intervista

NICK MASON: NUOVA INTERVISTA SUL BOX “EARLY YEARS 1965-1972”

Interessantissima intervista con un Nick Mason in grande spolvero umoristico. Tutto da leggere!

NICK MASON – ‘PINK FLOYD THE EARLY YEARS 1965 – 1972’

traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

L’elefantiaco nuovo box dei Pink Floyd non è solo un esercizio di nostalgia — è attrezzatura ginnica, secondo Nick Mason. “È un test di fitness” sogghigna il 72enne batterista dei Pink Floyd durante un’intervista esclusiva a Londra con Postmedia Network (Canada). “Se lo porti di qua e di là e su e giù, ti accorgi che ti fa un sacco di bene. È un allenatore cardiovascolare in scatola… è salutare, davvero. Come il muesli, ma più grande.” Scherza, ma solo in parte. Pesante circa 10 chili e grande quanto un tostapane, The Early Years 1965–1972 è la più ampia ed esaustiva ristampa della carriera dei Pink Floyd. Con più di 25 ore di raro materiale audio e video distribuito in 27 CD, DVD e Blu-Ray divisi in sette volumi — arricchito da booklet multipli ed oltre 40 pezzi di memorabilia, questo box – dal prezzo di 650 dollari – è senza dubbio il massimo per un appassionato. Incisioni inedite, missaggi quadrifonici a lungo perduti, film interi, filmati del primo frontman Syd Barrett: è tutto lì dentro. Assieme ad oltre 200 performance della formazione classica dei Floyd con Mason, con il chitarrista David Gilmour, con il bassista Roger Waters e con il tastierista Richard Wright, naturalmente.
Il box arriva l’ 11 novembre e il fascinoso e divertente Mason chiacchiera di scorrazzate con vestiti sgargianti, di vita che continua anche senza Ready Steady Go e di un futuro… nel campo del condimento per insalate.

Complimenti. Non è il solito box di album rimasterizzati riempiti con un po’ di extra. Che cosa ha spinto verso questo tipo di scelta?

La cosa è partita un bel po’ di tempo fa, almeno l’idea di provare ad archiviare l’esistente — non necessariamente per avere tutto o arrivare a possedere tutto, ma solo per sapere che cosa ci fosse in giro. Ebbi un’utilissima discussione con quelli della Apple. Questo avvenne qualche anno fa. Stavano lavorando a quello che sarebbe diventato (The Beatles’) Eight Days a Week, il film che è appena uscito. È un’operazione tipo ‘Se metti insieme tutto, puoi decidere che cosa farci’. È più facile scoprire che cosa c’è e poi decidere che cosa fare, piuttosto che decidere il da farsi per poi cercare le cose da metterci dentro.

Saprai che di recente Roger ha affermato che lui non può “prendere sul serio questa roba” perché voi “eravate soltanto dei giovanotti che stavano insieme per diventare ricchi e fare sesso.”

(ride) Bè, Roger riesce sempre a fare di tutto per disfare il mio buon lavoro. Ma devo dire che se guardo al materiale penso che sia assolutamente buono. Qualcuno mi ha chiesto quale sia stata la mia reazione nel vedere questa roba. In parte di nostalgia, ma anche un enorme imbarazzo. Noi che scorrazziamo nei nostri vestiti sgargianti… è alquanto bizzarro, adesso che siamo piuttosto vecchi del settore. Ma era divertente e penso che sia bello celebrare tutto questo.

La qualità del lavoro è alta?

In verità è un mix. Da questo punto di vista è interessante. Ci sono cose rispetto alle quali pensi: ‘Oddio, è fatta davvero bene’ oppure ‘È ingegnosa’. E poi ci sono cose rispetto alle quali pensi: ‘O mio Dio!’ È un mix davvero strano. Credo che l’intera cosa sia interessante proprio per questo, magari non per tutti è così ma per qualcuno sì. Dal box si può capire come siamo arrivati laddove siamo arrivati, credo. Oppure come siamo passati da un periodo all’altro.

Quali sono le cose che preferisci?

(sorride) Non sono sicuro … Sono affascinato dai vestiti dell’epoca. Inoltre, è bello vedere tutta la varietà di barba e baffi che portavo.

A proposito di vestiti sgargianti: qual è quello che preferisci?

Bè, penso il cappello da cowboy (ride).

C’è un’importante rarità che vuoi mettere in luce?

Una delle cose più belle in cui mi sono imbattuto sono stati i demo originali che facemmo ai Broadhurst Gardens. Demo che facemmo per provare a partecipare a Ready Steady Go, che era un programma televisivo di quel periodo, e per partecipare al Melody Maker Beat Contest. Facemmo quelle registrazioni originali laddove invece avremmo dovuto fare delle cover. E inevitabilmente ci furono rifiutate dalla trasmissione e non vincemmo il Melody Maker Beat Contest. Ma siamo andati avanti. Questo successe 50 anni fa. Sapemmo assorbire il rifiuto. Imparammo a convivere con quel rifiuto. Non bene, naturalmente. (ride) Ma il Melody Maker Contest adesso non esiste più –che liberazione! – e così pure Ready Steady Go

Il box contiene anche la vostra esecuzione dal vivo per l’allunaggio. Qual è la storia di quella circostanza?

Bè, ovviamente fu difficilissimo portare lì tutte le attrezzature. Credo che fu un’idea della BBC. Dovevano fare la trasmissione… e la proposta fu di farne la colonna sonora. Per cui, molto semplicemente, per quello che ricordo, entrammo negli studi della BBC e accompagnammo l’allunaggio. Fu una grandissima idea, chiunque l’abbia pensata. Sicuramente non io, mi vergogno a dirlo.

Ci sono un paio di canzoni inedite con te al canto: Scream Thy Last Scream and Vegetable Man.

Guarda un po’… non sono arrivate mai nei negozi di dischi (ride). Sono due composizioni di Syd Barrett. Furono incise per A Saucerful of Secrets, durante la fase più acuta della crisi di Syd, perciò non furono mai finite. Non credo di essere mai stato destinato ad una grande carriera come cantante. Forse Syd deliberatamente dava problemi.

Perché spesso Syd dava problemi?

Ad un certo punto, non era più contento di far parte di una band. L’esempio più noto, che non fu mai registrato, è una canzone intitolata Have You Got It Yet. Il ritornello faceva: ‘Have you got it yet? No, no, no” e lui cambiava il tempo ogni volta che la suonavamo. Di conseguenza, “no one ever got it”.

C’è qualcosa che ti ha sorpreso nel box o i tuoi ricordi si sono rivelati pressoché intatti?

(sorride) Succede che vedi una cosa che te ne fa ricordare tante altre. Sicuramente ci sono state cose di cui mi sono ricordato dell’origine. Per esempio, a proposito di un filmato, non ricordo se fosse in Belgio o in Francia. Cosa stranissima, avevo dimenticato che dopo l’uscita di Syd, suonavamo ancora le stesse canzoni, ma naturalmente nella circostanza Dave dovette mimare il cantato di Syd.

C’è qualcosa che cercavi ma non hai trovato?

Niente che ricordi… (dice con cautela). No, non credo. Il problema più grande col materiale più vecchio è che c’è in giro materiale di qualità alquanto scarsa, perché per noi non era molto importante avere molti filmati nuovi. I Beatles, nonostante fossero agli inizi, avevano una buona quantità di filmati. Noi no. Il massimo che facevamo era che, ad esempio, quando andavamo in Giappone, noi stessi compravamo delle cineprese super 8 e ci filmavamo l‘un l‘altro. La qualità delle riprese era piuttosto scarsa, devo dire. E senza musica da nessuna parte, ovviamente. Vedendo quelle riprese, sembra che fossimo convinti che urlando di più la voce si imprimesse sulla pellicola. Era come se parlassimo inutilmente verso la macchina da presa.

Qualche rivelazione dopo avere scrutato tutto il materiale del box?

Che cosa è successo sulla terra? Come mai sono ancora qui 50 anni dopo? E perché non sono ritornato al college e no ho proseguito lì?

Roger ha cominciato a suonare il vecchio materiale. Siccome tu sei sempre il Pink Floyd ottimista, come interpreti questa cosa?

(sorride) È solo questione di tempo prima dell’annuncio che ritorniamo e rifacciamo tutto dall’inizio.

Non dire questo alla stampa. Invece, che cosa c’è nel futuro?

Penso che forse faremo doppi infissi e condimenti per insalata (ride). Ovviamente troveremo qualcosa da vendere. Altrimenti, Dio non voglia, dovremo suonare qualcosa.

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THE EARLY YEARS IN NUMERI
Comunque lo sezionate, il prossimo box dei Pink Floyd, The Early Years 1965–1972, è un filone d’oro per gli appassionati — se non il lode di Atom Heart Mother (scusate la battuta). Nel frattempo, i numeri. Il box contiene:
10 CD audio
9 DVD (e 8 blu-ray con lo stesso contenuto)
5 singoli in vinile
oltre 12 ore di audio
oltre 13 ore di video
131 brani audio
107 tracce video
42 tra volantini, poster, biglietti, ritagli, programmi, spartiti e altre memorabilia
17 versioni di Careful With That Axe, Eugene
14 versioni di Atom Heart Mother
13 versioni di Set the Controls for the Heart of the Sun
31 tracce audio & video con Syd Barrett
3 mix audio quadrifonici o 5.1 per Atom Heart Mother, Echoes e Pink Floyd at Pompeii
10 lingue per i sottotitoli
4 film integrali (Pink Floyd at Pompeii, The Committee, More e La Vallée)
1 imbarazzante intervista con Dick Clark
1 cameo di Frank Zappa.

Darryl Sterdan per Postmedia Network
4 novembre 2016

traduzione di Carlo Maucioni

Shine On!

ROGER WATERS INTERVISTATO DA BILLBOARD

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BILLBOARD –  traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Roger Waters condivide ciò che voleva davvero dire su Trump (e Clinton) al Desert Trip.
di Chris Willman – 14 ottobre 2016

Waters fa progetti con Nigel Godrich per un album che pensa di far uscire entro la prossima estate.

Roger Waters non s’illude sul perché sia stato ingaggiato per concludere entrambi i weekend del Desert Trip festival in California: per nostalgia, in virtù del “mantello Pink Floyd” che si porta addosso. Infatti, dice che era piuttosto compiaciuto di “togliermi il cappello davanti a quella band.” Ma, come suo costume, ha sfruttato la circostanza per rivolgere il dito medio alle forze che nel mondo lui vede particolarmente oppressive – non escluso tra queste Donald Trump.
Waters si è seduto per un’intervista con Billboard a metà settimana tra i due concerti al Desert Trip per promuovere una tournée in Nord America (e, in definitiva, mondiale) che comincerà il 27 maggio 2017 a Kansas City, nel Missouri. Non avrebbe potuto annunciarlo in un momento migliore, un momento nel quale perfino i suoi fan meno avvezzi alle droghe volano alto come gli aquiloni (o i maiali) dopo lo spettacolo al Desert Trip, in merito al quale qualche spettatore imparziale ha detto che lui, Waters, ha vinto nel fine-settimana grazie ad una stupefacente bizzarria audiovisiva.
Durante l’intervista, Waters parlerà brevemente di cose come il suono quadrifonico da stadio e i gonfiabili del concerto; è improbabile che si soffermi su queste cose per più di due minuti prima di passare ad argomenti che gli interessano di più – vale a dire, la distopia orwelliana che nella realtà odierna lui pensa sia andata avanti rispetto a quando era una mera ossessione in Animals e in Amused to Death. Non è preoccupato solo da Trump, che “dovrebbe stare in un ospedale psichiatrico”, ma anche da Hillary Clinton che “non sopporto, come quasi tutti in America.” E per il timore che la sua visione del mondo sia vista come di sinistra riscaldata, riconosce che le sue opinioni pro-Palestina ed anti-Israele talvolta “mi fanno sentire una minoranza fatta di uno solo” anche nell’ambito dell’industria musicale filoliberal… la qual cosa non lo induce alla rinuncia.
In questa versione condensata della nostra chiacchierata, Waters discute del successo del Desert Trip, del perché ha lavorato con un celebrato produttore per il nuovo album in lavorazione, di quel che pensa di Black Lives Matter [“Le vite dei neri contano”, movimento per i diritti civili nato nel 2013 negli USA sulla scia delle azioni omicide della polizia nei confronti della popolazione nera, n.d.t.] e del perché una reunion dei Pink Floyd fatta via e-mail questo mese sia stata uno dei momenti più felici che abbia mai vissuto. E rivela la parola che davvero voleva associare a Trump sul maiale in volo nel deserto… o almeno la prima lettera della parola.

Qualcuno potrebbe pensare che la manciata di concerti che stai facendo questo mese al Desert Trip e a Città del Messico siano una sorta di lancio del tour 2017 che hai annunciato. Ma sembra che tu stia affermando che questi spettacoli rimarranno unici; non sarà affatto lo stesso spettacolo quello che porterai in tour l’anno prossimo.

Sì, è così. Il mio obiettivo è di andare assolutamente oltre. Ho molto da dire e ho una gran quantità di materiale. Ho un intero disco nuovo (in uscita nel 2017, n.d.r) e ovviamente non lo suonerò tutto dal vivo, ne suonerò una parte. Questa cosa del Desert Trip l’ho accettata per il modo in cui è programmata la “tre giorni”: siccome è una sorta di Rolling Stones / Beatles / Pink Floyd, pensai: ‘bè, se metto il mantello dei Pink Floyd è opportuno che dia uno sguardo nostalgico, bello, forte, lungo e amorevole all’opera che David, Rick, Nick, Syd e io abbiamo fatto insieme tra il 1967 e il 1982, ovvero gli anni in cui c’ero anch’io. Penso che sia una grande opera ed io sono felice di utilizzare questo weekend per alzarmi il cappello davanti a loro e a quella band. Ma andando oltre, dobbiamo salvare il mondo, gente! [ride] Basta! Basta con il passato.

Nel comunicato stampa si dice che il tour del prossimo anno potrebbe essere basato per il 75% sul vecchio materiale e per il 25% sul nuovo. È corretto?

Qualcosa del genere o forse 80 e 20, direi. Sai, se venissero a vedermi nelle arene o negli stadi da Shreveport, Louisiana, o da Shangai, Cina, e volessi fare ascoltare loro attentamente ciò che ho da dire – cosa che farò – penso che sia assolutamente essenziale offrire canzoni riconoscibili. Sia che prenda materiale nuovo o dalla carriera solista – da Amused to Death o Radio K.A.O.S. o Pros and Cons Of Hichhiking – sia che lo tragga dai dischi che feci con i Pink Floyd, c’è comunque un filone generale che lo attraversa. La mia etica di base e la mia filosofia non sono cambiate affatto nel corso degli anni. Ho capito di più il ‘come’ e il ‘perché’, ma etica e filosofia non sono cambiate. Dunque, non importa da quali momenti della mia carriera provengano le canzoni. Ancora raccontano la mia verità.

Pensi che ci siano buone possibilità che il nuovo album sia già uscito per l’inizio della tournée?

Sì, penso davvero di sì. Ci stiamo lavorando con Nigel Godrich e con alcuni suoi amici a Los Angeles – non ricordo i loro nomi. Si chiamano Joey, Jonathan, Gus, Roger, ma quali ca…o sono i cognomi… non ne ho idea. Sono abbastanza conosciuti a Los Angeles. Nigel ha delle idee molto molto particolari. Gli ho dato qualche morso in testa e c’è qualche battaglia ancora in corso, ma penso che sia una grande collaborazione. Ne sono molto felice. È bello confrontarsi con un diverso punto di vista. Di solito c’è solo l’ ‘io’, ‘io’, ‘io’, ‘io’, ‘io’. È bello stare con un’altra persona.

Sono sicuro che non ci sia bisogno di ricordarti che sono passati 25 anni dalla pubblicazione del tuo precedente disco rock di studio (Amused to Death), senza considerare l’opera ‘Ça Ira’.

Sono 25 anni? Pensavo fossero 23 (24, per essere precisi, n.d.r.). Capperi! Sono passati in un attimo. Ho fatto tante altre cose. Di recente, il ‘The Wall’ tour è stata una grande cosa; è finito tre anni fa ma è durato tre anni. Ho fatto tante tournée da 1992 ad oggi. Ho costruito una carriera solista dal nulla. Quando finì la competizione con Dave e Nick, loro erano i Pink Floyd ed io ero me stesso nel 1987 e anche all’inizio degli anni ’90, quando parliamo di Amused to Death… Forse è questo uno dei motivi per i quali non ho mai portato in tour quel disco, in qualche modo ero deluso. Allora, certamente me ne feci una ragione, tuttavia fu un forte shock per me il fatto che chi comprava i biglietti per i concerti non faceva alcuna relazione tra me e tutto il lavoro che avevo lasciato dietro di me. La gente legava tutto il lavoro fatto alle parole “Pink” e “Floyd” e se quelle parole non comparivano, non volevano saperne. Per cui, sai, i loro tour (dei Pink Floyd senza di lui, n.d.r.) ebbero un successo enorme, mentre io frugavo in giro per cercare qualche culo seduto. Tutto questo fu istruttivo per me, mi rafforzò il carattere. E lentamente ma con sicurezza, cominciai la scalata, gradino dopo gradino. Ritornò la fiducia, un po’ alla volta, e lentamente girò il passaparola: “Wow, questo sa quel che fa.” E adesso siamo qui, facciamo questo concerto unico nel deserto, io, Sean Evans e un grande team ci siamo lanciati senza limiti di tempo. Questo spettacolo lo abbiamo messo insieme nell’arco di quattro mesi. E devo dire che è abbastanza spettacolare, emotivamente e politicamente. Ne sono davvero compiaciuto. Ma non voglio portarlo in giro per il mondo.

Hai detto che con il tour del prossimo anno vuoi esprimere un’idea con un filo conduttore. Ma non ritieni che lo hai fatto anche con gli spettacoli del Desert Trip?

Sì, in un certo senso. Ma il Desert Trip è una cosa tipo “Siamo tutti qui per un weekend. Divertiamoci, Ascoltiamo vecchie cose e accettiamo l’idea che è stata una bella cosa.”Ovviamente nello show porto qualche argomento forte e commovente e qualche argomento politicamente forte. Ma col nuovo show faremo circa 200 spettacoli in giro per il mondo. S’intitolerà “Us + Them” perché prende proprio spunto dal verso della canzone “Us and Them” del 1973 che fa “With, without / And who’ll deny that’s what the fighting’s all about.” Siccome il principale messaggio che intendo propagare, se ci riuscirò, è racchiuso nel concetto che l’idea della guerra perpetua, abbracciata dai neoconservatori soprattutto negli Stati Uniti, è un modo di vivere della razza umana completamente sbagliato. Tale affermazione sembra di per sé evidente, ma malgrado ciò è comunemente accettata, sicuramente dagli americani, la spesa di mille miliardi di dollari all’anno per uccidere gente di pelle bruna nelle terre d’oltremare. Ma non c’è dibattito. Bè, io sono determinato ad aprire il dibattito. Perché mi preoccupo dei miei figli. E mi preoccupo anche di te, che tu ci creda o no.
La corsa agli armamenti è guidata dall’avidità di pochi. Ci si arricchisce uccidendo e mettendo in carcere; questo è un ottimo modello per chi è emotivamente morto – come Donald Trump, per esempio. È per questo motivo che la campagna presidenziale è così interessante, perché è finalizzata a convincere la gente che la crisi è stata provocata dai cinesi, dai messicani, dagli jihadisti e dai musulmani, dagli stranieri; che loro hanno causato l’erosione degli stili di vita e delle libertà previste dalla Costituzione. Vogliono far credere che non è lui e gli avidi culattoni come lui – che rappresentano l’ 1% ma possiedono tutto – la causa del problema ma sono loro!(Them). Dunque è una favolosa truffa, portata a compimento da uno stupido, talmente stupido da non potergli dare credito. Il mio disco di 25 anni fa avvertiva che stava per verificarsi la discesa nell’abisso di uno stato completamente totalitario, fascista con questo folle leader demagogo quale Donald Trump è. La mia previsione sta diventando realtà in un modo così spaventoso e disgustoso come nessuno avrebbe potuto immaginare.

Con te, ovviamente, ci sono molti fans al Desert Trip o altrove che diranno la stessa cosa che dicono per Bruce Springsteen: “Amo la sua musica a dispetto della sua politica.”

Dicono questo di Springsteen? Affanculo! Come si permettono! È una cosa stupida. Non conosco il pensiero di Bruce, ma io penso questo: come si permettono di criticare Bruce Springsteen o me per il fatto di avere opinioni politiche e di discutere delle questioni come loro che esaminano le questioni politiche o una discussione con fermezza; che danno retta all’evidenza; che decidono che cosa pensare e che cosa fare e, dato che vivono in un paese dove vige il diritto di voto, decidere in che modo votare. So che in molti casi le opinioni non sono uguali. So per certo che sulla questione israelo-palestinese non hanno approfondito la discussione perché negli Stati Uniti d’America non può essere approfondita. Perché il racconto che viene fatto alla gente d’America non ha niente a che fare con la verità dei fatti dalla metà degli anni Trenta in quella parte del Medio Oriente… Non è il racconto di ciò che ora accade nella realtà, la realtà di una nazione sotto assedio, quella palestinese, massacrata da quel carceriere che è l’esercito israeliano… Ha agito la potente macchina della propaganda. So che c’è una forte resistenza, soprattutto nell’industria musicale, nel prendere una posizione contraria. A volte mi sento di essere una minoranza pari a uno, di essere da solo, quando parlo di queste cose.

Quando hai parlato di BDS [il movimento Boycott, Divestment, Sanctions che punta a mettere pressione su Israele a livello internazionale, n.d.r.] verso la fine del tuo primo show al Desert Trip, hai improvvisato o l’avevi preparato?

Non ci sarà uno show verso la fine del quale non menzionerò BDS. È una battaglia per l’anima dell’America come qualsiasi altra: chiaramente BDS ma anche Students for Justice in Palestine e Jewish Voice for Peace… Netanyahu è in preda al panico. L’anno scorso ha menzionato BDS diciotto volte in un discorso. Loro sono in preda al panico, giustamente… Hai visto quella lettera di Hillary Clinton in cui dice: “Quando sarò presidente, farò di tutto per distruggere BDS?” Che cosa? Tu vuoi distruggere un movimento di protesta non violento e assolutamente legale in quello che viene definito un paese libero? Dici che quando sarai presidente lo distruggerai e lo dici in una lettera che scrivi ad una persona in California che sta per darti 2 milioni di dollari? È una follia! Come puoi essere eletta su tali basi? Ma naturalmente sarai eletta, perché la gente accetta integralmente che la tua politica sia in vendita.

Dunque, anche se ti sei espresso su Trump, non sali a bordo del carrozzone elettorale della Clinton.

Come quasi tutti in America, non sopporto Hillary Clinton. Non me la prendo con lei. Lei è un prodotto del sistema. È un burattino. Lei come tutti gli altri. Sul sistema ho cambiato opinione. Ha bisogno di una riforma completa. La Citizens United [La sentenza “Citizens United vs FEC” emessa dalla Corte Suprema USA a gennaio 2010 ha “legalizzato” i finanziamenti elettorali diretti da parte di società e organizzazioni nonprofit, con conseguenze che si fanno sentire già nella campagna per le midterm elections. Nel 2007 la nonprofit “Citizens United” aveva presentato ricorso contro la decisione della Federal Election Commission (FEC) di bloccare, alla vigilia delle primarie, il cortometraggio “Hillary: the movie”, che secondo la FEC era stato realizzato da “Citizens United” in violazione del divieto per le imprese di finanziare direttamente le campagne elettorali. La “Citizens United” sosteneva che tale divieto fosse contrario alla libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. La Corte ha dato ragione alla “Citizens United”. La tesi dei giudici è che il Primo Emendamento si applica agli individui considerati sia singolarmente che collettivamente. Sono quindi decadute le norme che proibivano alle organizzazioni profit e nonprofit di intervenire in campagna elettorale anche con spot ed altri strumenti mediatici, n.d.r.] è passata per la Corte Suprema ed è sembrata come l’ultimo chiodo sulla bara della democrazia.

Al Desert Trip, non hai lasciato margini di ambiguità nella testa degli spettatori. Già il fatto che hai suonato tutto quel materiale di Animals associandolo alla sua figura lo ha reso chiaro. Ma per essere certo che il messaggio arrivasse a tutti, hai lanciato la frase “Trump è un porco”.

Sì, l’ho addolcito molto! Doveva essere “Trump is the C-word” [è la parola più volgare ed offensiva della lingua inglese; definisce l’organo genitale femminile in termini totalmente negativi, n.d.t.]. Ho pensato: ‘Non voglio indebolire la mia posizione in un posto in cui la gente potesse pensare che fosse troppo oppure che potesse chiedermi perché lo facessi. Il messaggio è chiaro. Trump dovrebbe stare in una bella e confortevole ala di un ospedale psichiatrico. È completamente matto. Lo sanno tutti. Ma è ancora un candidato attivo per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Se questa non è un’indicazione che viviamo in una terra malata, nessuna lo sarà mai. Svegliamoci…
Ho scritto un lungo pezzo che volevo leggere al Desert Trip. Non ne ho letto una sola parola, ma a te ne leggerò un pezzetto, la parte che riguarda il fatto che adesso in America non c’è posto per i lavoratori. La globalizzazione non è il fattore che perpetra tale situazione. La globalizzazione è inevitabile ed è una buona cosa, secondo me. Se costruisci automobili a Detroit e ne trai profitto, va bene: c’è lavoro, c’è la busta paga, si possono comprare frigoriferi, televisori, utilitarie e si riesce a sopravvivere e perfino fare la gita fuori porta. Ma se quel modello di auto non va più, sei fottuto, non ti pagano più un cazzo. Anzi, si può assumere in Cina o in India o in Messico o altrove nel terzo mondo per fare il lavoro che facevi tu a 50 centesimi all’ora. E così per te è finita. Detroit sparisce. Quella che era una metropoli prospera diventa un deserto. Bè, una società ha il dovere verso i suoi cittadini di guardare oltre. Purtroppo, la sintesi di questo è una parola molto sporca in America: socialismo. In realtà, i socialismo è un’idea meravigliosa. È l’unica forma di organizzazione, per i paesi, con il carattere dell’umanità. Compreso questo, dopo forse potremmo cominciare a guardare oltre i confini nazionali e oltre oceano per aiutare altri popoli. Perché soltanto concentrandoci sulle potenzialità dell’amore e amandoci l’un l’altro nel nostro paese, possiamo sviluppare un sistema che può proteggere il fragile pianeta sul quale viviamo. Perché se non lo facciamo, siamo tutti fottuti! Moriremo presto tutti. Cioè, io in qualche modo morirò, così anche tu. Ma io mi riferisco ai nostri figli e ai loro figli. Parlo delle generazioni future. E a questo mondo di cani, dove pochi controllano assolutamente tutto…

A proposito di cani, è quello il motivo per il quale hai suonato un’ampia parte di Animals nel tuo set al Desert Trip? Non ne hai mai suonato così tanti estratti dal tour di Animals nel 1977.

In parte sì. Avevo fatto ‘Sheep’, credo, nel ‘Dark Side Tour’ [2006-2008], per questo non l’ho fatta adesso. Invece, non avevo mai fatto ‘Pigs (Three Different Ones)’ dal vivo. Avevo fatto ‘Dogs’ durante l’ ‘In the Flesh Tour’ [1999-2002]; l’amo tanto. È una delle grandi collaborazioni tra me, David e Rick; è un pezzo splendido. Adesso ‘Pigs’ è assolutamente appropriata. Sai, ho guardato in giro alla ricerca di qualcosa da fare per gli scommettitori al Desert Trip. Perché non potevo andare nel deserto senza fare qualcosa di teatrale.
Parte della mia esibizione è quella sezione di teatro rock. Avevo tante idee, ma tutte prevedevano l’uso di grandi gonfiabili, però non sai mai a quale velocità può soffiare il vento nel deserto; dunque non puoi mai fare nulla di grande con gonfiabili o altre cose nel cielo. Avevo pensato di costruire una struttura prefabbricata che coinvolgesse anche tutta l’area del pubblico e di realizzare qualcosa che si dirigesse verso il cielo. Bè, era difficile, la parte ingegneristica, ecc. ecc. ecc. Poi, quando entrai nell’ordine di idee di fare Animals, pensai: “costruiamo la Battersea Power Station sul palco durante lo spettacolo.” Naturalmente, tutti mi dicevano; “Ma che c…o dici?” Ma ho un team di persone così preparate che lo abbiamo fatto ed è magnifico.
‘Animals’ fu un’ottima idea per un disco, ovviamente basato sul libro ‘La fattoria degli animali’. Ho sempre utilizzato Orwell perché ‘1984’, ‘La fattoria degli animali’, gli altri suoi scritti ma anche la sua partecipazione alla guerra civile in Spagna, sono una forte fonte d’ispirazione per chiunque si occupi della gente, delle idee, di politica. E dunque, essere capace di utilizzare le sue opere, che ho tradotto nelle mie canzoni negli anni Settanta; essere capace di utilizzarle adesso nel 2016 in pubblico, in una cosa con la quale si vuole dire “Ah, ci svegliamo adesso? Oppure andiamo in cima alla collina a guardare soltanto, come un manipolo di codardi?”
Tutti abbiamo un senso di inquietudine, credo. Forse non tutti. Forse qualcuno pensa: “Oddio, è bello.” Quando vediamo le immagini di quella gente in Siria che non vivrà molto a lungo perché è in corso una terribile guerra civile, coloro che guardano soltanto non pensano che potremmo fare qualcosa per quella situazione. Tranne quelli che dicono “Andiamo a bombardarli! Potrebbe essere un’idea brillante” Come? Ma siete matti? Il coinvolgimento militare in Siria in una no-fly zone o in altro modo, sarebbe un completo disastro come lo è stato in Libia e come è stato in Iraq. Il coinvolgimento nella geopolitica della lotta tra Arabia Saudita e Iran è folle…
Dobbiamo cominciare a guardare alla realtà. Ma è molto difficile negli States, perché tutti i principali media non lo fanno. Non viene stampato nulla dal New York Times né dal Washington Post, che passano per essere i giornali più liberal… Quando è uscito il mio film l’anno scorso, non sono mica stato al Charlie Rose [giornalista e conduttore dell’omonimo talk show della catena televisiva americana PBS, n.d.r.] per parlarne? Vuoi sapere perché? Perché mi hanno cancellato. Quando andai negli studi per scoprire la verità, Charlie Rose e gli altri presenti tremavano. Alla fine, acchiappai qualcuno della produzione e tutto quello che seppero dirmi fu: “Non abbiamo idea, la decisione viene dall’alto.” La mia partecipazione al Charlie Rose fu fissata per il giovedì pomeriggio ma alle 5:00 del mercoledì fu cancellata.

Supponi che successe perché non volevano che parlassi di BDS?

No, ritengo che quello lo voglia la lobby israeliana. Tentano di uccidermi, forse non letteralmente perché se avessero davvero voluto farlo lo avrebbero già fatto. Sono bravi ad uccidere. Ma da dieci anni provano a distruggermi, creandomi delle difficoltà perché io non cambio idea. Sono adulto e combatto. E adesso pesto duro. Normalmente non dico cose come queste ai giornalisti, ma ora le tiro fuori. Primo round. Via al combattimento. Sono pronto per queste persone. Perché alla base di tutto c’è la discussione. Discutere d’amore; discutere di un popolo assediato e oppresso, i palestinesi; discutere se noi come americani o io come inglese crediamo che i palestinesi – così come te – hanno il diritto inalienabile alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Le persone dalla pelle ambrata hanno questo diritto? C’è da discutere di Black Lives Matter perché tutte le proteste scaturiscono dalla domanda: “oggi nel 2016 non dobbiamo avere gli stessi diritti dei bianchi?” Hanno il diritto di protestare. Noi bianchi in America non dobbiamo dire ai nostri figli “se ti ferma un poliziotto, non tirare fuori i documenti dallo zaino. Prima di andare alla festa o ovunque vai, metti il portafogli sul cruscotto dell’auto e tieni le mani sul volante. Non devi cercare di prendere nulla, perché se lo fai ti uccidono.” Non dobbiamo dire ai nostri ragazzi queste cose, è una disgrazia assoluta. La gente dovrebbe gridarlo dai tetti. Sugli schermi del Desert Trip passa un sacco di materiale su Black Lives Matter. Naturalmente blue lives matter, ma è una falsa traccia tutta rossa…

Questo mese hai provato a fare una reunion dei Pink Floyd… sulla carta. Gilmour e Mason hanno sottoscritto la tua dichiarazione di sostegno a Women’s Boat to Gaza and the Freedom Flotilla Coalition [all’inizio di ottobre, la marina israeliana ha intercettato una nave con, a bordo, attiviste dell’organizzazione così denominata, ed ha arrestato l’equipaggio, n.d.r.]. È uscita sul sito web della band come una dichiarazione dei Pink Floyd, oggigiorno quasi una rarità.

Sì, non è magnifico? Per questo ringrazio David e Nick. Sai, sono sempre stati su quelle posizioni. Infatti, l’anno scorso, o l’anno prima, quasi accadde con la lettera ai Rolling Stones quando andarono a suonare a Tel Aviv. Ma non successe. La sottoscrivemmo solo io e Nick. Dunque, questa è stata la prima volta che abbiamo sottoscritto tutti e tre. Davvero una grande cosa, davvero. Quando ho ricevuto da David “Sounds good to me” e da Nick “Fine by me”, è stato uno dei giorni più felici della mia vita.

traduzione by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Shine On!

SYD BARRETT NEL NUOVO NUMERO DI MOJO

271-June-2016Il nuovo numero del magazine musicale inglese Mojo (n. 271, giugno 2016) getta nuova luce su Syd Barrett (in copertina), il fragile e geniale compositore che istradò i Pink Floyd nel loro stellare percorso, prima di finire nel deserto. I giornalisti di Mojo esplorano tutte le sue canzoni, mentre la sorella Rosemary ricorda l’uomo dietro il mito. Alla rivista sono allegate due favolose stampe dei Pink Floyd e il consueto CD con 14 brani psych di artisti contemporanei tra i quali Goat, Cate Le Bon, Black Mountain e Thee Oh Sees.

In vendita nel Regno Unito da Martedì 26 Aprile 2016.

Discutendo del primo spettacolo di luci dei Pink Floyd, Rosemary Breen – nata Barrett – conferma la teoria che il fratello ha sperimentato la condizione di “sinestesia”, che gli ha fatto di ‘vedere’ i suoni e ‘sentire’ i colori. Questa capacità, a quanto pare, ha contribuito a fornire il nascente movimento psichedelico con la sua tavolozza.
Quando ha parlato di come si sentiva, avrebbe detto un colore. Anche da bambino, così ho pensato che fosse perfettamente normale. Non ha avuto una etichetta poi. Quella cosa psichedelica con le luci e il tonfo della musica era, credo, come si sentiva. Il suono era il colore, e il colore era il suono“.
La sorella discute anche le sue impressioni personali dei Pink Floyd e dei suoi membri, l’impatto della sperimentazione del fratello con l’LSD e la vita appartata che ha seguito la sua carriera nella musica. È l’intervista centrale dello speciale su Barrett e mette una luce multicolore su tutta la sua carriera: i suoi inizi, il suo lavoro con i Pink Floyd, le sue canzoni chiave e molto altro ancora.
Al suo interno, Breen prevede anche l’imminente “Hometown Happening”  che sta organizzando in onore di Syd Barrett – che si terrà presso il Cambridge Corn Exchange il 27 ottobre.

www.cambridgelivetrust.co.uk/cornex/events/syd-barrett-celebration

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DAVID GILMOUR SUI RECENTI LUTTI NEL ROCK, IL TOUR E NUOVA MUSICA

Durante il tour Nordamericano, è stata pubblicata una interessantissima intervista del quotidiano Toronto Sun, in cui David parla dei recenti lutti nel mondo del rock, il tour in corso e soprattutto su della nuova musica. L’unica certezza è che se davvero David ha un nuovo album in cantiere, non dovremmo aspettare altri 10 anni…dsc04541

David Gilmour non si tira indietro nel dire la sua sui musicisti di una certa età che se ne sono andati ultimamente – tra questi David Bowie, Glenn Frey e Lemmy Kilmister dei Motorhead.
È molto, molto triste. Ma questa è la vita“, ha detto Gilmour di recente in una chiacchierata esclusiva con Postmedia Network. “Mi sento molto felice di aver raggiunto i 70 anni. Ora sono completamente, estremamente vecchio. Sto cercando di abituarmi all’idea. Avanza la decadenza. Sai, puoi fingere ancora durante i 60 anni, fingere di essere nella mezza età, ma quando si arriva a 70 non c’è nessuna pretesa. Sei una persona molto vecchia e fine della questione. È tutto un po’ diverso mentalmente.
Gilmour, una volta cantante, co-leader e chitarrista dei Pink Floyd, ha appena festeggiato in grande stile il suo settimo decennio sul pianeta il 6 marzo. “Ho avuto una bella festa allegra – a 70 anni te lo puoi permettere“, ha detto Gilmour in linea da Londra. Tra quelli che lo hanno festeggiato c’era niente di meno che Noel Gallagher, il cervello degli Oasis. “È difficile scambiare una parola con Noel“, scherza. Gilmour, il cui mini-tour in quattro città del Nord America – il primo su questa sponda dell’Atlantico dopo nove anni – arriva all’Air Canada Centre di Toronto giovedì e venerdì, ha detto che è “esagerato” dire che era vicino a Bowie ma aveva grande rispetto per lui. “Non lo conoscevo molto bene, ma, come in tutti i tipi di lavoro, si incontrano persone e mi trovo bene con loro e a fare quattro chiacchiere “, ha spiegato. Eppure lo “Starman” attraversò “lo stagno” per fare una rara esibizione nei suoi ultimi anni. “David Bowie si è esibito con me in uno dei miei ultimi concerti qui a Londra nel 2006 alla Royal Albert Hall. Venne a cantare un paio di canzoni con me. Gliene fui molto grato. Una gradevolissima persona. È un grande ricordo.
Gilmour, che lo scorso anno girò Europa e Sud America a sostegno del suo quarto album solista, ‘Rattle That Lock’ (2015, il suo primo dopo nove anni), dice che non ha alcun interesse per lunghi tour dopo più di 54 anni di attività. “Non sono mai stato uno che volesse passare tutta la vita on the road“, ha detto Gilmour, che è padre di quattro figli dal primo matrimonio e altri quattro dall’attuale matrimonio con Polly Samson. “Ho ancora alcuni figli piccoli. La più piccola ha 13 anni e penso che sia doveroso per me metterla davanti a tutto in questa fase della mia vita in cui ho avuto una carriera molto piena. Lavoro soprattutto quando la scuola è chiusa. Ma, sai, andando di città in città, penso di aver fatto più o meno la mia parte e un po’ egoisticamente, dal mio punto di vista, penso di aver fatto in modo che la gente potesse venire a me. Sto cercando di fare più spettacoli, ma in poche città.
Nei primi concerti del tour in Nord America a Los Angeles, Gilmour ha eseguito 14 classici dei Pink Floyd, tra cui Wish You Were Here, Money, Us and Them e Comfortably Numb, e 8 brani del repertorio solista.
Lo spettacolo sta andando molto bene” ha detto. “Abbiamo dei bei filmati e un grande spettacolo di luci. Ha una buona costruzione, quindi sono abbastanza contento del modo in cui fluisce in questo momento. Ho con me Marc Brickman, il curatore delle luci; ha fatto lo show di The Wall dei Pink Floyd con noi. Abbiamo messo su un bello spettacolo e lui ne è la gran parte“.
E al termine dei concerti europei, alla fine di settembre, Gilmour ha in programma di tornare in studio.
Ho un po’ di musica pronta a metà“, ha detto. “Ma prometto che mi ci dedicherò molto presto.
Sta anche lavorando ad un brano di David Crosby, dei gloriosi CSNY, ospite in Rattle That Lock.
Penso che uscirà un album di cover delle canzoni di Crosby e io ne farò una – è un po’ un gioco“, ha detto Gilmour.

Jane Stevenson
Toronto Sun – 30 marzo 2016

Fonte:  Cymbaline – Pink Floyd Fan Club   / The Sun

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INTERVISTA A NICK MASON

In attesa della ripresa del tour Americano di David Gilmour, una bella intervista a Nick Mason, dal magazine Classic Rock Italia.

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Una volta hai detto: “Non sono famoso, ma faccio parte di un gruppo famoso”.
Pensi che sia ancora vero?
Sì. Per qualche strana ragione, anche se mi sento come se facessi parte del National Trust. E adesso la gente vuole fare una visita attorno a quell’edificio che si chiama Nick Mason.

Qual è stata la prima pop star che hai incontrato?
Quando studiavamo al Politecnico di Regent Street (insieme ai futuri Pink Floyd Roger Waters e Rick Wright), andavamo ad ascoltare lo Spencer Davis Group, e lì conobbi il loro cantante, Steve Winwood.

Quanto a voi Pink Foyd interessava essere famosi? Eravate attratti dall’idea di essere inseguiti da sciami di ragazzine adoranti, o pensavate solo alla musica?
Non abbiamo mai pensato solo alla musica. Tutti noi volevamo essere delle pop star.
O forse pensavamo di volerlo. Quando iniziammo, eravamo una band rhythm&blues, e si trattava di piacere a un pubblico prevalentemente maschile. Alla stampa piace pensare che il mondo del rock’n’roll sia tutto ragazzine in delirio, ma in realtà non è mai stato così: c’erano solo capelloni che andavano in giro in impermeabile e pantaloni a zampa di elefante.

Come ti sei sentito quando facesti la tua prima apparizione a Top of the Pops, nell’estate del 1967?
Probabilmente, il giorno dopo mi svegliai con l’idea che da allora in poi tutto sarebbe stato diverso. Anche tu lo avresti fatto, poi però andai a casa e non successe nulla: le strade non si erano di colpo riempite di gente che gridava il mio nome. Ancora oggi, covo la segreta speranza di svegliarmi e scoprire di essere diventato una famosa pop star. Purtroppo, non accade mai.

Il disinteresse di Syd Barrett per la celebrità mutò in qualche modo l’attitudine del resto dei Pink Floyd?
Ci polarizzò. Noi desideravamo essere pop star. Lui no. Non riuscivamo a capire come mai tutti noi condividessimo questo obiettivo e lui invece no.

C’è stato un momento della carriera dei Pink Floyd in cui la gente iniziò a riconoscervi?
No, le cose non stanno così. C’erano alcune nostre fotografie sulle copertine di qualche disco, quindi c’è sempre stato qualcuno che vedendoci ci riconosceva. Comunque, è più facile essere riconosciuti quando si sta insieme agli altri, che quando si sta da soli.

The dark side of the moon è senza dubbio il disco più famoso dei Pink Floyd.
Qual è invece il meno conosciuto?
Il secondo album, a saucerful of secrets. Che però conteneva un mucchio di idee che ci aiutarono a capire in che direzione esattamente stavamo andando.

Hai mai desiderato di essere più famoso per il tuo modo di suonare?
No, non sono quel tipo di persona convinta che meriterebbe di essere votato in un referendum sui grandi strumentisti. Sono consapevole di possedere un feeling e uno stile che funzionano molto bene per noi. Ma non ho mai tenuto lezioni in una master class, né ho intenzione di farlo adesso. Quando me lo propongono, di solito rido nervosamente e dico di avere male al polso.

Il fatto di essere un Pink Floyd ti ha aiutato nella tua attività parallela di pilota sportivo?
Sì. Ovviamente in quell’ambiente si sa chi sono, né provo imbarazzo nello sfruttare questa cosa al fine di ottenere sponsorizzazioni o finanziamenti per una buona causa.
Per iniziative come Children in Need sono felice di essere il Nick Mason dei Pink Floyd,
o il Nick Mason proprietario di tutte quelle vecchie buffe automobili.

Ricordi la prima volta che firmasti un autografo?
È successo abbastanza presto, probabilmente lo diedi a qualcuno che non sapeva neanche chi fossimo. Per lui eravamo solamente la quarta band sul cartellone degli Amen Corner, o qualcosa del genere.

E l’ultima?
Ieri, a Goodwood. Non rifiuto mai un autografo, come invece certe volte fa David [Gilmour]Ovviamente, quando devo farne troppi esito un po’, e tendo a firmare in modo un po’ approssimativo.

Chi è il più famoso componente dei Pink Floyd?
[dopo una lunga riflessione] Quello che da tempo non è più nella band. David è famoso per il suo modo di suonare la chitarra ed è considerato fra i top player. Roger è visto come un grande autore, mentre Rick è quello più sottovalutato, apprezzato assai più ora di quando stava con noi. Quanto a me, sono assolutamente il Pink Floyd meno conosciuto.
Ma, senza dubbio, sono il più modesto.

Fonte: www.classicrockitalia.it/959/nick-mason-parla-di-successo/

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ROGER WATERS: NUOVA INTERVISTA PER ROLLING STONE

Nuova “epica” intervista per Roger Waters, di Andy Greene per Rolling Stone! Traduzione in italiano by Cymbaline – Pink Floyd Fan Club

Cattura

Intervistare Roger Waters può essere una corsa sfrenata. Se una domanda gli piace, è felice di pontificare a lungo, ma se lo annoi con domande trite e ritrite, svicola e (lui che è capace di risposte del tipo: “se non mangi la carne, non avrai il budino”) ti liquida in pochi, terribili secondi. L’occasione per un’altra chiacchierata con il co-fondatore dei Pink Floyd è l’imminente pubblicazione – il 20 novembre – di ‘Roger Waters The Wall’, documento in CD/BluRay del recente tour di ‘The Wall’, ma inevitabilmente la politica è entrata nella discussione. La telefonata con Waters è avvenuta pochi secondi dopo che Joe Biden ha annunciato il ritiro dalla corsa per le presidenziali; sapendo dell’interesse di Roger per la scena politica, siamo partiti da questo argomento.

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