intervista

NICK MASON: NUOVA INTERVISTA PER IL MAGAZINE “RELIX”

Dalla pagina Facebook di Cymbaline-Pink Floyd Magazine, una bellissima intervista a Nick Mason, dal magazine “Relix” fatta a Maggio 2020 da Mike Greenhaus, ricca di moltissimi particolari sul progetto “Saucerful Of Secrets”, la mostra “Their Mortal Remains”, e un accenno alla situazione attuale dei Pink Floyd..

Nick Mason:

Rivisitazione dei primi Pink Floyd con i Saucerful of Secrets

Le mie speranze iniziali per i Saucerful of Secrets erano abbastanza basse. Pensavo che avremmo suonato in qualche pub, ma la cosa finì un po’ fuori controllo. L’altra cosa triste è che non fu frutto della mia ispirazione – fu [il chitarrista] Lee Harris ad avere l’idea e pensò che fosse l’ora per me di tornare al lavoro.
Così propose il progetto a Guy Pratt [bassista dei Pink Floyd in tournée] e la band si formò intorno a me. Non ci sono state audizioni. Semplicemente, delle persone si misero insieme, esattamente il modo in cui si sono formate tante band negli anni ’60. I Rolling Stones non hanno fatto audizioni; erano solo persone a cui piaceva la stessa musica.
All’inizio dissi: “Proviamo uno o due giorni in sala e vediamo come va”. Dopo circa 10-12 giorni, pensai: “Bene, andiamo a suonare”. In America, in particolare – dove tantissima gente ci ha scoperto solo con Dark Side – tutta la musica prodotta prima è quasi sconosciuta. Quindi, l’aspetto positivo della scelta di proporre la produzione Pink Floyd più vecchia è l’opportunità di essere un po’ più liberi. Il problema con l’esecuzione di “Comfortably Numb” è che i fan vogliono ascoltare la parte di chitarra suonata esattamente come l’ha suonata David [Gilmour].
Con questo materiale non dobbiamo preoccuparci di ogni dettaglio preciso; questo conferisce freschezza ai brani. C’è molta improvvisazione. Quando realizzammo il nostro primo album [The Piper at the Gates of Dawn] del 1967, passammo molto tempo ad accorciare i pezzi ad una lunghezza ragionevole per il vinile. “Interstellar Overdrive” è di circa nove minuti sull’album, ma quando la suonavamo all’UFO, durava 20-23 minuti. Ora possiamo estenderlo o accorciarlo. Scegliamo al momento; l’idea è di non eseguire le canzoni in maniera fedele.

Non un momento di svolta

I Pink Floyd hanno suonato alcune di queste canzoni molto raramente. Forse le abbiamo suonate per promuoverle ma se si trattava di un singolo, una volta capito che non vendeva, perdevamo interesse per il brano e andavamo oltre. Poi, poco dopo, arrivarono Meddle e Dark Side e c’era la sensazione di andare un po’ avanti. Accantonavamo pezzi che avrebbero potuto essere sviluppati ma non li trovavamo molto interessanti.
In merito all’emergere di Roger Waters come autore principale dei Pink Floyd, non è che fu graduale, ma successero tante cose dopo l’uscita di Syd [Barrett]. Ci fu una fase transitoria molto strana, nel corso della quale David mimava le canzoni di Syd durante gli show televisivi e cose del genere. C’è una netta differenza tra Piper, in cui Roger aveva scritto “Take Up Thy Stethoscope and Walk” – che non penso sia una grande canzone – e l’album successivo per il quale scrisse “Set the Controls for the Heart of the Sun” che è una grande canzone. Ma non c’è stato un momento di svolta, nel quale avvenne la transizione. Che fu alquanto strana. Quello che veramente successe fu che la ‘presenza’ di Syd, anche se fisicamente non c’era, forse durò altri tre o quattro mesi prima che ci fosse la sensazione che David si fosse pienamente integrato.
La storia di Peter Green con i Fleetwood Mac è affascinante per me; c’è un po’ di quella storia nei Pink Floyd, dove uno va via e ne entra un altro. Stessa cosa nei Genesis. Sono l’unico che non può essere sparato [ride].

Una ruota che gira

Fondamentalmente, il nostro obiettivo è quello di esplorare tutta la musica che abbiamo fatto prima di Dark Side of the Moon. Detto questo, ti ritrovi in un altro territorio. Finora abbiamo suonato forse solo il 15% del materiale disponibile. In parte non è molto interessante, ma c’è sicuramente molto materiale che intendiamo aggiungere al repertorio prima di tornare dal vivo.
Prima che i Pink Floyd andassero in tournée negli Stati Uniti, avevamo sentito molto parlare dell’America. Avevamo sentito parlare dei light show, della psichedelia e di tutto il resto, ma non avevamo idea di quale fosse la musica vera. Quei nomi suonavano esotici. Ma la cosa interessante è che Big Brother & The Holding Company era davvero una band R&B. Per molti anni, abbiamo pensato che la 1910 Fruitgum Company fosse una band selvaggia, quando in realtà erano pop. E Country Joe & the Fish erano alquanto country & western.
Incontrammo Zappa nel nostro primo tour americano: ebbe un’enorme influenza su tutti. Più tardi, quando era in Europa, suonò con noi all’Actuel Rock Festival. Era uno dei grandi filosofi e icone del rock. Dico che è stato molto influente in parte grazie agli altissimi standard musicali dei Mothers’ – radicali, ma anche estremamente esperti.
Ora, quando guardo alle band psichedeliche più giovani, penso: siamo adesso l’equivalente di Lightnin’ Hopkins e Howlin’ Wolf? Negli anni ’60, tutti i gruppi prendevano dai vecchi artisti R&B, modernizzandoli.
Forse funzionava; 50 anni dopo, facciamo ascoltare la musica degli anni ’60. È curioso vedere questa ruota che gira.

Diventi un monumento

Sono passati più di 20 anni da quando ho fatto un tour. Ho considerato tale possibilità altre volte, ma non ho mai trovato una formula che mi interessasse abbastanza o che mi desse la sicurezza di fare una cosa abbastanza diversa. Avvertivo una sorta di allarme: o dovevo fare musica completamente nuova, che richiede un diverso tipo di band e mesi in uno studio di registrazione, oppure dovevo suonare i grandi successi dei Pink Floyd, nel qual caso diventi quasi una tribute band.
I Pink Floyd non hanno mai formalmente deciso di non fare più tournée, ma successe che tra il 1987 e il ’94 abbiamo fatto moltissimi concerti e furono tour lunghi. Arrivammo al punto in cui soprattutto David non volle uscire per un altro anno. Il problema è che, con i grandi tour, si tende a farli piuttosto lunghi per giustificare le spese. Mi piace andare in tour, ma non fino al punto di annullare tutta la vita privata e, quando torni a casa, tua moglie ti ha lasciato e i tuoi figli sono andati via. Ma le cose sono cambiate. Le tournée erano legate alle uscite degli album; e ora gli album in studio sono diventati la parte minoritaria del business musicale. Con lo streaming, la pirateria e tutto il resto, l’attività reale adesso sono i concerti.
Un’altra spinta verso i Saucerful è stata la mostra del Victoria & Albert Museum a Londra. Ho trascorso parecchio tempo a lavorare sulla storia dei Pink Floyd e a cercare materiale per l’esposizione. Mi è davvero piaciuto farlo, ma alla fine ti senti un monumento perché è tutto incentrato sul passato, sulla storia e così via. Mancava qualcosa: suonare. Sono arrivato al punto di pensare: “Mi piacerebbe suonare di nuovo la batteria piuttosto che parlarne semplicemente”.
Oltre a suonare, corro con le auto da corsa e le due passioni si completano a vicenda. Sono opposte. La musica richiede la collaborazione di altre persone; quando sei su un’auto da corsa, sei da solo. C’è bisogno di entrambe le prospettive nella vita.

Dove siamo adesso

Con i Pink Floyd, c’è carenza di materiale che mostri dove eravamo in un momento specifico. È un rimpianto per tutti noi. L’unica grande testimonianza filmata dei Pink Floyd dal vivo, prima delle ultime due tournée, è Live at Pompeii, al quale sono molto affezionato. È stato un’ottima fotografia di dove eravamo in quel momento. Con i Saucerful of Secrets, ogni spettacolo è andato un po’ meglio. Lo spettacolo che abbiamo ripreso per il prossimo Live at the Roundhouse dei Saucerful Of Secrets era alla fine della tappa britannica del tour. La Roundhouse è stata anche un luogo fantastico in cui filmare perché è un posto in cui ho lavorato fin dalla notte dei tempi. I Pink Floyd suonarono lì nell’ottobre del 1966, prima che avessimo un contratto discografico, prima che avessimo un manager o cose del genere. Quindi ho dei bei ricordi della Roundhouse. Sembrava di giocare in casa. La setlist è sostanzialmente quella che stavamo suonando. Abbiamo aggiunto alcune canzoni ed è diventato la testimonianza filmata di dove siamo adesso.
Sentiamo tutti che abbiamo scelto la serata giusta, per fortuna. Per quanto ci riguarda, è probabilmente lo spettacolo migliore che abbiamo fatto. E speriamo, quando andremo di nuovo live, di migliorare. Ma il film è un buon indicatore di dove siamo adesso.

Un casino col cellulare

Dissi sia a David che a Roger che mi sarebbe piaciuto che uno di loro – o entrambi – venissero a suonare con noi qualche volta. Roger si trovava a New York quando, pochi giorni prima dello spettacolo, parlammo con lui della possibilità che venisse a suonare con noi al Beacon. Poi dimenticò il telefono in un taxi, quindi non lo sentii per due giorni. Pensai che si fosse raffreddato all’idea. Quindi il giorno dello spettacolo, disse: “Ok, verrò.” Dunque, non c’era un’idea precisa. Sapevamo quale canzone avrebbe fatto, ma non ci avevamo pensato bene; però questo rendeva la cosa molto più eccitante perché nessuno sapeva se avrebbe ricordato le parole della canzone che avrebbe cantato. Fu fantastico, assolutamente, inevitabilmente, cominciò e via.
Non credo che David e Roger siano in grado di fare qualcosa insieme a breve. Ma mi piacerebbe che Roger tornasse a fare qualche altra cosa con noi, e sarei molto felice di fare qualcosa con lui. Nessuno di noi vuole essere nella band dell’altro, però. Vogliamo fare le cose a modo nostro, magari stare insieme a pezzi e bocconi. Non credo che si riformi la band per fare qualcosa.

Fonte e traduzione a cura di Cymbaline-Pink Floyd Magazine

A questo link l’articolo originale di Relix


Shine On!

RICHARD WRIGHT: RISCOPRIAMO L’INTERVISTA PER “BILLBOARD” DEL 2007

Negli ultimi tempi abbiamo avuto modo di ascoltare i pensieri di tutti i componenti dei Pink Floyd, Nick Mason rilascia interviste regolarmente, Roger Waters parla nei suoi account molto spesso, e David Gilmour dopo l’uscita del box “The Later Years” è impegnato nella promozione del libro della moglie Polly Samson. Così mi è venuto in mente di riscoprire una delle ultime interviste a Richard Wright, fatta nel 2007 in occasione dell’uscita del cofanetto per il 40° anniversario di “The Piper at the Gates of Down“, nella lussuosa edizione in 3 dischi, dalla rivista Billboard. Questa breve intervista è molto importante non solo per il fatto dei suoi pensieri su Syd Barrett e la reunion del Live 8, ma per il fatto che Richard confermò che allora era al lavoro su un nuovo album solista, tutto strumentale, basato sul pianoforte, che avrebbe dovuto uscire nel 2008. Purtroppo come sappiamo le cose andarono diversamente (Rick morì a Settembre 2008), ma resta comunque la curiosità di ascoltare questo “concerto” che sicuramente esiste solo negli archivi della famiglia Wright.


Il tastierista e socio fondatore Rick Wright, che ha mantenuto un basso profilo per tutta la storia della band, ha parlato con Billboard dell’anniversario, dell’impatto duraturo dei Floyd e del suo recente lavoro.

Quali sono le tue impressioni dopo aver ascoltato di nuovo il primo album dei Floyd?

E ‘stato molto interessante. C’è una grande differenza tra il modo in cui suonavamo dal vivo in quel momento e il modo in cui avevamo fatto il disco. La cosa più sorprendente era essere ad Abbey Road a registrarlo e avere i Beatles alla porta accanto che registravano ‘Sgt. Pepper’. Ora so perché “Piper” ha avuto un’influenza su così tante band. Posso sentire anche cose punk lì. Il modo in cui Syd ha scritto ha avuto un’enorme influenza su così tante persone“.

Questo album rappresenta Syd Barrett al culmine dei suoi poteri?

(‘Piper’) è stato il suo periodo creativo, anche se devo dire che c’è qualcosa di straordinario nei suoi due album da solista. Aveva un modo incredibile di vedere le cose. Ricordo di essermi seduto con lui un giorno e ha scritto una canzone in 10 minuti. Come aspirante cantautore, non potevo crederci. Gli accordi non erano in tempo, perché pensava solo al ritmo delle parole e della melodia. Non erano in 4/4 o 3/4 – erano ‘dappertutto’“.

Com’è stato far rivivere le canzoni di Barrett quando hai suonato nella band di David Gilmour nel suo tour del 2006?

Ho cantato ‘Arnold Layne’ live per la prima volta da quando è stata scritta, ed è stata fantastica da fare. Ma all’epoca non lo abbiamo mai suonata dal vivo, e non credo che abbiamo mai suonato ‘See Emily Play’ live. Quando David Bowie venne e fece da ospite quando stavo suonando con David, disse che quando per la prima volta ascoltò Syd, si rese conto che sapeva cantare con un accento inglese“.

Il culto dei Pink Floyd non mostra alcun segno di diminuzione. Cosa ne pensi?

Oh, Dio, non lo capisco. Tutti voi scrittori dovete parlarne. So che abbiamo fatto delle canzoni fantastiche e della musica fantastica, ma non posso dirvi perché siamo così popolari. Ci sono alcuni fan di Syd che pensano che Floyd siano finiti quando ha lasciato la band“.

La reunion dei Pink Floyd al Live 8 ti ha dato nuove prospettive sulla band e sulla sua eredità?

Molte persone stanno sognando che la band si riunisca di nuovo perché abbiamo fatto il Live 8. A causa di tutti gli argomenti e le questioni che Roger ha avuto con me, e con David, è stato meraviglioso che in realtà lo abbiamo comunque fatto, tutti insieme. Ma abbiamo imparato qualcosa. Sarebbe molto difficile per noi quattro fare un tour mondiale, semplicemente perché le nostre idee sono musicalmente così diverse“.

Stai lavorando a qualche progetto solista?

Ho varie idee. Farò un album strumentale, basato sul piano, e ho un sacco di cose registrate. Dipende da come tratto il piano e se ho bisogno di musicisti con cui suonare. Ho le composizioni. Ma non è imminente – si spera l’anno prossimo“.


Fonte: https://forums.stevehoffman.tv/threads/rick-wright-talks-about-piper-live-8-and-the-future.123733/

Shine On!

ROGER WATERS: INTERVISTA PER ROLLING STONE & “MOTHER” IN VERSIONE “LOCKDOWN”

Intervistato da Rolling Stone, Roger Waters ha parlato del “summit di pace” fallito con David Gilmour e Nick Mason, racconta che cosa accadrà nel suo prossimo tour dopo il corona-virus e spiega perché Joe Biden non batterà mai Donald Trump.


Intervista di Brian Hiatt

Roger Waters ha scritto un’intera rock opera sui pericoli dell’isolamento, eppure sembra vivere bene la quarantena. Ha continuato a lavorare al tour This Is Not a Drill (per ora rimandato al 2021), ha registrato nuova musica (incluso un tributo all’amico scomparso John Prine), ha seguito con interesse le notizie di politica e attualità. La notte prima alla nostra conversazione, per esempio, ha guardato una serie di seminari web sulla storia della Siria. «Volendo cercare il lato positivo», dice dell’isolamento casalingo, «può aiutarti a concentrarci sulle cose».

Com’è rimandare un nuovo spettacolo per uno che lavora tanto duramente ai suoi tour?
Non abbiamo smesso di lavorare. Non ci siamo fermati neanche per un secondo. Lo show è in parte un concerto rock da arena e in parte cinema. Si poggia sull’idea secondo cui siamo divisi dalla classe dirigente, che io dipingo come se vivesse nell’iCloud. Vivono nel cielo, dove tutto è bianco e c’è un gran lusso. E poi c’è l’oltretomba, dove noialtri ci affatichiamo tra le cose, scomodamente anestetizzati (uncomfortably numb in originale, ndt). Ma c’è un terzo posto, il bar, che è frutto della mia immaginazione, dove persone di tutto il mondo, di ogni comunità, razza e religione possono riunirsi e parlare liberamente. Ingaggerò degli attori per interpretare i personaggi del bar – ho già iniziato il casting, e ho scritto tutta la sceneggiatura.

In scaletta ci saranno canzoni dal tuo catalogo solista e da quello dei Pink Floyd: ce ne sono di nuove, che magari non suonavi da un po’?
Odio essere quello che precisa queste cose, ma sono tutte mie canzoni. Posso mettere insieme una scaletta con tutte le canzoni che ho scritto durante la mia vita, con l’eccezione di alcune delle prime cose. Non sono sicuro che Set the Controls for the Heart of the Sun rientri nella categoria, perché l’ho scritta quando avevo 20 anni e copiavo roba da libri di poesia cinese.

L’anno scorso hai provato a organizzare un incontro pacificatore con David Gilmour. Cosa è successo?
È vero. Curioso che ne parli come di un incontro tra me e lui. Non c’era un elefante nella stanza, c’era un batterista! Nick Mason era lì. Siamo rimasti vivi in tre. Syd è morto, Rick Wright è morto. Avevo messo giù un piano, ma non ha dato i suoi frutti. L’idea era: possiamo pubblicare il vinile rimasterizzato di Animals senza scatenare la Terza guerra mondiale? Ho detto: «Perché non lo mettiamo ai voti, così da superare la cosa?», ma non hanno voluto. Dio sa perché.

In questi tempi orrendi è bello pensare alle vecchie band che si riuniscono, non credi?
No, non sarebbe bello! Sarebbe orribile, cazzo. Ovviamente, se sei un fan di quel periodo dei Pink Floyd, beh, hai un punto di vista diverso. Ma io quelle cose le ho vissute. Era la mia vita quella lì. So che all’inizio sono stato dipinto come il cattivo della storia… e così sia. Posso conviverci. Ma scambierei la mia libertà per quelle catene? Non esiste.

È spaventoso pensare che molti dei nostri musicisti preferiti che vanno in tour hanno più di 70 anni e devono valutare l’impatto dell’emergenza sanitaria sul loro futuro. Hai mai pensato che forse alcuni dei tuoi contemporanei hanno già fatto il loro ultimo concerto?
Beh, alcuni di loro lo stavano facendo comunque perché sono troppo vecchi! Come me, per esempio. Ho pensato a lungo prima di spostare il tour alla prossima estate. Ho dovuto decidere se sbloccare la cosa o meno. Ho 76 anni, e l’anno prossimo andrò per i 77. Faccio fatica a immaginarmi a 80 anni nel mezzo di un concerto rock’n’roll in un’arena. Sai, tutto finisce. Nessuno vive per sempre.

Sei un supporter di Bernie Sanders e non apprezzi particolarmente Joe Biden. Che ne pensi di chi dece che uno di sinistra ha il dovere di votare per il candidato democratico?
È una delle poche cose su cui sono ancora indeciso. Non riesco a immaginare Biden che batte Trump in campagna elettorale. Biden è viscido, cazzo, è debole e non è attraente per nessuno. Almeno Trump è un venditore di pozioni miracolose. Ha i suoi trucchi. Li esegue molto male, ma alla gente non importa. Anzi, credo che gli piaccia. Ancora non mi capacito del fatto che abbiamo scartato l’unico candidato che rappresentava il popolo americano, cioè Bernie Sanders. Non so se riuscirò a scegliere il male minore.

Ami la musica di John Prine e di artisti come The Band. Hai mai pensato di registrare canzoni di quel tipo?
È curioso che tu me lo chieda. Ho registrato una nuova versione di Paradise di Prine, e ti confesso che questa mattina ho pensato: «Potrei fare anche Hello in There», e «chissà in che tonalità è Sam Stone?». E voglio disperatamente suonare Donald and Lydia. Immagina la gioia, anche solo per me, di registrare quelle canzoni e fare quell’esperienza.


Roger Waters: “Il distanziamento sociale è un male necessario in un mondo con il Covid. Guardare “Mother” mi ricorda quanto sia insostituibile la gioia di essere in una band“.

Shine On!

GUY PRATT: INTERVISTA DAL SITO “SUPER DELUXE EDITION”

Nuova interessante intervista di Paul Sinclair a Guy Pratt, bassista dei Pink Floyd dal 1987, dal sito superdeluxeedition.com in occasione dei suoi video “autodidattici” in questo periodo di “lockdown”, dove rivela particolari sulla sua carriera e molto altro. Qui alcuni stralci delle dichiarazioni che più hanno a che fare con i Pink Floyd. A questo link potete leggere l’intervista integrale.


Mi sono goduto i tuoi video “Lockdown Licks”. Cosa avresti fatto se al momento non fossimo in questa situazione di blocco?

Oh, grazie. Sarei alle prove con Nick Mason e i Saucerful of Secrets, dato che stavamo letteralmente andando in tour la prossima settimana o la settimana successiva“.

Siete tutti autodidatti?

Completamente, sì. Non riesco a leggere la musica o altro. Un tempo era un distintivo d’onore, ma ora mi rendo conto che è solo una pigrizia incredibile. In realtà facendo queste “Lockdown Licks”, ho dovuto tornare indietro e imparare cose che ho fatto e ricordarmele. Ho pensato: “Cazzo, sarebbe molto più facile se potessi semplicemente leggerlo“.

La tua ambizione era quella di far parte di una rock band da adolescente?

Sì, assolutamente. Questo è tutto ciò che volevo fare. Ma poi ho iniziato ad essere assunto da tutte le persone della generazione della musica di cui mi sono innamorato, e poi ho continuato a farlo ed è stato troppo seducente e troppo facile. Ho finito per vivere a Los Angeles quando stavo ancora facendo tutte le cose di Madonna e Michael Jackson e [lavorando] con Robbie Robertson, e tutte quelle leggende assolute di Los Angeles, e la mia sindrome da impostore era alle stelle: ‘Che cazzo stai facendo? Non è quello che dovresti fare’. Ho amato quello che stavo facendo, ma non è quello che avevo pianificato, non è quello che volevo fare, e non sapevo davvero perché fossi lì“.

Che dire degli estenuanti tour mondiali di un anno con i Pink Floyd in particolare? È ovviamente una grande impresa, essere on the road, viaggiare per il mondo, è qualcosa che ti piace?

L’ho fatto. Non li faccio da anni. L’unico vero tour che ho fatto negli ultimi anni è quello di David Gilmour, che sono molto brevi e piuttosto sporadici. Sono molto comodi, ma, a dire il vero, in realtà non lavori abbastanza. I tour di “Saucer” sono i miei preferiti in assoluto, anche se mancano di tutto il lusso, è come il 1974. È la prima volta che Nick ha mai dormito su un autobus turistico! Questi sono tour adeguatamente estenuanti, soprattutto perché siamo tutti più vecchi. Facciamo, in media, cinque spettacoli a settimana. E ne faremo quattro di fila, con viaggi ogni giorno, ma con questa band in realtà non ci piacciono le notti libere, le notti libere [di solito] andiamo a cena e ci sprechiamo e tutto, [ma] non lo farò più. Quindi è molto più bello se stai solo facendo un concerto. E, francamente, a tutti noi piace alzarci la mattina perché piuttosto che passare la notte in discoteca vogliamo tutti essere al museo d’arte locale“.

Allora, qual è il prossimo video “lockdown”? Cosa hai in cantiere?

Beh, ne ho appena registrato uno, sono guidato dal mio pubblico. Ricevo molte persone che chiedono roba dei Pink Floyd, e molte cose sono inutili, sai, le persone mi chiedono di mostrare “One of These Days”, ma amico, è una nota con un Delay. La maggior parte delle canzoni dei Pink Floyd mi coinvolgono semplicemente ripetendo sempre la stessa cosa, per molto tempo, mentre l’assolo di chitarra sta accadendo, quindi non riesco davvero a capire il punto. Ho appena fatto la sezione solista di “One Slip”, perché alla gente sembra piacere davvero. Inoltre, sai che David ha modificato molto del mio basso sul set di “The Later Years”. Ha tolto il mio assolo di basso sia da “Venezia” sia da “Delicate Sound of Thunder”.

È un po’ cattivo, non è vero?

È davvero cattivo, sì. Ha appena detto che pensava che fosse un po’ anni ’80. E.. lo è, sì, ed è abbastanza imbarazzante quella roba. Ma sembra un po’ strano, se stai facendo un cofanetto che dovrebbe essere una registrazione completa di ciò che è accaduto, dovrebbe almeno essere quello che è successo! Quindi, comunque, potrei fare l’assolo di basso per “Money”. Ma sì, ho realizzato le parti per basso solo di “One Slip”, cosa che non volevo davvero fare perché in realtà sono solo io ad abbellire una cosa di Tony [Levin]. E ho fatto “Wearing the Inside Out”, che è l’unica canzone dei Pink Floyd che in realtà proviene da una mia idea musicale, quindi è la prossima. E poi farò Toy Matinee. Ricevo molti americani che mi chiedono di fare Toy Matinee. Nessuno in Inghilterra ha la minima idea di cosa sia, sai, quindi…

Shine On!

GERALD SCARFE: “IN SOFFITTA HO TROVATO BIDONI PIENI DI PELLICOLA 35MM”

L’artista e vignettista politico Gerald Scarfe racconta a Rolling Stone la storia della sua collaborazione con i Pink Floyd, e dello straordinario archivio che nasconde tutti i segreti dell’artwork di ‘The Wall’ e del film di Alan Parker: qui un estratto delle più interessanti dichiarazioni.

Vorrei, se possibile, che gli oggetti restassero tutti insieme. Potrebbero essere divisi, ma l’ideale per me sarebbe vendere tutto a un singolo collezionista, perché l’archivio contiene ogni cosa che ho fatto su The Wall dal giorno del primo incontro con Roger Waters. Appunti, bozzetti e cose del genere, che poi ho sviluppato in opere più grandi. Ho anche dei filmati; l’altro giorno in soffitta ho trovato bidoni pieni di pellicola 35mm, frammenti che risalgono fino al periodo di Wish You Were Here.  

(La collaborazione di Scarfe con i Pink Floyd iniziò nel 1974, quando la band lo contattò dopo che la BBC mandò in onda il suo film animato A Long Drawn Out Trip. Secondo quanto racconta Scarfe, Waters disse al batterista Nick Mason: “Dobbiamo lavorare con questo tizio; è assolutamente folle. Dobbiamo portarlo a bordo“). 

Quando li ho incontrati per la prima volta non sapevo cosa volessero da me, e non credo lo sapessero neanche loro. Credevo che l’animazione fosse una forma d’arte inesplorata. Pensavo: ‘Perché l’arte non può muoversi? Perché non può essere come Picasso e Matisse?’ L’animazione non è necessariamente fatta di animaletti che saltellano tutto il tempo“.  Nel corso degli anni Roger Waters e Gerald Scarfe sono rimasti amici: “Giocavamo molto a biliardo e bevevamo birra forte. Un giorno Roger si è presentato a casa mia, a Chelsea, con le prime demo. Erano mesi che mi diceva: ‘Un giorno finirò questa cosa, ti mostrerò tutto e ci lavoreremo insieme’. Me l’ha promesso mentre lo scriveva, perché aveva compreso il potere delle immagini accostate alla musica“.

L’archivio di Scarfe contiene tutto il materiale raccolto nei cinque anni passati dal primo incontro con Waters fino all’uscita dell’adattamento cinematografico del 1982 diretto da Alan Parker: i primi bozzetti disegnati a mano, i quadri stampati nel libretto del vinile dell’album, gli storyboard, sceneggiature complete di illustrazioni, oggetti di scena dello stravagante tour di The Wall e del film. Nella collezione ci sono anche “cinque anni di ephemera”: i dischi d’oro di The Wall, statuette, pass per il backstage, una giacca da tournée personalizzata per The Wall e strani oggetti utilizzati durante le riprese del film.

Ho le lampade della stanza di Bob Geldof. Alla fine della produzione le vendevano per 5 dollari, e le ho comprate“.

La mia idea era di includere i concerti dal vivo, così che il palco si mischiasse con la vita vera. Per questo ho ripreso diversi show. Ma ho capito che non sarei riuscito a portare a termine il progetto. Non sarei riuscito a fare sia le animazioni che la regia. E poi c’è da dire che chi finanziava il film voleva un regista conosciuto, e Alan Parker era noto a Hollywood. Quindi mi sono tirato indietro, ma ne ero felice perché ero sopraffatto dal carico di lavoro“.

Roger aveva sempre pensato al muro bianco, che è molto simbolico. Certo, c’era preoccupazione: ‘Venderà bene?’ Per questo, Roger decise di aggiungere il nome del gruppo e il titolo con un adesivo“.

Devo dirlo: Mr. Trump è la mia musa. Ogni giorno dice o fa qualcosa. Vale per tutti i medium: i personaggi più folli funzionano meglio. E qui abbiamo Boris Johnson, quindi è come se fossi circondato da cartoni animati. Fanno il lavoro al posto mio“.

La gente mi chiede: ‘È la tua visione o quella di Roger?’ La risposta è che è la mia, perché viene dalla mia mente. È la mia interpretazione dei pensieri di Roger. Lui è senza dubbio l’origine dell’idea, è la sua storia, ma le immagini sono figlie delle mie visioni ed esperienze“.

Fonte e articolo completo: www.rollingstone.it

Shine On!

DAVID GILMOUR: “THE LOST ART OF CONVERSATION” – L’INTERVISTA IN 4 PODCAST

Per celebrare la prossima uscita del box “Pink Floyd -The Later Years 1987 – 2019” (disponibile dal 13 dicembre), David Gilmour ha concesso a Matt Everitt della BBC Radio la sua unica intervista sull’uscita di questo attesissimo cofanetto, il cui risultato è l’affascinante podcast “The Lost Art of Conversation“. Gli episodi sono divisi in 4 parti e saranno disponibili su YouTube settimanalmente dal 25 novembre: Il primo è chiamato “The Studio“, qui David parlerà del ritorno della band alle jam session nello studio di registrazione e di come allora abbracciarono la nuova tecnologia disponibile, di fronte a montagne di progressi nei sintetizzatori e in altri strumenti. In “Artwork” Gilmour racconta la sua idea per la copertina dell’album, compreso come il suo semplice schizzo di un letto singolo e vuoto sia stato trasformato dall’artista Storm Thorgerson nell’immagine di circa 500 letti sulla copertina di A Momentary Lapse of Reason. Si continuerà poi con “Live Performances” dove racconterà di come la band si stava preparando per la prospettiva del prossimo tour, mentre provavano in un hangar per aerei all’aeroporto di Toronto. Infine in “Unreleased New Material from the box set” Gilmour parla del nuovo e raro materiale incluso in “The Later Years” e dei suoi ricordi, mentre guarda le riprese della band che volava in dirigibili promozionali sulla spiaggia di Miami, guardando sfortunati nuotatori circondati da squali.


THE LOST ART OF CONVERSATION: A PINK FLOYD PODCAST

Shine On!