi momenti sono una schiera. Ho migliaia di grandi ricordi ed istantanee. Meddle fu un grande momento per noi. Quel disco indicò la strada ed ebbe grande successo. Ma così fu anche A Saucerful Of Secrets. Dark Side Of The Moon ovviamente fu il momento di svolta, fu fantastico e all’improvviso passammo dal livello medio al livello mega.

C’è un momento rispetto al quale pensi con orrore di averlo fatto?
Non c’è nulla che mi provochi imbarazzo, ma se guardo Pink Floyd at Pompeii rabbrividisco.

È splendido. E almeno due di voi sono senza maglietta!
Esattamente! È una cosa… è una cosa personale. Soprattutto, vedo quanto è bello; è tutto felicemente riposto nella scatola dei ricordi. Comunque, sono molto bravo a dimenticare le cose brutte.

Quando rivedi i vecchi filmati dei primi Pink Floyd, ti riconosci in quella persona?
[come se osservasse uno schermo immaginario] Vedo un tizio lì! Allora la musica era sperimentale e fu emozionante sperimentare. Ma quello a me, oggi, appare come un processo – un processo per scoprire che cosa ti piace e che cosa no. E quando vai avanti con gli anni, come nel mio caso necessariamente, scopri che cosa ti piace e questo, forse, restringe un po’ la tua visione. Allora era eccitante, ma tantissime cose erano imbarazzanti e pensavi: ‘Oddio, e adesso che cosa facciamo?’

Che cosa vuoi dire?
Bè, avevamo uno schema di quello che dovevamo suonare dal vivo. Uno contava o cominciava a suonare e dovevi sapere quale brano fosse e avevi uno schema di massima; poi dovevi spiccare il volo sulla traiettoria che ti piaceva; così la musica veniva costruita e volava via vagando in un’altra direzione. Alcune di quelle direzioni erano vicoli ciechi mentre altre erano eccitanti.

Che cosa ricordi del breve periodo durante il quale tu e Syd siete stati insieme nel gruppo?
Fu tragico, davvero. Facemmo insieme cinque concerti e lui… [sospira] Abbiamo un filmato di Syd in camerino, da qualche parte in occasione di uno di quei concerti, nel quale lo si vede mentre muove qualche passetto, una piccola danza, e ride e ride. Ma lo guardi in faccia e dici: ‘Oddio, no, è una tragedia’. Poverino. Non ricordo molto di quel periodo. Ero nuovo e credo che sapessero che ne avrei preso il posto.

C’era una canzone che non ti sei mai stancato di suonare?
Per la gioia molto palpabile che pezzi come ‘Comfortably Numb’ o ‘Wish You Were Here’ danno al pubblico, non mi stanco mai di quei brani sapendo l’effetto che fanno. Suonare ancora quegli stessi vecchi pezzi può essere considerato tedioso, ma sono sempre contento di fare i brani che la gente ama.

Ricordo il grande aereo di legno che scendeva giù appeso ad un filo sulle teste degli spettatori, fino al palco di Knebworth nel 1975 durante Dark Side Of The Moon. Quel vecchio ma divertente mondo analogico non sembra piuttosto bizzarro nel 21esimo secolo?
È divertente e bizzarro. Tutte quelle cose oggi si potrebbero fare molto meglio, ma sarebbero più efficaci? Non lo so. Oggi potrebbero accadere come per magia ma chiunque potrebbe pensare: ‘Oh sì, l’ho visto in Star Wars III’. Ma allora era davvero reale e la gente si stupiva: ‘Al diavolo! Un aeroplano che vola sulle nostre teste!’ Adesso tutto deve diventare più grande e migliore, e migliore significa più grande e non migliore.

Quali sono i tuoi ricordi del Live 8?
Mi è piaciuto molto, anche se abbiamo avuto alcuni giorni di prove molto tese. Non ci parlavamo da anni.

Come decideste che cosa suonare?
Noi demmo dei suggerimenti, Roger dette dei suggerimenti e non me ne importai. Alla fine pensai: siamo noi i Pink Floyd e lui è nostro ospite; può solo fare quello che gli diciamo di fare altrimenti se ne va aff…

Lui che cosa propose?
Voleva fare Money, che tutti volevamo fare, Another Brick In The Wall e In The Flesh.

E fu scavalcato.
Sostanzialmente sì.

Io ero appena sotto il palco e per me fu magia pura.
Così fu. Fu magico. Eravamo rilassati e ci piacque. Facemmo una prova generale la sera prima senza pubblico nel parco e fu eccezionale. Ci aiutò a farci sentire rilassati e fiduciosi. Andò molto bene.

Ma nessuna tentazione di continuare?
Ci furono. Ovviamente, accetto l’idea che ci possa essere chi vuole vedere ed ascoltare questa leggenda che erano i Pink Floyd, ma temo che non sia una mia responsabilità. Per me sono soltanto due parole che uniscono il lavoro fatto insieme da quattro persone. È solo un gruppo pop. Non ne ho bisogno. Non ho bisogno di tornare ai Pink Floyd. Non faccio il difficile o ritrosia, semplicemente credo che alla mia età devo poter fare solo ciò che davvero voglio fare nella vita.
Ma sono entusiasta del fatto che ogni nuova generazione si lega a noi, così che abbiamo sempre nuovi seguaci ed ascoltatori con il passare degli anni. Tuttavia, non so che cosa determini questo fenomeno, che non avviene per molti altri musicisti.

Una volta Roger mi disse che i musicisti che raggiungono il livello di successo che voi avete raggiunto “hanno dei buchi nella psiche che solo l’adulazione può riempire”. Una cosa piuttosto onesta da dire.
È onesto dirlo. E, in realtà, penso che abbia ragione. Ma spero di non avere più quel buco nella mia psiche, così come non vedo la necessità di adulazione in una certa misura. A proposito degli stadi, la cosa strana è che non c’è un modo per dire se va bene. È una folla, al singolare. Non puoi davvero considerarli come individui. La forza e l’energia del loro ‘affetto’, per così dire, è una droga meravigliosa per aumentare il tuo ego, fino a renderlo ultragonfio.

Allora perché i Rolling Stones, ad esempio, continuano se non è per soldi o per tenere viva l’attenzione? Lo fanno per sentire 80.000 persone che vanno completamente di testa alla prima nota?
Non lo so. Se altri musicisti di altri gruppi pop vogliono farlo, buon per loro. Ma io ho forgiato una carriera che mi sta abbastanza bene. Alcuni di questi musicisti non hanno forgiato proprio bene la loro carriera, quindi credo che ritengono di voler continuare come hanno sempre fatto. Io ho avuto un ragionevole successo commerciale e ragionevoli soddisfazioni artistiche. Vedremo se anche questo nuovo disco venderà. Credo che andrà piuttosto bene.

C’è stato un musicista che ha cambiato il tuo modo di vedere la musica?
Ci sono stati alcuni momenti che sono stati fondamentali. Rock Around The Clock di Bill Haley fu un momento cardine per me. Mesi dopo fu soppiantato da Jailhouse Rock di Elvis, decisivo. I Beatles furono fondamentali. Jimi Hendrix fu un momento fondamentale. Pete Seeger fu un momento fondamentale da giovane. Imparai la chitarra da lui. Troppi per fare i nomi.

Chi ascolti adesso?
Ascolto sempre i nuovi dischi di Bob, Neil o Leonard [Dylan, Young, Cohen], ma non ascolto molta musica nuova. Quando ho la radio accesa, per me tutto suona terribilmente schematico; ma non la ascolto molto. Quando arrivi a 69 anni non passi tutto il giorno a cercare nuova musica pop. Ovviamente, c’è tanta musica che non passa alla radio o in televisione. È come quella cosa che si dice dei topi: ‘A Londra non stai mai più lontano di sei piedi da un topo’; probabilmente non stai mai più lontano di un centinaio di iarde da qualcuno che fa un grande concerto da qualche parte, ma non ne sei consapevole. Se adesso uscissero dei nuovi Pink Floyd io non lo saprei.

Dunque, il progetto adesso è di continuare a fare dischi da solista e occasionalmente di portarli in tour?
Non ho guardato così lontano. Non ho fatto tournée per nove anni. Faccio cinque date in Europa e cinque serate a Londra tra settembre e ottobre, e vedrò se mi piace. Se sì, ne farò qualcuna in più.

Ti è mancata la dimensione tour negli ultimi nove anni?
Non molto.

A Nick Mason manca terribilmente.
Lui suona la batteria, c’è meno responsabilità. Io ho avuto una grande carriera. Posso andare in tour quando voglio per poi riposarmi e fare tutte le altre cose che riempiono la vita. Ho fatto tutto il possibile, che è quello che devi fare per lottare e crearti una carriera come quella che abbiamo avuto noi. Io non ho bisogno né voglio di più. Va bene. Nessun rimpianto. Nessuno, quasi nessuno, ma grandi ricordi. Io ho fatto. E sono contento così.

Mark Ellen per Classic Rock – 12 agosto 2015 – Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Shine On!

DAVID GILMOUR: DUE TESTI IN ANTEPRIMA DA RATTLE THAT LOCK

Cattura1Dalla bellissima pagina thecreativecorporation.com/portfolio/david-gilmour-album-cover/ dei creatori della cover di Rattle That Lock ci sono degli screenshot della versione deluxe dell’album, tra cui una in cui possiamo trovare i testi di due canzoni presenti nel disco: Faces Of Stone e A Boat Lies Waiting! Eccoli: (scusate se c’è qualche errore di trascrizione…)

FACES OF STONE (music and lyrics by David Gilmour)

Faces of stone that watched from the dark

As the wind swirled around and you took my arm in the park

Images framed, hung high in the trees

And you talked of your youth but the years had turned dry as the leaves

Your lover was gone, his replacement to hand

And just what the difference was, you could not understand

In darkening gray we walked back through the streets

Than you talked all night long of your childhood home by the sea

And i, my disguise a mask choosen by you

Believed every word i heard

At least i think that’s what i tried to do

We sat on the roof – the night overflowed

No more was said but i learned all i needed to know

Your Hollywood smile shone a light on the past

But it was the future that you held so tight to your heart

© DAVID GILMOUR

A BOAT LIES WAITING (music by David Gilmour / lyrics by Polly Samson)

Something i never know

In silence i’d hear you

And a boat lies waiting

Still your clouds all flaming

That old time easy feeling

What i lost was an ocean

Now i drifting through without you

In this sad barcarolle

What i lost was an ocean

And i’m rolling right behind you

In this sad barcarolle

It rocks you like a cradle

It rocks you to the core

You’ll sleep like a baby

As it knocks at Death’s door

© DAVID GILMOURdavid_gilmour_creative_corporation_04

Dalla pagina facebook di Floyd Channel veniamo a sapere che Faces of Stone sembra una canzone d’amore, ma parla invece di una passeggiata con la madre, durante la quale David si rese conto che la donna si stava perdendo nella demenza senile. Sua figlia minore invece nacque proprio negli stessi giorni e le due condivisero solo pochi mesi su questa terra. Ecco la traduzione:

VOLTI DI PIETRA

Volti di pietra guardavano dal buio
Mentre il vento soffiava e mi prendesti a braccetto nel parco
Immagini incorniciate, appese in alto sugli alberi
E parlasti della tua giovinezza, ma gli anni sono diventati secchi come le foglie
Il tuo amante andato, il sostituto vicino
E non potevi capire la differenza
All’imbrunire grigio tornammo indietro per le strade
Poi parlasti tutta la notte della tua casa d’infanzia vicina al mare
E io, con una maschera scelta da te,
Credetti a tutte le parole ascolate
Almeno, credo, e’ quel che cercai di fare
Sedemmo sul tetto, nella notte
Nient’altro fu detto ma capii quello che dovevo sapere
Il tuo sorriso hollywoodiano brillo’ sul passato
Ma era il futuro che trattenevi cosi’ vicino al cuore.

Shine On!

DAVID GILMOUR INTERVISTATO DA “ROLLING STONE”

Traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

david85Dal termine dell’ ‘On an Island’ tour, David Gilmour ha mantenuto un profilo piuttosto basso. Ma ‘The Endless River’, la sorpresa dello scorso anno, album d’addio dei Pink Floyd in larga parte strumentale, ha dato al cantante-compositore lo slancio che lo ha finalmente portato a completare il suo nuovo album solista, ‘Rattle That Lock’, in uscita il prossimo 18 settembre. L’album è una sorta di concept sui pensieri e i sentimenti di un uomo nel corso di una giornata e, musicalmente, è un lavoro fluido e d’atmosfera che ricorda i dischi dei Pink Floyd del dopo-Waters. Abbiamo parlato con Gilmour della realizzazione dell’album, di quello che gli appassionati si devono aspettare dalla tournée di supporto e se c’è un qualche futuro per i Pink Floyd.

Volevi prenderti una lunga pausa dopo la fine dell’ ‘On an Island’ tour nel 2006?
Non proprio così. Volevo tornare a certe cose, ma succedono tante cose nella vita che vanno in un certo modo: i figli che crescono, le prove e le tribolazioni della genitorialità, il supporto a mia moglie nei suoi tentativi di scrittura. È uscito un suo brillante libro dal titolo ‘The Kindness’. E a volte ci vuole una spinta per andare avanti. Avevo davvero intenzione di fare un altro disco molto prima, ma siamo arrivati a questo punto. Alla mia età, mi sono concesso un po’ di pausa. E come dopo ‘On an Island’, vorrei farne subito un altro.

Come hai realizzato questo disco?
È stato realizzato nell’arco di un lungo periodo di tempo. Quando ero a casa e i ragazzi a scuola e Polly lavorava, andavo in studio e portavo avanti il mio lavoro. Ma in maniera lenta e piacevole, senza una guida precisa. Dopo un po’, mi sono reso conto di avere accumulato davvero un bel po’ di materiale e ho cercato di concentrarmi su quello. Erano pezzi sparsi di musica da trasformare in un album. Quest’ultimo processo cominciò circa due anni fa, ma dovetti interromperlo per un paio di mesi per il progetto ‘The Endless River’ dei Pink Floyd. Poi sono ritornato al mio disco con la massima concentrazione.

Com’è venuta fuori l’idea di un album che tratta della quotidianità di una sola giornata?
È bello concentrarsi su qualcosa ed unire tutto in una sorta di modulo che abbia una coerenza d’insieme. Il concetto del disco parla di che cosa pensare o fare in un certo momento della giornata. Ma non in maniera molto stretta. È sempre bene avere una sorta di filo conduttore.

Quanto c’è di autobiografico nel protagonista?
Bè, due dei testi li ho scritti io e anche tre brani strumentali. Cinque degli altri testi li ha scritti Polly, che ogni tanto prova ad entrare nella mia testa. Altre volte è libera di essere solo il narratore di una storia. È il caso di ‘The Girl in the Yellow Dress’, un brano dal sapore jazz che lei ha scritto come fosse la storia di un libro. Si adatta benissimo ad un pezzo musicale che avevo composto.

Sembra che l’album inizi su un profilo dimesso e poi, andando avanti, gradualmente diventi più ottimistico.
Non so se volesse essere questa la struttura, ma sicuramente volevamo finire con il tema del ‘carpe diem’, ‘cogli l’attimo’, ovvero ‘la vita può essere resa migliore’. Ci sono momenti in cui bisogna incoraggiare le persone a lottare per il diritto di esserci, per far sentire la propria presenza e per protestare contro le ingiustizie del mondo. Il tema è ‘arrivare a spezzare le catene’.

Mi racconti della canzone-tributo a Richard Wright ‘A Boat Lies Waiting’.
Il rolling piano in sottofondo l’ho registrato su MiniDisc 18 anni fa. Mio figlio Gabriel ha adesso 18 anni e nella registrazione lo si sente piccolissimo che strepita. Ho cercato di rifarlo con Roger Eno al piano, ma ho deciso di ritornare alla versione del MiniDisc che aveva l’atmosfera ma non proprio la qualità del suono. Polly riteneva che il motivo del rolling suggerisse l’idea del mare. La navigazione era la grande passione di Rick e il testo deriva da lì. Tutti questi elementi sono stati messi insieme per creare una storia su Rick.

‘In Any Tongue’ chiaramente parla di guerra moderna.
Sì. Molti giovani in questo mondo e nel tuo paese sono passati attraverso esperienze che li hanno traumatizzati in un modo o nell’altro. È un mondo più difficile. C’è una sorta di processo darwiniano di selezione. Non sono sicuro che stiamo progredendo in termini di umanità e bontà. Viviamo con speranza.

Che cosa pensi della situazione dell’industria musicale oggi?
È un momento terribile per i giovani musicisti che cominciano perché è difficile farsi ascoltare. Bisogna andare in giro a suonare per guadagnarsi da vivere perché è difficile far soldi con i dischi. I giovani credono che sia loro diritto avere musica gratis. Ovviamente, per me non è un grande problema, ma da dove può venire la buona musica nuova? Non credo che la musica debba essere gratuita. È auspicabile che questa cosa si metta a posto da sola nei prossimi anni e i musicisti guadagnino giustamente. E che le case discografiche, se continuano negli Stati Uniti, siano in grado di investire denaro nel promuovere la sperimentazione di nuova musica.

A che punto è la preparazione del tour in questo momento?
Ho ingaggiato la band. Ho prenotato lo spazio per le prove. Ma non ho ancora cominciato a pensare al da farsi, ma questo è il prossimo passaggio. È il compito che devo svolgere domani dopo la colazione.

Suonerai il nuovo album per intero?
È molto probabile. Ma come detto, non ho pianificato ancora nulla.
Ci saranno canzoni dei Pink Floyd come ‘Echoes’ che suoneresti senza Rick?
Non sarebbe corretto suonare ‘Echoes’. Dubito molto che la faremo. Ma i pezzi che sento che vanno bene, li farò. Potrei fare ancora ‘Shine On You Crazy Diamond’. Non ho chiuso completamente le porte alle canzoni dei Pink Floyd. Sono così divertenti!

Chi suonerà le tastiere?
Jon Carin e Kevin McAlea, che ha suonato nei concerti di Kate Bush a Londra lo scorso anno.

Ci sarà Phil Manzanera alla chitarra?
Sì, Phil suonerà la chitarra, Guy Pratt il basso. Steve Distanislao sarà alla batteria.

Il tour di ‘On an Island’ fu davvero incredibile. Hai il timore che sia difficile fare di meglio?
Musicalmente, penso che allora abbiamo fatto molto bene e speriamo di fare altrettanto bene stavolta. La mia preoccupazione è se mi divertirò come l’ultima volta. Allora abbiamo vissuto dei momenti fantastici. Per noi fu davvero bello, più di altre esperienze individuali analoghe, credo. Stavamo bene. Speriamo che senza Rick possa essere la stessa cosa. Vedremo di fare del nostro meglio.

Non sono state annunciate tantissime date?
Non sarà una tournée lunga.

Roger ha replicato più di 200 volte il suo ‘The Wall’.
Davvero? Bè, ammiro molto chi riesce a fare una cosa del genere. Ma credo che quei tempi sono passati per me.

Sono sicuro che sei stufo di questa domanda, ma è finita per sempre per i Pink Floyd, sia come entità da tour sia in sala d’incisione?
Sì, per me sì. È stato un piacevole pezzo della mia vita che mi ha dato molto. C’è stata tanta gioia, ci sono state tante risate, tanta soddisfazione creativa. Siamo stati molto bene per il 95% del tempo passato insieme. Non vorrei che quel 5% un po’ più aspro renda il mio punto di vista meno positivo. Tutto passa. Tutto arriva ad una conclusione. Il ciclo è compiuto.

Eppure, ci sono fans in tutto il mondo che continuano a fantasticare di un’ultima tournée con te, Nick e Roger. Ma ritengo che senza Rick non potrà mai accadere.
No. Non ritengo che sia giusto né che dovrei farlo. Non credo che sarebbe piacevole.

Giusto. E avete concluso la storia abbastanza bene con ‘The Endless River’
Sì. Penso di poter tranquillamente dire addio così. So che alla gente piace aggrapparsi a qualcosa, ma io non sono uno di quelli che hanno questa necessità. Entrare in stadi immensi e fare cose del genere, non mi riempie di gioia o di attesa. Voglio stare più vicino alla gente e avvertirne la piacevolezza da un punto di vista musicale.

Bene; a questo punto ti sei sicuramente guadagnato il diritto di fare quello che vuoi.
Grazie. È bello che tu me ne dia conferma.

Andy Greene per Rolling Stone

Traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Ricordo che per tutte le news relative al Tour 2015 le potete trovare nell’apposito articolo, mentre le notizie sul nuovo album le potete trovare in questo articolo, sempre in aggiornamento..

Shine On!