interview

SYD BARRETT NEL NUOVO NUMERO DI MOJO

271-June-2016Il nuovo numero del magazine musicale inglese Mojo (n. 271, giugno 2016) getta nuova luce su Syd Barrett (in copertina), il fragile e geniale compositore che istradò i Pink Floyd nel loro stellare percorso, prima di finire nel deserto. I giornalisti di Mojo esplorano tutte le sue canzoni, mentre la sorella Rosemary ricorda l’uomo dietro il mito. Alla rivista sono allegate due favolose stampe dei Pink Floyd e il consueto CD con 14 brani psych di artisti contemporanei tra i quali Goat, Cate Le Bon, Black Mountain e Thee Oh Sees.

In vendita nel Regno Unito da Martedì 26 Aprile 2016.

Discutendo del primo spettacolo di luci dei Pink Floyd, Rosemary Breen – nata Barrett – conferma la teoria che il fratello ha sperimentato la condizione di “sinestesia”, che gli ha fatto di ‘vedere’ i suoni e ‘sentire’ i colori. Questa capacità, a quanto pare, ha contribuito a fornire il nascente movimento psichedelico con la sua tavolozza.
Quando ha parlato di come si sentiva, avrebbe detto un colore. Anche da bambino, così ho pensato che fosse perfettamente normale. Non ha avuto una etichetta poi. Quella cosa psichedelica con le luci e il tonfo della musica era, credo, come si sentiva. Il suono era il colore, e il colore era il suono“.
La sorella discute anche le sue impressioni personali dei Pink Floyd e dei suoi membri, l’impatto della sperimentazione del fratello con l’LSD e la vita appartata che ha seguito la sua carriera nella musica. È l’intervista centrale dello speciale su Barrett e mette una luce multicolore su tutta la sua carriera: i suoi inizi, il suo lavoro con i Pink Floyd, le sue canzoni chiave e molto altro ancora.
Al suo interno, Breen prevede anche l’imminente “Hometown Happening”  che sta organizzando in onore di Syd Barrett – che si terrà presso il Cambridge Corn Exchange il 27 ottobre.

www.cambridgelivetrust.co.uk/cornex/events/syd-barrett-celebration

Shine On!

Annunci

DAVID GILMOUR SUI RECENTI LUTTI NEL ROCK, IL TOUR E NUOVA MUSICA

Durante il tour Nordamericano, è stata pubblicata una interessantissima intervista del quotidiano Toronto Sun, in cui David parla dei recenti lutti nel mondo del rock, il tour in corso e soprattutto su della nuova musica. L’unica certezza è che se davvero David ha un nuovo album in cantiere, non dovremmo aspettare altri 10 anni…dsc04541

David Gilmour non si tira indietro nel dire la sua sui musicisti di una certa età che se ne sono andati ultimamente – tra questi David Bowie, Glenn Frey e Lemmy Kilmister dei Motorhead.
È molto, molto triste. Ma questa è la vita“, ha detto Gilmour di recente in una chiacchierata esclusiva con Postmedia Network. “Mi sento molto felice di aver raggiunto i 70 anni. Ora sono completamente, estremamente vecchio. Sto cercando di abituarmi all’idea. Avanza la decadenza. Sai, puoi fingere ancora durante i 60 anni, fingere di essere nella mezza età, ma quando si arriva a 70 non c’è nessuna pretesa. Sei una persona molto vecchia e fine della questione. È tutto un po’ diverso mentalmente.
Gilmour, una volta cantante, co-leader e chitarrista dei Pink Floyd, ha appena festeggiato in grande stile il suo settimo decennio sul pianeta il 6 marzo. “Ho avuto una bella festa allegra – a 70 anni te lo puoi permettere“, ha detto Gilmour in linea da Londra. Tra quelli che lo hanno festeggiato c’era niente di meno che Noel Gallagher, il cervello degli Oasis. “È difficile scambiare una parola con Noel“, scherza. Gilmour, il cui mini-tour in quattro città del Nord America – il primo su questa sponda dell’Atlantico dopo nove anni – arriva all’Air Canada Centre di Toronto giovedì e venerdì, ha detto che è “esagerato” dire che era vicino a Bowie ma aveva grande rispetto per lui. “Non lo conoscevo molto bene, ma, come in tutti i tipi di lavoro, si incontrano persone e mi trovo bene con loro e a fare quattro chiacchiere “, ha spiegato. Eppure lo “Starman” attraversò “lo stagno” per fare una rara esibizione nei suoi ultimi anni. “David Bowie si è esibito con me in uno dei miei ultimi concerti qui a Londra nel 2006 alla Royal Albert Hall. Venne a cantare un paio di canzoni con me. Gliene fui molto grato. Una gradevolissima persona. È un grande ricordo.
Gilmour, che lo scorso anno girò Europa e Sud America a sostegno del suo quarto album solista, ‘Rattle That Lock’ (2015, il suo primo dopo nove anni), dice che non ha alcun interesse per lunghi tour dopo più di 54 anni di attività. “Non sono mai stato uno che volesse passare tutta la vita on the road“, ha detto Gilmour, che è padre di quattro figli dal primo matrimonio e altri quattro dall’attuale matrimonio con Polly Samson. “Ho ancora alcuni figli piccoli. La più piccola ha 13 anni e penso che sia doveroso per me metterla davanti a tutto in questa fase della mia vita in cui ho avuto una carriera molto piena. Lavoro soprattutto quando la scuola è chiusa. Ma, sai, andando di città in città, penso di aver fatto più o meno la mia parte e un po’ egoisticamente, dal mio punto di vista, penso di aver fatto in modo che la gente potesse venire a me. Sto cercando di fare più spettacoli, ma in poche città.
Nei primi concerti del tour in Nord America a Los Angeles, Gilmour ha eseguito 14 classici dei Pink Floyd, tra cui Wish You Were Here, Money, Us and Them e Comfortably Numb, e 8 brani del repertorio solista.
Lo spettacolo sta andando molto bene” ha detto. “Abbiamo dei bei filmati e un grande spettacolo di luci. Ha una buona costruzione, quindi sono abbastanza contento del modo in cui fluisce in questo momento. Ho con me Marc Brickman, il curatore delle luci; ha fatto lo show di The Wall dei Pink Floyd con noi. Abbiamo messo su un bello spettacolo e lui ne è la gran parte“.
E al termine dei concerti europei, alla fine di settembre, Gilmour ha in programma di tornare in studio.
Ho un po’ di musica pronta a metà“, ha detto. “Ma prometto che mi ci dedicherò molto presto.
Sta anche lavorando ad un brano di David Crosby, dei gloriosi CSNY, ospite in Rattle That Lock.
Penso che uscirà un album di cover delle canzoni di Crosby e io ne farò una – è un po’ un gioco“, ha detto Gilmour.

Jane Stevenson
Toronto Sun – 30 marzo 2016

Fonte:  Cymbaline – Pink Floyd Fan Club   / The Sun

Shine On!

(altro…)

INTERVISTA A NICK MASON

In attesa della ripresa del tour Americano di David Gilmour, una bella intervista a Nick Mason, dal magazine Classic Rock Italia.

goodwood-festival-of-speed-2015_0025

Una volta hai detto: “Non sono famoso, ma faccio parte di un gruppo famoso”.
Pensi che sia ancora vero?
Sì. Per qualche strana ragione, anche se mi sento come se facessi parte del National Trust. E adesso la gente vuole fare una visita attorno a quell’edificio che si chiama Nick Mason.

Qual è stata la prima pop star che hai incontrato?
Quando studiavamo al Politecnico di Regent Street (insieme ai futuri Pink Floyd Roger Waters e Rick Wright), andavamo ad ascoltare lo Spencer Davis Group, e lì conobbi il loro cantante, Steve Winwood.

Quanto a voi Pink Foyd interessava essere famosi? Eravate attratti dall’idea di essere inseguiti da sciami di ragazzine adoranti, o pensavate solo alla musica?
Non abbiamo mai pensato solo alla musica. Tutti noi volevamo essere delle pop star.
O forse pensavamo di volerlo. Quando iniziammo, eravamo una band rhythm&blues, e si trattava di piacere a un pubblico prevalentemente maschile. Alla stampa piace pensare che il mondo del rock’n’roll sia tutto ragazzine in delirio, ma in realtà non è mai stato così: c’erano solo capelloni che andavano in giro in impermeabile e pantaloni a zampa di elefante.

Come ti sei sentito quando facesti la tua prima apparizione a Top of the Pops, nell’estate del 1967?
Probabilmente, il giorno dopo mi svegliai con l’idea che da allora in poi tutto sarebbe stato diverso. Anche tu lo avresti fatto, poi però andai a casa e non successe nulla: le strade non si erano di colpo riempite di gente che gridava il mio nome. Ancora oggi, covo la segreta speranza di svegliarmi e scoprire di essere diventato una famosa pop star. Purtroppo, non accade mai.

Il disinteresse di Syd Barrett per la celebrità mutò in qualche modo l’attitudine del resto dei Pink Floyd?
Ci polarizzò. Noi desideravamo essere pop star. Lui no. Non riuscivamo a capire come mai tutti noi condividessimo questo obiettivo e lui invece no.

C’è stato un momento della carriera dei Pink Floyd in cui la gente iniziò a riconoscervi?
No, le cose non stanno così. C’erano alcune nostre fotografie sulle copertine di qualche disco, quindi c’è sempre stato qualcuno che vedendoci ci riconosceva. Comunque, è più facile essere riconosciuti quando si sta insieme agli altri, che quando si sta da soli.

The dark side of the moon è senza dubbio il disco più famoso dei Pink Floyd.
Qual è invece il meno conosciuto?
Il secondo album, a saucerful of secrets. Che però conteneva un mucchio di idee che ci aiutarono a capire in che direzione esattamente stavamo andando.

Hai mai desiderato di essere più famoso per il tuo modo di suonare?
No, non sono quel tipo di persona convinta che meriterebbe di essere votato in un referendum sui grandi strumentisti. Sono consapevole di possedere un feeling e uno stile che funzionano molto bene per noi. Ma non ho mai tenuto lezioni in una master class, né ho intenzione di farlo adesso. Quando me lo propongono, di solito rido nervosamente e dico di avere male al polso.

Il fatto di essere un Pink Floyd ti ha aiutato nella tua attività parallela di pilota sportivo?
Sì. Ovviamente in quell’ambiente si sa chi sono, né provo imbarazzo nello sfruttare questa cosa al fine di ottenere sponsorizzazioni o finanziamenti per una buona causa.
Per iniziative come Children in Need sono felice di essere il Nick Mason dei Pink Floyd,
o il Nick Mason proprietario di tutte quelle vecchie buffe automobili.

Ricordi la prima volta che firmasti un autografo?
È successo abbastanza presto, probabilmente lo diedi a qualcuno che non sapeva neanche chi fossimo. Per lui eravamo solamente la quarta band sul cartellone degli Amen Corner, o qualcosa del genere.

E l’ultima?
Ieri, a Goodwood. Non rifiuto mai un autografo, come invece certe volte fa David [Gilmour]Ovviamente, quando devo farne troppi esito un po’, e tendo a firmare in modo un po’ approssimativo.

Chi è il più famoso componente dei Pink Floyd?
[dopo una lunga riflessione] Quello che da tempo non è più nella band. David è famoso per il suo modo di suonare la chitarra ed è considerato fra i top player. Roger è visto come un grande autore, mentre Rick è quello più sottovalutato, apprezzato assai più ora di quando stava con noi. Quanto a me, sono assolutamente il Pink Floyd meno conosciuto.
Ma, senza dubbio, sono il più modesto.

Fonte: www.classicrockitalia.it/959/nick-mason-parla-di-successo/

Shine On!

ROGER WATERS: NUOVA INTERVISTA PER ROLLING STONE

Nuova “epica” intervista per Roger Waters, di Andy Greene per Rolling Stone! Traduzione in italiano by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Cattura

Intervistare Roger Waters può essere una corsa sfrenata. Se una domanda gli piace, è felice di pontificare a lungo, ma se lo annoi con domande trite e ritrite, svicola e (lui che è capace di risposte del tipo: “se non mangi la carne, non avrai il budino”) ti liquida in pochi, terribili secondi. L’occasione per un’altra chiacchierata con il co-fondatore dei Pink Floyd è l’imminente pubblicazione – il 20 novembre – di ‘Roger Waters The Wall’, documento in CD/BluRay del recente tour di ‘The Wall’, ma inevitabilmente la politica è entrata nella discussione. La telefonata con Waters è avvenuta pochi secondi dopo che Joe Biden ha annunciato il ritiro dalla corsa per le presidenziali; sapendo dell’interesse di Roger per la scena politica, siamo partiti da questo argomento.

(altro…)

DAVID GILMOUR INTERVISTATO DA “ROLLING STONE”

Traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

david85Dal termine dell’ ‘On an Island’ tour, David Gilmour ha mantenuto un profilo piuttosto basso. Ma ‘The Endless River’, la sorpresa dello scorso anno, album d’addio dei Pink Floyd in larga parte strumentale, ha dato al cantante-compositore lo slancio che lo ha finalmente portato a completare il suo nuovo album solista, ‘Rattle That Lock’, in uscita il prossimo 18 settembre. L’album è una sorta di concept sui pensieri e i sentimenti di un uomo nel corso di una giornata e, musicalmente, è un lavoro fluido e d’atmosfera che ricorda i dischi dei Pink Floyd del dopo-Waters. Abbiamo parlato con Gilmour della realizzazione dell’album, di quello che gli appassionati si devono aspettare dalla tournée di supporto e se c’è un qualche futuro per i Pink Floyd.

Volevi prenderti una lunga pausa dopo la fine dell’ ‘On an Island’ tour nel 2006?
Non proprio così. Volevo tornare a certe cose, ma succedono tante cose nella vita che vanno in un certo modo: i figli che crescono, le prove e le tribolazioni della genitorialità, il supporto a mia moglie nei suoi tentativi di scrittura. È uscito un suo brillante libro dal titolo ‘The Kindness’. E a volte ci vuole una spinta per andare avanti. Avevo davvero intenzione di fare un altro disco molto prima, ma siamo arrivati a questo punto. Alla mia età, mi sono concesso un po’ di pausa. E come dopo ‘On an Island’, vorrei farne subito un altro.

Come hai realizzato questo disco?
È stato realizzato nell’arco di un lungo periodo di tempo. Quando ero a casa e i ragazzi a scuola e Polly lavorava, andavo in studio e portavo avanti il mio lavoro. Ma in maniera lenta e piacevole, senza una guida precisa. Dopo un po’, mi sono reso conto di avere accumulato davvero un bel po’ di materiale e ho cercato di concentrarmi su quello. Erano pezzi sparsi di musica da trasformare in un album. Quest’ultimo processo cominciò circa due anni fa, ma dovetti interromperlo per un paio di mesi per il progetto ‘The Endless River’ dei Pink Floyd. Poi sono ritornato al mio disco con la massima concentrazione.

Com’è venuta fuori l’idea di un album che tratta della quotidianità di una sola giornata?
È bello concentrarsi su qualcosa ed unire tutto in una sorta di modulo che abbia una coerenza d’insieme. Il concetto del disco parla di che cosa pensare o fare in un certo momento della giornata. Ma non in maniera molto stretta. È sempre bene avere una sorta di filo conduttore.

Quanto c’è di autobiografico nel protagonista?
Bè, due dei testi li ho scritti io e anche tre brani strumentali. Cinque degli altri testi li ha scritti Polly, che ogni tanto prova ad entrare nella mia testa. Altre volte è libera di essere solo il narratore di una storia. È il caso di ‘The Girl in the Yellow Dress’, un brano dal sapore jazz che lei ha scritto come fosse la storia di un libro. Si adatta benissimo ad un pezzo musicale che avevo composto.

Sembra che l’album inizi su un profilo dimesso e poi, andando avanti, gradualmente diventi più ottimistico.
Non so se volesse essere questa la struttura, ma sicuramente volevamo finire con il tema del ‘carpe diem’, ‘cogli l’attimo’, ovvero ‘la vita può essere resa migliore’. Ci sono momenti in cui bisogna incoraggiare le persone a lottare per il diritto di esserci, per far sentire la propria presenza e per protestare contro le ingiustizie del mondo. Il tema è ‘arrivare a spezzare le catene’.

Mi racconti della canzone-tributo a Richard Wright ‘A Boat Lies Waiting’.
Il rolling piano in sottofondo l’ho registrato su MiniDisc 18 anni fa. Mio figlio Gabriel ha adesso 18 anni e nella registrazione lo si sente piccolissimo che strepita. Ho cercato di rifarlo con Roger Eno al piano, ma ho deciso di ritornare alla versione del MiniDisc che aveva l’atmosfera ma non proprio la qualità del suono. Polly riteneva che il motivo del rolling suggerisse l’idea del mare. La navigazione era la grande passione di Rick e il testo deriva da lì. Tutti questi elementi sono stati messi insieme per creare una storia su Rick.

‘In Any Tongue’ chiaramente parla di guerra moderna.
Sì. Molti giovani in questo mondo e nel tuo paese sono passati attraverso esperienze che li hanno traumatizzati in un modo o nell’altro. È un mondo più difficile. C’è una sorta di processo darwiniano di selezione. Non sono sicuro che stiamo progredendo in termini di umanità e bontà. Viviamo con speranza.

Che cosa pensi della situazione dell’industria musicale oggi?
È un momento terribile per i giovani musicisti che cominciano perché è difficile farsi ascoltare. Bisogna andare in giro a suonare per guadagnarsi da vivere perché è difficile far soldi con i dischi. I giovani credono che sia loro diritto avere musica gratis. Ovviamente, per me non è un grande problema, ma da dove può venire la buona musica nuova? Non credo che la musica debba essere gratuita. È auspicabile che questa cosa si metta a posto da sola nei prossimi anni e i musicisti guadagnino giustamente. E che le case discografiche, se continuano negli Stati Uniti, siano in grado di investire denaro nel promuovere la sperimentazione di nuova musica.

A che punto è la preparazione del tour in questo momento?
Ho ingaggiato la band. Ho prenotato lo spazio per le prove. Ma non ho ancora cominciato a pensare al da farsi, ma questo è il prossimo passaggio. È il compito che devo svolgere domani dopo la colazione.

Suonerai il nuovo album per intero?
È molto probabile. Ma come detto, non ho pianificato ancora nulla.
Ci saranno canzoni dei Pink Floyd come ‘Echoes’ che suoneresti senza Rick?
Non sarebbe corretto suonare ‘Echoes’. Dubito molto che la faremo. Ma i pezzi che sento che vanno bene, li farò. Potrei fare ancora ‘Shine On You Crazy Diamond’. Non ho chiuso completamente le porte alle canzoni dei Pink Floyd. Sono così divertenti!

Chi suonerà le tastiere?
Jon Carin e Kevin McAlea, che ha suonato nei concerti di Kate Bush a Londra lo scorso anno.

Ci sarà Phil Manzanera alla chitarra?
Sì, Phil suonerà la chitarra, Guy Pratt il basso. Steve Distanislao sarà alla batteria.

Il tour di ‘On an Island’ fu davvero incredibile. Hai il timore che sia difficile fare di meglio?
Musicalmente, penso che allora abbiamo fatto molto bene e speriamo di fare altrettanto bene stavolta. La mia preoccupazione è se mi divertirò come l’ultima volta. Allora abbiamo vissuto dei momenti fantastici. Per noi fu davvero bello, più di altre esperienze individuali analoghe, credo. Stavamo bene. Speriamo che senza Rick possa essere la stessa cosa. Vedremo di fare del nostro meglio.

Non sono state annunciate tantissime date?
Non sarà una tournée lunga.

Roger ha replicato più di 200 volte il suo ‘The Wall’.
Davvero? Bè, ammiro molto chi riesce a fare una cosa del genere. Ma credo che quei tempi sono passati per me.

Sono sicuro che sei stufo di questa domanda, ma è finita per sempre per i Pink Floyd, sia come entità da tour sia in sala d’incisione?
Sì, per me sì. È stato un piacevole pezzo della mia vita che mi ha dato molto. C’è stata tanta gioia, ci sono state tante risate, tanta soddisfazione creativa. Siamo stati molto bene per il 95% del tempo passato insieme. Non vorrei che quel 5% un po’ più aspro renda il mio punto di vista meno positivo. Tutto passa. Tutto arriva ad una conclusione. Il ciclo è compiuto.

Eppure, ci sono fans in tutto il mondo che continuano a fantasticare di un’ultima tournée con te, Nick e Roger. Ma ritengo che senza Rick non potrà mai accadere.
No. Non ritengo che sia giusto né che dovrei farlo. Non credo che sarebbe piacevole.

Giusto. E avete concluso la storia abbastanza bene con ‘The Endless River’
Sì. Penso di poter tranquillamente dire addio così. So che alla gente piace aggrapparsi a qualcosa, ma io non sono uno di quelli che hanno questa necessità. Entrare in stadi immensi e fare cose del genere, non mi riempie di gioia o di attesa. Voglio stare più vicino alla gente e avvertirne la piacevolezza da un punto di vista musicale.

Bene; a questo punto ti sei sicuramente guadagnato il diritto di fare quello che vuoi.
Grazie. È bello che tu me ne dia conferma.

Andy Greene per Rolling Stone

Traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Ricordo che per tutte le news relative al Tour 2015 le potete trovare nell’apposito articolo, mentre le notizie sul nuovo album le potete trovare in questo articolo, sempre in aggiornamento..

Shine On!

ROGER WATERS: THE WALL LIVE AL CINEMA, UN NUOVO ALBUM E UN TOUR NELLE ARENE… FORSE

11351425_1605910016324411_4607881442199946612_nOltre a David Gilmour in piena azione con un nuovo disco (dal titolo Rattle That Lock) e un tour imminenti (clicca per tutte le ultime news), anche Roger Waters si sta dando molto da fare: a settembre infatti arriverà anche nelle sale italiane (ora è ufficiale) il documentario “The Wall Live” per tre giorni! Sarà al cinema il 29 e 30 settembre e il 1 ottobre, con prevendite a partire dal 19 giugno prossimo. L’elenco delle sale è già disponibile su www.nexodigital.it. A questo link la pagina MyMovies. Intanto Rockol.it ha fatto una bellissima intervista con Roger in cui spiega dettagli su “The Wall Live”, il suo prossimo lavoro solista e il tour che è in fase di progettazione. Qui le parti più interesanti: “Tutto lo show di ‘The wall’ parla di me. Delle mie posizioni circa la guerra, la politica, l’amore, la morte, la famiglia. In casi come questo più cose si rivelano, meglio è: quindi non avrei potuto fare altrimenti. Harry Shindler (il veterano novantunenne che l’aveva accompagnato a Anzio nel 2014) ha deciso di scoprire dove fosse morto mio padre: adesso io e lui siamo amici molto intimi. Mi ha detto che dovevo essere portato nel posto esatto dove mio padre fu ucciso, in modo da chiudere questa mia storia personale, e probabilmente aveva ragione. Ma chiaramente le due guerre mondiali, dove sono morti mio nonno e mio padre, continueranno a tormentarmi fino al giorno in cui morirò“. La storia, quindi. Anzi, le storie. Quella del mondo – “Che, mi spiace dirvelo, non è stato creato da Dio in sei giorni” – e la propria. E la guerra, topos immancabile nel corpus watersiano. Lui prova a eludere la questione – “E’ un trauma comune a tantissime generazioni, capisco che possa ispirare, e io probabilmente lo sono stato, ma non saprei dire quanto: dopo tutto, non è il mio lavoro indagare in merito” – ma è inevitabile che, parlando di “The wall”, si torni al punto. Anche perché sui titoli finale scorrono i volti e i nomi dei caduti di tanti tipi di guerra, dalle vittime dell’isteria dei giorni nostri come Jean Charles de Menezes ai vigili del fuoco scomparsi negli attacchi dell’11 settembre, fino a uno dei tanti militari italiani scomparsi negli attacchi di Nassiriya: “Quale sia il minimo comune denominatore di tutti i tipi di conflitto? Sono anni che me lo domando. Una volta le guerre si combattevano per il territorio, che – tradotto – significava ricchezza. Oggi mi pare che lo scopo dei conflitti sia più quello di massimizzare i bilanci dei profitti dalla vendita di armi. Che sono molto costose, e si vendono benissimo. E’ come il Monopoli. ‘La guerra è un racket condotto da gangster’: non l’ho detto io, ma Smedley Butler, uno dei soldati più decorati nell’intera storia dell’esercito degli Stati Uniti. Tutti i governi comprano armi. ‘Dobbiamo divenderci dai comunisti, dagli islamici’, ci hanno detto negli anni, ma sono solo stronzate: l’unico vero scopo è fare soldi“. Guerra come modello di business o business di guerra? Nelle scenografie del live di “The wall” dai bombardieri non cadono ordigni ma simboli: falci e martello, stelle di David, mezzelune, croci, ma anche la conchiglia della Shell e il logo della Mercedes. Il capitalismo, quindi, come nuova religione? “Certo, credo lo sia già. E anche la tecnologia. Non sono il tipo che vorrebbe andare in giro a distruggere tutti i computer, ma credo che dovremmo preoccuparci un po’ di più per i bambini, e penso sia un bene che qualcuno conduca studi neurologici specifici per capire cosa succeda a stare tutto il giorno con la testa china su uno smartphone o un tablet. Andiamo, non può fare bene. Verrebbe da dire: ‘Dai, esci a giocare un po’!’. Prima, salendo verso la mia stanza, ho visto dei ragazzini incollati ai loro telefoni. Questo, per me, significa essere ‘Amused to dead’“. Portare su grande schermo uno show così complesso e maestoso come “The wall live” non è stata una passeggiata: “Musicalmente parlando, forse l’aspetto più delicato è stato quello di restituire un buon suono, specie quello delle chitarre: c’è stato un grande lavoro di editing, perché nei cinema il suono deve essere molto compresso, condensato. Dal punto di vista scenografico, per rendere l’idea delle dimensioni dell’allestimento scenografico ci sono state molto utili le riprese fatte con gli elicotteri in Quebec e a Buenos Aires: il fatto, però, è che ogni posto è diverso, e in sede di montaggio spesso ce ne siamo accorti“. Nessun rimpianto, per qualche eventuale sequenza rimasta esclusa dal final cut? “Sì, ci sono cose che siamo stati costretti a lasciare fuori. L’assolo di chitarra di ‘Mother’, per esempio, o il mio discorso al pubblico del Quebec. Era lungo, tutto in francese: non potevamo piazzare un discorso di dieci minuti nel bel mezzo del concerto, così ne abbiamo salvato un pezzo come introduzione di ‘Mother’ – quando invito la platea ad augurarmi buona fortuna dicendo ‘Dit moi merde’. Il resto, però, è stato tutto tagliato“. Potrà rappresentare la chiusura di un ciclo, quindi, “Roger Waters: the wall”, ma di certo non segnerà la fine della carriera di quello che, fino al 1985, fu considerato l’ideologo dei Pink Floyd, perché il cantante, bassista e compositore di Great Bookham nella sua faretra di frecce ne ha ancora. Non moltissime, a quanto pare, ma abbastanza da tenere col fiato sospeso una nutrita schiera di fan: “Sto pensando a un nuovo spettacolo“, ci spiega, “Elaborando il concept, mi sono detto: ‘Wow, questo live sarebbe perfetto per le arene’. Quindi sì, non girerò più gli stadi: forse mi limiterò alle arene. Però dobbiamo ancora vedere come farlo funzionare. Non sono troppo sicuro che il mio pubblico sia pronto per qualcosa di nuovo: di fatto quando la gente viene ai miei concerti vuole le canzoni vecchie. Tuttavia sì, ho ancora un disco da fare e portare in tour. Uno soltanto“. Il canto del cigno, quindi. Lo stesso ritorno al rock di Waters dai tempi di “Amused to dead” che dovrebbe iniziare con il verso “If I had been God”? “Sì, quello. Ci sto ancora lavorando. E sì, ‘If I had been God’…“.

Sul nuovo album però c’è da dire che è ancora lontano: in questa intervista rilasciata a Repubblica.it (clicca per leggerla integralmente) dice: “Sono a metà di un nuovo album. Quando sarà pronto, fra un anno, un anno e mezzo, sì, mi piacerebbe portarlo in tour. Ai miei concerti mi diverto ancora“.

Shine On!