intervista

DAVID GILMOUR: “THE LOST ART OF CONVERSATION” – L’INTERVISTA IN 4 PODCAST

Per celebrare la prossima uscita del box “Pink Floyd -The Later Years 1987 – 2019” (disponibile dal 13 dicembre), David Gilmour ha concesso a Matt Everitt della BBC Radio la sua unica intervista sull’uscita di questo attesissimo cofanetto, il cui risultato è l’affascinante podcast “The Lost Art of Conversation“. Gli episodi sono divisi in 4 parti e saranno disponibili su YouTube settimanalmente dal 25 novembre: Il primo è chiamato “The Studio“, qui David parlerà del ritorno della band alle jam session nello studio di registrazione e di come allora abbracciarono la nuova tecnologia disponibile, di fronte a montagne di progressi nei sintetizzatori e in altri strumenti. In “Artwork” Gilmour racconta la sua idea per la copertina dell’album, compreso come il suo semplice schizzo di un letto singolo e vuoto sia stato trasformato dall’artista Storm Thorgerson nell’immagine di circa 500 letti sulla copertina di A Momentary Lapse of Reason. Si continuerà poi con “Live Performances” dove racconterà di come la band si stava preparando per la prospettiva del prossimo tour, mentre provavano in un hangar per aerei all’aeroporto di Toronto. Infine in “Unreleased New Material from the box set” Gilmour parla del nuovo e raro materiale incluso in “The Later Years” e dei suoi ricordi, mentre guarda le riprese della band che volava in dirigibili promozionali sulla spiaggia di Miami, guardando sfortunati nuotatori circondati da squali. Qui il Teaser Trailer:


THE LOST ART OF CONVERSATION: A PINK FLOYD PODCAST – Ogni Lunedì, a partire dal 25 Novembre.

Shine On!

DAVID GILMOUR RACCONTA “A MOMENTARY LAPSE OF REASON” – ANTEPRIMA DI “SORROW” DAL NUOVO MIX 2019

Continuano i video anteprima del box “Pink Floyd – The Later Years 1987-2019“, questa volta parla David Gilmour e ci racconta di come iniziò il “nuovo corso” dei Pink Floyd dopo l’uscita di Roger Waters e la nascita di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Sapevamo che Roger se ne stava per andare. Era infelice. E anche noi lo eravamo. Io volevo continuare, Nick era propenso. In estate incontrai Rick in vacanza in Grecia, e gli chiesi di rientrare. Era favorevole. Ci trovammo sull’Astoria nell’86. Coinvolsi Bob Ezrin che aveva fatto il Walworth nel ’79 e aveva lavorato ad alcune supervisioni con me. Avevo imparato molto da Bob; è molto valido. Lavorammo sui miei brani. A Natale avevano preso forma, progredivano. Un sera ebbi l’ispirazione, nacque Sorrow. Ne scrissi 5 versi di getto, dal nulla. Scrissi prima le parole, poi feci una demo sull’Astoria. Fu un punto di non ritorno: eravamo sulla strada giusta, funzionava! La casa discografica voleva un buon album. Certo: le cose erano diverse senza Roger, ma ci sentivamo sollevati dalle tensioni degli ultimi 2 album, The Final Cut su tutti. Eravamo di nuovo noi, a comporre e produrre materiale insieme. C’era un senso di libertà e ottimismo nonostante la rottura di palle della causa giudiziaria in corso. Poi ci spostammo a Los Angeles in magnifici studios, con ottimi musicisti. Mentre qui era giorno, in Inghilterra era notte, e gli uffici legali erano chiusi: che sollievo! A L.A. eravamo irraggiungibili, liberi: questo aiutava il flusso positivo delle cose. Anthony Moore, mio amico paroliere, scrisse ottime liriche per l’album, tra cui ‘Learning To Fly’ e ‘On The Turning Away’. Con questa ossatura, completammo le canzoni. Nei primi anni ’80, c’erano tante nuove tecnologie: sintetizzatori ed altro, che utilizzammo pesantemente. Ripensandoci, ad album finito, il dubbio fu che non sembrasse ‘senza tempo’, essendo stato privato degli strumenti tradizionali come l’organo o il piano. In quest’ottica, ho voluto remixare il disco e lavorarci di nuovo. Abbiamo anche ritrovato parti di Rick all’Hammond mai utilizzate; ne è scaturita un’altra atmosfera, un nuovo feeling. Adesso ha un tocco più raffinato, ‘senza tempo’, meno legato all’epoca.

Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Magazine


Qui invece possiamo ascoltare “Sorrow” dal nuovo mix 2019:


Pubblicata anche un’altra anteprima da “Delicate Sound Of Thunder“:

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PINK FLOYD: “THE LATER YEARS 1987 – 2019” – SPECIALE “UNCUT MAGAZINE”

Mentre i Pink Floyd si preparano per l’uscita del box “The Later Years”, il nuovo numero di Uncut Magazine presenta un nuovo sguardo sull’era post-Roger Waters dei Pink Floyd, con contributi dei componenti della band e di alcuni collaboratori. Nell’articolo, Tom Pinnock parla con David Gilmour, Nick Mason, il direttore creativo Aubrey Powell e l’ingegnere di lunga data Andy Jackson, a proposito della (ri)formazione della band dopo la dipartita di Waters nel dicembre 1985.

Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Magazine

David Gilmour: “Nel 1984, Roger aveva ovviamente deciso che ne aveva abbastanzama non avevo ancora deciso fosse abbastanza per me. Quindi immagino di aver pensato: “Sì, riprenderemo a fare i Floyd”.”

Nel dicembre 1985, Waters annunciò il suo abbandono, ma Gilmour desiderava incidere un nuovo album. La disputa legale si intensificò per tutto il 1986, fino a quando Waters portò la sua battaglia all’Alta Corte in ottobre.

Come ricorda Nick Mason:
Penso che David si stato il fautore dell’idea [di continuare]. Non è che non volessi continuare – l’ho fatto – ma non credo allora mi importasse quanto importava a David. Saremmo stati in parte in studio e in parte nell’ufficio degli avvocati – “Roger stava per portarci in tribunale?” E la risposta era, ovviamente, che non poteva, perché aveva lasciato la band e l’unica cosa chiara in tutti i nostri accordi contrattuali era che se uno o più se ne fossero andati,la band avrebbe continuato senza di loro … Ciò avrebbe dato a me e David l’autorità di proseguire.

In uno spirito di continuità, il duo aveva arruolato il produttore di The Wall Bob Ezrin e iniziò a lavorare all’Astoria all’inizio del 1986. Fu una mossa rischiosa, per ragioni ben più che legate ad aspetti legali: il tour da solista di Waters (quello di Pros and Cons del 1984, ndr), grazie anche all’esecuzione del repertorio storico dei Floyd, era andato molto meglio degli spettacoli del tour di About Face di Gilmour (dello stesso anno, ndr).

L’intera faccenda fu un po’ una scommessa“, afferma Aubrey Powell. “Era naturalmente scoraggiante avere la responsabilità di portare avanti i Pink Floyd. Penso che anche finanziariamente sia stato un periodo ansioso … ma David è una persona molto ottimista.

David era molto determinato a non sentirsi dire che non ce l’avrebbe fatta“, spiega Andy Jackson. “Aveva il desiderio di continuare come una band, quindi ha dovuto farlo funzionare per forza per non dare addito a Roger di dire che non esistevano Floyd senza di lui.

Stavamo cercando di creare qualcosa che suonasse molto moderno per i tempi“, continua Jackson, “il che significa ovviamente che col passare del tempo (il disco, ndr) è finito per sembrare datato.

Come Bob Ezrin era incline a fare, all’inizio dell’album è arrivato con una pila di CD e ha detto:
Questo è ciò che sta accadendo ora“. Nell’86, il digitale era ormai in prima linea. “Brothers In Arms” dei Dire Straits era appena uscito e aveva un suono molto particolare, e quello era un “bar” a cui Bob ha detto che dovevamo mirare.”

Ci abbiamo in qualche modo messo tutto dentro il disco“, dice Mason. “C’era un senso di trepidazione su come sarebbe stato senza Roger, quindi abbiamo leggermente esagerato con il mettere carne sul fuoco in termini di musicisti. Alcuni brani sono sovraprodotti in eccesso, hanno dentro troppa roba …

Pensavo che non suonasse davvero come un disco dei Pink Floyd“, dice il bassista Guy Pratt, che si unì alla band nel 1987 per il loro tour dal vivo, “ma è stato un ottimo disco. È frutto del suo tempo: i Floyd erano adatti alla magniloquenza degli anni ’80“.

Aubrey Powell: “quando  nel 1975 valutavamo varie idee per la cover di Wish You Were Here mi ritrovai in Islanda per fare delle fotografie e mi venne l’idea di due uomini che osservano una mappa. La fotografai in bianco e nero, e aveva davvero una grande atmosfera. Non l’ha mai vista nessuno, perché l’idea dei due uomini che si stringono la mano, con uno dei due che va a fuoco, era così forte che la mia foto venne subito messa da parte. Circa 18 mesi fa pensai: “Mi piaceva quell’immagine, ma non l’ho mai usata” Ed era incredibile, pensai. Classico stile Hipgnosis. E così adesso è sulla front cover dell’album con gli highlights di Later Years. Riassume tutto: due uomini che osservano una mappa e si chiedono come proseguire. È esattamente ciò che accadde a Nick e David dopo la separazione da Roger

Andy Jackson: “Sorrow era un ibrido strano – la batteria altro non era che pad elettronici, per cui aveva qualcosa di ‘macchina’. Abbiamo cambiato i suoni per renderli più organici, ma a David piacevano i pad.Ci abbiamo inserito parti di Rick e abbiamo cambiato il basso, per cui è qualcosa di diverso rispetto all’originale“.

“Per The Later Years la scelta di includere la versione inedita live di Arnold Layne, registrata al Barbican di Londra il 10 maggio 2007 è stata praticamente ovvia.Fu l’ultima volta che i Pink Floyd hanno suonato insieme come gruppo a tre. È una chiosa perfetta, essendo quello il primo singolo dei Floyd; l’inizio e la fine contenuti in una sola canzone. Dunque, ha un significato romantico.”

Aubrey Powell: “Tempo fa abbiamo ritrovato 310 bobine a 35mm delle riprese che diventarono la vhs e il laser disc ufficiali di Delicate Sound of Thunder.Erano tutte fuori sincrono, non erano state fatte alla stessa velocità. Così abbiamo digitalizzato tutto e abbiamo avviato un processo lungo ben 14 mesi di editing del film.Abbiamo letteralmente ricostruito tutto il video del concerto da capo, rifacendo il montaggio dai master originali. Quello che vedrete sarà dunque qualcosa di completamente nuovo. Abbiamo finalmente reso giustizia alla testimonianza di quel tour, ripulendolo completamente dalla regia e dagli effetti tipici di quei periodi di fine anni ’80

Dall’articolo di Uncut sono uscite fuori anche queste rivelazioni:

Gilmour, nel mixare il nuovo “Lapse of Reason” ha definito l’album un bell’album ma ammette che uno o duo brani, dovesse inciderlo oggi, non le avrebbe più inserite e voleva per “On The Turning Away”parole particolarmente forti, con l’accenno alla necessità di protestare e vigilare contro le ingiustizie personali, politiche e sociali. Pochi mesi fa, nel guardare “il nuovo” restauro e rifacimento del video di “Delicate Sound Of Thunder” era particolarmente rilassato e divertito nel rivedere “i tempi d’oro” all’apice delle loro performance.  Per “The Division Bell” i 3 Floyd con Pratt, si ritrovarono all’Astoria nel Gennaio del 1993. Ne uscirono 60/70 demo suddivisi secondo il “metodo Ezrin”: divisi in 3 categorie (A, B, C – Acoustic, Blues, Cosmic). Il titolo originale di “Marooned” era “Cosmic 13” e le idee per i brani di “The Division Bell”, ovvero quegli spezzoni suddivisi in categorie, venivano successivamente “incollati” fra loro in più pezzi chiamati “clusters”. Da lì il titolo di “Cluster 1”. Per “Sorrow”, nel nuovo mix 2019, presenterà ancora la batteria suonata sui pad: una scelta precisa di Gilmour che su quel brano ama quel suono di pads elettronici. La “Marooned Jam” non è una demo o una versione alternativa: è un’improvvisazione vera e propria, senza pretesa di diventare un brano, che inaspettatamente poi si è trasformata in “Marooned”. Nick Mason non è d’accoro con Waters nel dire che tutta la produzione post-1983 è da buttare: anzi, è convinto che vi siano alcuni episodi dello stesso livello di bellezza dei gloriosi brani storici della band. Secondo Anthony Moore, riferendosi alla ripresa delle attività Floydiane nel 1986, il contatto iniziale avvenne per chiacchierare dei suoni e della produzione, più che dei testi. Gilmour venne probabilmente a conoscenza di Moore poichè “probabilmente fu portato alla sua attenzione che c’era un folle girovago che si occupava di film underground, colonne sonore e lavoro sperimentale con i Revox” (dichiarazione di Moore stesso).

Traduzione a cura di Cymbaline – Pink Floyd Magazine

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ROGER WATERS: “THIS IS NOT A DRILL” – IL NUOVO TOUR AMERICANO – L’INTERVISTA

Us + Them di Roger Waters, arriva al cinema nelle sale italiane il 7, 8 e 9 Ottobre, e questa è stata una buona occasione per la rivista Rolling Stone di fare una chiacchierata con Roger sul suo film, Trump, il futuro, David Gilmour.. e molto altro!

Fonte: RollingStone.it

Intervista di Kory Grow

«Sono felice che il film abbia un messaggio umano e politico», dice Waters. Durante la fase di montaggio era preoccupato che fosse troppo lungo, così ha deciso di tagliare il bis, Comfortably Numb, perché gli sembrava «un corpo estraneo attaccato al finale», e di concentrarsi sulla storia della donna al centro delle visual di The Last Refugee, una canzone di “Is This the Life We Really Want?”. «Penso che il film ne tragga beneficio», dice. Quando ha visto per la prima il girato del concerto, però, era sconvolto dalle emozioni sui volti dei fan inquadrati in primo piano. «Sono orgoglioso di loro», dice. «Sono orgoglioso di chiunque riesca a commuoversi di fronte all’idea che è giusto combattere perché gli esseri umani possano agire collettivamente e migliorare la propria vita».

Credi che il messaggio del tour sia arrivato al pubblico nella forma che pensavi?
Beh, sì. È chiaro guardando il film. C’è una donna che canta la seconda strofa di Déjà Vu – non ricordo quale verso – e a un certo punto una lacrima le scende lungo la guancia. Ho pensato: “Wow. Devo aver fatto qualcosa di giusto se questi ragazzi così giovani reagiscono alla musica scritta da un 74enne”. È commovente. Qualcosa di buono l’avrò fatto.

Il film è pieno di immagini di Trump. Non ti sei stancato di vedere la sua faccia ogni sera?
Non lo guardo granché. Ma sono contento che sia nel film. Mi piace lo zoom sul suo cazzo minuscolo (parla di un fotomontaggio, nda). Penso che sia importante far vedere Trump, è un uomo chiaramente infantile e sono sicuro che abbia un cazzo minuscolo. Comunque, è stupido sprecare fiato parlando di lui. Il problema è che ora è impegnato a cospirare per distruggere gli Stati Uniti pezzo dopo pezzo.

Quell’immagine appare durante Pigs (Three Different Ones). Che cosa significava per te quella canzone negli anni ’70 e cosa significa adesso?
Beh, nel contesto del concerto sarebbe più giusto il titolo Pigs (One). C’è solo un maiale adesso, l’orrido Trump. Ma chi erano nell’originale? Non lo so. “Big man, pig man” parla di tutti gli uomini d’affari più interessati a far soldi che a sviluppare relazioni con altri esseri umani, relazioni che potrebbero dare più soddisfazioni dell’accumulo di denaro. Quel pezzo era per Steve Schwarzman e tutti gli altri. Sono tutti uguali, nel complesso.

L’ultima strofa parla di Mary Whitehouse, una signora che voleva censurare la tv inglese e non trasmettere immagini erotiche. Il suo nome mi fa comodo, perché posso dire “Hey, Whitehouse” (Casabianca, ndt) e tutti sono convinti che stia parlando di Washington. Ed è quello che sto facendo, perché a nessuno frega più niente di Mary Whitehouse. Cercò di ripulire la tv inglese e di renderla evangelica e cristiana, e l’ha fatto con metodi che non credo siano troppo sani. Poi… di cosa parla la seconda strofa?

“Bus stop, rat bag”… inizia così.
Oh, Margaret Thatcher. Come ho fatto a dimenticarmene? La mente umana è meravigliosa, ti permette di dimenticarti di Margaret Thatcher. Fantastico.

Cosa ha ispirato il momento in cui tu e la band indossate maschere da maiali e bevete vino?
C’è una lunga sezione, in Dogs, dove canto “Dragged down by the stone”, un verso che parla di uomini disposti a distruggere qualsiasi cosa nel folle tentativo di diventare Gordon Gekko. In quel momento suonano solo Joey (Waronker, batteria) e Jon Carin (tastiere). Che dovremmo fare noialtri? Stare fermi sul palco? Meglio travestirsi da maiali e farsi servire da una pecora, bere champagne ed essere disgustosi. È nata così, un’opportunità per fare un po’ di teatro. E c’è anche un po’ di partecipazione del pubblico. Io tengo in mano un cartello che dice “Pigs Rule the World” (I maiali governano il mondo, ndt), perché la gente non vuole essere governata da questi stronzi. La maggioranza riconosce che la ripartizione della ricchezza è totalmente inaccettabile, e nessuno vuole essere comandato da oligarchi. Il sistema non funziona granché se i poveri diventano più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Dobbiamo fare qualcosa, e dobbiamo farlo il prima possibile.

Immagino sia per questo che hai usato così tante immagini da Animals, come quando la Battersea Power Station taglia in due il pubblico. Il messaggio del tour sta bene con i temi di quell’album.
Sì, è così. Quando ho immaginato la cover e sono andato a fotografare la Battersea Power Station, pensavo fosse un simbolo perfetto per una band come i Pink Floyd, perché è un luogo che genera energia, noi eravamo quattro e c’erano quattro ciminiere. Era un’immagine molto fallica e tutto il resto. Rappresentava, in un certo senso, il potere che potevamo avere come band se avessimo deciso di usarlo per qualcosa. O forse la musica non ha potere, ma non ci credo. Credo che sia una forma d’arte molto potente e che possa diventare uno strumento politico, così come una fonte d’intrattenimento per tenere buone le masse.

C’è qualcosa che non è finito nel film e che avresti voluto vedere?
Volevo fare qualcosa che parlasse degli uomini presenti agli incontri settimanali in cui Obama autorizzava gli attacchi con i droni. Gente seduta in una stanza buia che decide chi uccidere ogni settimana. È una delle cose più disgustose della politica estera americana. Beh, forse sto esagerando. Ma è spaventoso pensare a degli adulti seduti in una stanza per decidere chi uccidere – cittadini stranieri – e poi vedere morire della gente. È disgustoso oltre ogni limite. Volevo girare qualcosa che spiegasse perché, ma non abbiamo avuto tempo. Mi spiace non averlo fatto.

Che canzone avresti usato come colonna sonora?
Avrei messo il video nella seconda parte dello show. Il grosso del girato si vede durante Déjà Vu, The Last Refugee e Picture That. Forse avrei usato Dogs.

Nel film, le Lucius – le cantanti Holly Laessig e Jess Wolfe – interpretano una versione straordinaria di The Great Gig in the Sky. Hai dato loro molte indicazioni?
No, non l’ho fatto. Ne abbiamo parlato e loro si sono fatte venire un’idea. Poi l’abbiamo provata e riprovata. Come tutte le cose brillanti c’è voluto molto lavoro. Io e G.E. Smith abbiamo provato per ore con Jess e Holly, e non lo dico per togliere loro del merito. È in buona parte una loro creazione, noi abbiamo dato qualche suggerimento. Quando siamo arrivati ad Amsterdam, dove abbiamo registrato quella performance in particolare, avevano raggiunto un livello fantastico.

Ho visto molte tribute band – gli Australian Pink Floyd, i Brit Floyd e chissà quali altre – e tutte copiano Claire (Torry, la cantante originale) e la parte che ha registrato ad Abbey Road nel 1973. E va bene così, perché è una parte grandiosa, bellissima. Ma penso sia fantastico che Jess e Holly abbiano provato a interpretarla a modo loro. È anche un bel tributo a Rick (Wright), che scrisse la musica.

Un altro momento importante del film è Wish You Were Here. Che significa per te suonarla adesso?
L’ultima volta che ho cantato Wish You Were Here ero a Balsham Street, a Londra. Julian Assange era imprigionato nel carcere di Belmarsh, e sapevo che non stava bene. Nessuno sa di questa cosa perché non è stata riportata da nessun media mainstream; non un giornale o una stazione radio ha riportato che
 ho suonato in pubblico per Julian Assange. La gente mi chiede di continuo: “Perché i giornalisti non difendono Assange? Sta solo facendo il suo lavoro”. La risposta è che hanno paura di essere licenziati. Per quanto riguarda Wish You Were Here… mi è venuta in mente all’improvviso. È facile da cantare da solo con la chitarra acustica. Ne sono molto orgoglioso.

Nel film, all’inizio di Time c’è un primo piano di te mentre evochi il suono di un orologio con le corde del basso. È così che avete iniziato a scriverla? Con quel suono?
No, l’idea ci è venuta strada facendo, ci siamo detti “Ehi, usiamo il ticchettio degli orologi”. L’idea è arrivata dalla storia raccontata nella canzone. Per me è un brano molto importante. L’ho scritto quando avevo 29 anni e la parte del testo che dice “No one told you when to run / You missed the starting gun” parla proprio di quello che provavo a quell’età. Pensavo: “Vaffanculo. Sono a metà della mia vita. Mi avevano detto che mi stavo preparando per qualcosa”. A un certo punto ho capito che non avevo uno scopo. Time è una buona canzone perché descrive i sentimenti di chi, diventando adulto, si rende conto che il tempo scorre davvero veloce. È una sensazione che ti fa riflettere sulla vita, su cosa è importante e su come trarne un po’ di gioia. Ti fa pensare se sia giusto lasciare che i cani e i maiali sfruttino le nostre energie per fottere altra gente e derubarla, oppure se sia meglio accettare un fatto e cioè che se aiuti un altro essere umano la tua vita si riempirà di gioia. E agire collettivamente dà più gioia dell’egoismo. È così semplice.

Immagino che ora abbia un significato diverso per te, sono passati 50 anni da quando l’hai scritta.
Qualche ora fa ero con Sean (Evans) e parlavamo del tour della prossima estate. Gli ho detto che stavo pensando a quali canzoni suonare, e c’è questo pezzo, una demo a cui sto lavorando che si intitola Time Keeps Slipping Away. Penso a queste cose perché stiamo tutti morendo, siamo sotto l’attacco di assassini sociopatici pieni di soldi e di potere, gente che controlla i media e il sistema di propaganda, che ci mente costantemente e cerca di metterci l’uno contro l’altro così da mantenere lo status quo.

Il vero problema è che ci uccideranno tutti. Sta succedendo proprio adesso. È quel che vuole dire la ragazzina svedese, Greta Thunberg. Il tempo sta scadendo molto in fretta. Quindi diamole ancora più potere. Diamo potere ai movimenti pacifisti, a quelli ambientalisti, a chi combatte battaglie importanti e cerca di svegliare le coscienze dei morti viventi – purtroppo la maggior parte della popolazione – così che capiscano che le loro vite e le vite dei loro figli non sono minacciate, sono quasi certamente già finite.

Sono sicuro che sarai stato felice di scoprire che David Gilmour ha venduto la sua chitarra e donato i guadagni per combattere il cambiamento climatico.
Oh, che sia benedetto. Penso sia una cosa buona. Buon per lui. (Fa una pausa) Vorrei che mi lasciasse pubblicizzare il film sul sito dei Pink Floyd. Non mi è permesso. L’ha censurato, non posso usare il sito per annunciare nulla.

Quand’è l’ultima volta che avete parlato?
Abbiamo parlato a giugno. Ci siamo incontrati per discutere un grande progetto a cui avevo pensato, ma purtroppo non ne è venuto fuori nulla.

Mi spiace che sia andata così.
Lo so. Credo che tutti i fan dei Pink Floyd direbbero la stessa cosa. Tutti sperano che io e David facciamo pace, che tutto si risolva in modo splendido e commovente. Beh, non lo sarebbe per me, ho lasciato i Pink Floyd nel 1985 e l’ho fatto per una ragione. E cioè, volevo lavorare alle mie cose. Per fortuna ho avuto la possibilità di farlo. Il lavoro è di per sé una ricompensa. Sono stato felice di scoprire, nella recensione di Variety, che per qualcuno il film ha unito i puntini tra Dark Side of the Moon, Animals, Amused to Death e Is This the Life We Really Want?. È stato gratificante. Comunque, non parliamone più. Ho detto più di quanto avrei dovuto.

Prima di andare oltre ho un’altra domanda: ti ho visto suonare Set the Controls for the Heart of the Sun sul palco con Nick Mason, a New York. Cosa pensi del suo show?
I Saucerful of Secrets sono stati una sorpresa molto piacevole. Il concerto mi è piaciuto parecchio e ovviamente adoro Nick. È un vecchio amico e per fortuna ci siamo ritrovati. Ci vediamo spesso e gli voglio molto bene. Quella sera c’era un’atmosfera splendida, e non sarei potuto essere più felice di avere il permesso di tornare sul palco e cantare una delle mie canzoni con quella band. Guy Pratt è un grande cantante e chitarrista. È molto esperto perché ha lavorato per anni con Gilmour. E credo che Nick abbia suonato alla grande. Così come gli altri ragazzi, una performance splendida.

Non ti piacerebbe fare un tour più piccolo, così da suonare vecchie canzoni per chi non ha bisogno di sentire tutte le hit?
Diavolo, no. Perché dovrei? Scrivo cose nuove di continuo. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto. Il mio lavoro è pensare: “Beh, come posso rendere il rock interessante per il cinema, per un’esperienza visiva o chissà che altro?”. Questo è quello che ho fatto per gli ultimi 50 anni, esprimere me stesso. E continuerò a farlo. Non riesco a pensare a niente di meno interessante di suonare Set the Controls in un pub.

Una volta hai dichiarato: “Il concerto-spettacolo è una forma interessante perché l’ho inventata io”. Come ci sei arrivato?
Suonando in posti enormi e pensando “Cristo, che noia”. Ricordo il periodo di Dark Side of the Moon, avevamo delle luci costruite da Arthur Max, il tecnico delle luci che avevamo rubato a Bill Graham e al Fillmore East. Ha inventato lui lo schermo circolare che usavamo in quel periodo. È allora che ho pensato: “Come facciamo a riempire questi grandi spazi?” e ho iniziato a lavorare con chi produceva roba gonfiabile, a pensare alle proiezioni, ai fuochi d’artificio e tutte quelle stronzate. (Fa una pausa) Non sono stronzate, in realtà. È tutto perfettamente ragionevole.

Far volare un aereo sul pubblico, come succedeva nel tour di The Wall, è una tecnica teatrale perfettamente accettabile. Ricordo che all’epoca, nel 1979, Bono ci criticò. Gli U2 erano una piccola band, e diceva (imita l’accento irlandese): “Oh, non sopportiamo tutte quelle esagerazioni teatrali dei Pink Floyd. Noi suoniamo solo la nostra musica, ci bastano le canzoni e bla bla bla”. Davvero? Poi per il resto della loro carriera non hanno fatto altro che copiare quel che facevo io e ancora lo fanno. Gli auguro buona fortuna, certo, ma che stronzata.

Era una critica comune all’epoca?
Mi ricordo Jagger, venne a vedere i concerti di The Wall al Colosseo di Nassau alla fine del ’79. Fece un salto nel backstage per capire come fare la stessa cosa. Qualcuno gli ha indicato l’illustratore Gerald Scarfe, che era seduto sul divano a chiacchierare con Nick Mason, e gli ha detto “è con lui che dovresti parlare”. Ma Jagger non aveva capito, pensava che il responsabile fosse Nick. Si è avvicinato e gli ha detto: “Da quanto ho capito fate voi i visual e tutto il resto”. E Nick gli ha risposto: “Beh, sì. Ho fatto tutto io nel tempo libero, quando non devo studiare la batteria”. Jagger si è seduto e gli ha parlato per un po’, ha buttato mezz’ora della sua vita. Grande Nick. Che fico. E non ho niente contro Mick. Non più. Non molto. È solo un po’ troppo vecchio per me.

Visto che stiamo parlando di concerti: che cosa hai in mente per la prossima estate?
Il piano è fare 30 o 40 concerti negli Stati Uniti durante l’anno delle elezioni presidenziali, e forse qualche data a Città del Messico. Tutte le volte che passiamo in America voglio andare in Messico, perché lì il pubblico è fantastico. Amo la gente. Faremo il Canada, gli Stati Uniti e forse tre concerti in Messico. E basta. Non posso andare in giro per il mondo, non voglio. E non suonerò più all’aperto, così devo organizzare solo un tipo di spettacolo. Sarà qualcosa di nuovo, senza esclusione di colpi.

Cosa ci sarà di diverso da Us + Them?
Sarà ancora più politico, Us + Them era sia politico che umano. Qualche ora fa, io e gli altri stavamo studiando la scaletta, ascoltavamo le canzoni da suonare. Ci siamo chiesti: come dovremmo chiamare questo tour? Non dovrei dirlo già adesso, ma non me ne frega un cazzo perché probabilmente cambierà tutto… ma immagina l’elicottero che arriva prima di Happiest Days e Brick 2 – quel suono lo conosciamo tutti – e immagina un megafono. Qualcuno l’ha già usato, lo so, ma si chiamerà: This Is Not a Drill” (Questa non è un’esercitazione, ndt). Penso sia un buon titolo per uno show. Questa non è un’esercitazione. La classe dirigente ci sta uccidendo.

Fonte: RollingStone.it

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PINK FLOYD: “THE LATER YEARS 1987 – 2019” – L’INTERVISTA AL DIRETTORE CREATIVO AUBREY ‘Po’ POWELL

Come uno dei co-fondatori di Hipgnosis, il team d’arte e design dietro alcune delle copertine degli album più iconiche mai realizzate, Aubrey ‘Po’ Powell ha lavorato con una lunga lista di artisti leggendari: dai Led Zeppelin e Black Sabbath a The Police e XTC. Ma insieme al suo ex partner Storm Thorgerson, il lavoro di Powell è spesso associato ai Pink Floyd, per il quale Hipgnosis ha disegnato una serie di copertine di album per un periodo di circa 15 anni, incluso l’iconico prisma presente nel loro album del 1973 the Dark Side of the Moon.


Per celebrare l’uscita il 13 Dicembre 2019 del cofanetto “Pink Floyd: The Later Years 1987 – 2019“, Aubrey ‘Po’ Powell ha rilasciato questa intervista a HMV:

Se possiamo tornare brevemente all’inizio della tua associazione con i Pink Floyd, hai conosciuto quei ragazzi prima che facessero parte di una band, vero? Quell’amicizia ha preceduto anche Hipgnosis?

Beh, è ​​iniziato perché ero a scuola vicino a Cambridge e Roger (Waters), Syd Barrett e David Gilmour sono tutti di Cambridge. Tutti giocavamo a cricket l’uno contro l’altro, a calcio, a rugby o altro. Le relazioni si formarono e Cambridge divenne una sorta di focolaio di quella che avrei considerato all’epoca una sorta di scena bohémien. Molti dei ragazzi che ho appena citato suonavano in diverse band e tutti uscivamo insieme, e andavamo tutti a Londra all’incirca nello stesso periodo, circa ’65 o 66, credo. Syd è andato alla scuola d’arte di Camberwell, Roger è andato al college di architettura, dove ha incontrato Nick Mason, quindi quelle amicizie si sono formate e Storm e io abbiamo condiviso un appartamento a South Kensington, era al Royal College of Art e io ero alla BBC. Quindi i Pink Floyd sono partiti e ovviamente perché eravamo tutti amici eravamo soliti andare alle prime serate e uscire insieme”.

È stato così che sono diventati la tua prima commissione?

Un giorno, mentre cercavamo la copertina per il secondo album Saucerful of Secrets, eravamo tutti insieme in una stanza e dicevano: ‘Bene, che cosa facciamo? Non vogliamo seguire il percorso normale su cui tutti gli altri scendono con una fotografia della band in prima di copertina ‘, che a quei tempi le case discografiche avevano praticamente insistito. Ricordo Storm che alzava la mano e diceva “Perché non ci dai una possibilità?”. E a quel punto non eravamo nemmeno Hipgnosis, eravamo solo due ragazzi che facevano copertine di libri e fotografavano, solo per guadagnarsi da vivere, sai? Eravamo tutti molto poveri. E hanno detto ‘OK, vai avanti’. Ero molto bravo in una stanza buia e Storm aveva molte idee, e insieme quel tipo di cose si è sistemato in qualche modo. Ed era molto appropriato per i Pink Floyd, perché erano intitolati “la band psichedelica di rock spaziale di Londra”, che odiavano.”

Lo fecero?

Sì, penso che lo abbiano fatto perché non volevano essere etichettati in quel modo, ma sono stati etichettati. Roger Waters aveva sempre grandi ambizioni di diventare una pop star, voleva essere ricco, voleva essere famoso. Syd Barret no. Ma in realtà erano solo circostanze. Era il momento giusto, il posto giusto. E improvvisamente Storm e io ci ritrovammo a chiederci di fare copertine di album per altre persone, che erano The Pretty Things, Alexis Korner, Free – una nuova band giovane all’epoca che ovviamente divenne Bad Company alla fine – e improvvisamente ci ritrovammo in questo mondo di copertine di album, che è stata la cosa più lontana da entrambe le nostre menti . Nel giro di un paio d’anni, avevamo uno studio a Soho e intraprendemmo una vera e propria carriera. Supponiamo che siamo diventati uno dei principali studi d’arte all’avanguardia nella progettazione di copertine di album. E che ha funzionato per 15 anni.

Hai lavorato con loro fino agli anni ’60 e ’70, erano solo le copertine degli album o eri coinvolto anche con le loro altre immagini?

No, per niente. Abbiamo semplicemente progettato le copertine dei loro album e ci siamo imbarcati in una o due altre aree come poster e fotografie dal vivo, foto della band in tournée e cose del genere. È andato tutto bene e Dark Side of the Moon nel 1973 è stato il momento clou assoluto di quella relazione ed è probabilmente diventato una delle copertine degli album più iconiche che ci sia mai stata. Ed è ancora usata ai giorni nostri da Pink Floyd come una sorta di simbolo per se stessi . Ma pensoche il fatto sia, sebbene siano stati sempre associati a Pink Floyd per la maggior parte del tempo con quello che definirei il nostro lavoro surrealista, devo dire che il lavoro che abbiamo fatto per Houses of the Holy dei Led Zeppelin, o Peter Gabriel o Genesis, resiste alla prova del tempo tanto quanto qualsiasi altra cosa. Ai Pink Floyd è capitato di farne parte.

Dev’esserci qualcosa di speciale nel lavoro che hai fatto per Pink Floyd, considerando che sei stato amico per così tanto tempo?

La cosa più importante di tutte, penso, è che il rapporto tra me, Storm e i Pink Floyd fosse di fiducia e amicizia, ed era molto giocoso, ci si divertiva molto. Cose come Atom Heart Mother, con l’immagine della mucca. Era solo un’idea nata da un incontro, io e Storm salimmo in macchina e andammo al Potter’s Bar alla periferia di Londra, trovammo un campo pieno di mucche, le fotografammo e le riportammo indietro, e c’era questa meravigliosa foto della mucca. Ricordo di essere entrato in Abbey Road e di aver detto “che ne pensi?”, E Roger che ha detto “Ecco!”. Abbiamo detto ‘L’unica cosa è, nessun nome sulla copertina e nessun titolo.’ E tutti sono andati “ovviamente”, il che ha fatto infuriare la casa discografica e il management, ma in realtà era solo un pensiero laterale, facendo l’antitesi assoluta di ciò che ci si aspettava. Ricorderò sempre di aver camminato lungo Sunset Strip a Los Angeles e di aver visto un enorme cartellone con solo la mucca, e la gente si chiedeva cosa fosse. Era un nuovo film? Un film horror? Un nuovo libro? Poi il giorno delle uscite, hanno messo accanto “Pink Floyd, Atom Heart Mother”, e ha funzionato. Ha generato molta pubblicità e interesse, ed è esattamente ciò di cui parlavano i Pink Floyd. Erano enigmatici, venivano intervistati raramente, raramente venivano visti anche durante i loro spettacoli dal vivo. Avrebbero voltato le spalle al pubblico o si sarebbero nascosti nell’ombra di questi fantastici spettacoli di luci.

O costruendo un muro di fronte a loro …

Si Esattamente. E così quel tipo di adattamento con Pink Floyd. E non penso che sia stato necessariamente grazie a Pink Floyd, era solo il modo in cui Storm e io lavoravamo. Abbiamo sempre pensato diversamente e volevamo essere diversi, non conformarci a quella che sarebbe considerata una normale giacca da album commerciale che una casa discografica vorrebbe avere. Semplicemente non eravamo interessati, eravamo interessati all’arte, non a nient’altro davvero.

Hai lavorato con un’incredibile lista di persone oltre a Pink Floyd, forse è stato quell’atteggiamento che ha attratto così tanti di questi artisti?

Sì, penso che sia quello che era. Devi ricordare che gli album sono stati venduti in decine di milioni, quindi l’industria era piena di soldi. Quindi, come studio, se abbiamo avuto un’idea scandalosa come “Andiamo alle Hawaii e fotografiamo una pecora su un divano” – che era per 10CC – era come “Oh sì, perché no? Facciamolo.’ Se Paul McCartney dicesse “Devi essere a New York domani, puoi salire su un Concorde e sistemarlo?”, Sarebbe “Sì, ok”. Era un periodo in cui tutto era possibile. E gli artisti, a causa del loro potenziale di guadagno con gli album, avevano il controllo creativo e potevano fare quello che volevano, in pratica. E questo è stato così contagioso per noi, era una licenza per fare quello che volevamo. È stato un momento incredibilmente privilegiato, non credo che tu possa farlo ora tra un milione di anni. Prima di tutto i budget non ci sono, in secondo luogo, gli elementi visivi hanno in qualche modo preso un posto in secondo piano. Voglio dire che il CD sta scomparendo, il vinile retrò è tornato, non come era prima, ma è ancora una tela interessante. Ma i giorni di Halcyon sono passati. Quindi c’è stato un periodo di tempo, per quei 15 anni, è stata una gioia essere in giro e un privilegio lavorare per avere la fiducia di quegli artisti. Far dire a Led Zeppelin o Pink Floyd “ehi, lavora con me, inventiamo qualcosa di interessante insieme” è stato semplicemente straordinario, e per questo mi tolgo il cappello da tutti quegli artisti “.

Hai fatto il tuo ultimo lavoro per Pink Floyd con Hipgnosis nei primi anni ’80 – è stato motivato dal desiderio di passare al cinema e altre cose? Cosa ha spinto il cambiamento?

Beh, la scritta era sul muro. Il punk era arrivato. L’industria era un po’ in difficoltà, avevano speso enormi somme di denaro e quando arrivava il punk tutto veniva fatto con pochi soldi. E penso che quelle indulgenze del prog-rock siano state messe da parte, non è stata considerata la cosa giusta da fare. MTV era iniziato, volevamo fare film, così siamo usciti dalle copertine degli album e siamo entrati in film in movimento. E, naturalmente, quello era l’apogeo del video musicale, che era anche incredibile. E abbiamo portato tutti i nostri clienti con noi. È stato meraviglioso. Ma poi Storm e io siamo usciti, molto male, e abbiamo lasciato la compagnia.

Quindi c’è un divario di oltre 30 anni prima che tu iniziassi a ricominciare a lavorare con Pink Floyd: come è avvenuta quella riconnessione?

È tornato a fare le copertine degli album, ha continuato e ha lavorato con Pink Floyd, e io no. Ho formato una compagnia cinematografica e ho avuto un grande successo in quel mondo, fino alla morte di Storm nel 2013. A quel punto non avevo lavorato con i Pink Floyd per un certo numero di anni, ma penso che ci fosse un incontro prima che morisse con Nick Mason e David Gilmour per parlare di quello che sarebbe successo. Storm disse: “Perché non lasci che Po prenda il controllo?” E non volevo davvero farlo, a dire il vero.

Oh no?

Non proprio, avevo la mia carriera e mi sentivo come se stessi andando leggermente indietro. Ma ho detto “OK, noi ti concediamo un anno, guarda come si espande”. E sono passati sei anni, lavorando come direttore creativo. E ragazzo, mi sono divertito molto a farlo. Una delle cose a cui è tornato in mente è che ho suggerito di fare una mostra dei Pink Floyd, che era al V&A, Their Mortal Remains. Sono stato direttore creativo per questo ed è stato così interessante, sono stati tre anni della mia vita a mettere tutto insieme e ha avuto un enorme successo. E ho sentito che in realtà, ricollegandomi ai Pink Floyd in quel modo, avevo fatto un buon lavoro per loro e per me. Mi è piaciuto e mi piace ancora lavorare con loro, è molto divertente.

Non sei stato coinvolto inizialmente per l’anniversario di The Division Bell?

Beh, sì, c’erano varie cose. E penso che l’altra cosa che ha cementato l’accordo, in un certo senso, sono state le mie relazioni con David Gilmour e Roger Waters. Penso che sia abbastanza noto che non vanno esattamente d’accordo, e poiché li conosco tutti da quando avevo 15 anni, in qualche modo sono stato in grado di passare dall’uno all’altro e discutere idee e aiutare con diplomazia nel tentativo di ricollegare elementi dei Pink Floyd che potrebbero andare avanti. La mostra è stata un perfetto esempio di ciò, ottenendo l’approvazione da parte di tutti e tre i membri di Pink Floyd, e senza di ciò, non sarebbe mai successo. Quindi mi sono trovato in una posizione costruttiva oltre che creativa. Ha funzionato piuttosto bene per tutti noi, immagino.

Qual è stato il tuo coinvolgimento con il cofanetto The Later Years?

Coinvolgimento totale, fin dall’inizio. È il mio lavoro. In precedenza avevamo realizzato un cofanetto chiamato The Early Years. Quindi l’idea era un’altra su quegli anni successivi, che sono principalmente album come A Momentary Lapse of Reason, The Division Bell, the Pulse tours, tutto quel genere di cose. E c’era un sacco di materiale inedito in precedenza, roba che non è mai stata ascoltata, materiale per le prove, film che non sono stati pubblicati da nessuna parte, che nessuno ha mai visto prima. Quando ti viene presentato un menu di cose e qualcuno dice “OK, dobbiamo avere un’idea di come esattamente questo viene compilato e messo insieme”, è esattamente quello che mi piace di più “. La prima cosa che dovevamo fare era trovare un’idea per la copertina dell’album. Ora, come direttore creativo, quello che mi piace fare non è fare tutto da solo, perché penso che ci siano così tante altre persone di talento là fuori con contributi da dare. Quindi quello che faccio con i Pink Floyd in questi giorni, e quello che ho fatto dal 2013, è andare da persone che penso siano aspiranti o interessanti e dire “OK, ecco un progetto, ti viene in mente un’idea”. Una di quelle persone era Michael Johnson, dello studio di design di Johnson Banks, e hanno inventato un sacco di proposte interessanti.

Quindi proponi il meglio di questi alla band da solo?

Li ho mostrati a David Gilmour e Nick Mason singolarmente ed entrambi hanno concordato qualcosa, che era la cosa che volevo davvero. È questo paesaggio con dentro un bambino piccolo e la piegatura dei lampioni mentre il bambino cammina lungo la strada. È leggermente fantascientifico e ultraterreno, e suppongo sia una metafora del potere, che è ciò di cui parlano i Pink Floyd. E penso che il simbolo di un bambino piccolo che cammina in lontananza in un paesaggio straordinario sia anche qualcosa a che fare con questa idea degli anni successivi, perché tutti noi – e includo me e Pink Floyd in questo – siamo tutti coinvolti gli anni autunnali delle nostre vite, quindi è stata una metafora importante da realizzare, visivamente, penso.

Come una specie di “cavalcata verso il tramonto”?

Beh, non esattamente, si chiama The Later Years ma sono sicuro che David e Nick andranno avanti. Nick è là fuori con la sua band Saucerful of Secrets in questo momento, David ha ancora un sacco di canzoni sotto la cintura e sono sicuro che ci saranno altre cose a venire. Se guardi The Division Bell, penso che sia stato l’album più venduto per i Pink Floyd da Dark Side of the Moon. Quando Roger Waters lasciò nel 1987 un nuovo ciclo dei Pink Floyd emerse da quello, che ha avuto un successo fenomenale, quindi penso che fosse importante giustificare quel periodo di tempo. Ci sono state tre specie di epoche di Pink Floyd, una con Syd Barrett, una quando David Gilmour si è unito e poi la parte successiva con solo Nick e David. Quindi penso che sia stato importante celebrare questi grandi album che David e Nick hanno realizzato insieme, ed è quello che abbiamo fatto con il cofanetto.

Abbiamo visto che c’è molto materiale audiovisivo inedito nel nuovo cofanetto, puoi parlarci di questo?

Bene, una delle cose, ad esempio, è il concerto Pulse. Con la tecnologia ora ci aspettiamo la massima qualità. Voglio dire, se devo filmare qualcosa ora lo girerò in 8K. Certo, è sorprendente come la tecnologia sia cambiata negli ultimi 30 anni e, poiché la versione più recente dei Pink Floyd è stata là fuori, è cambiata radicalmente. Ma quando torni negli archivi, cosa che ho fatto di recente e guardato tutto ciò che potremmo trovare, guardi un film come Pulse che è stato rilasciato 20 anni fa su DVD e probabilmente VHS,torni ai master originali e c’è così tanto che puoi fare, è stato tutto girato su Beta SP, che è un formato che vorrei paragonare alla radio a vapore. Ma in questi giorni ci sono modi di manipolazione e restauro digitale che può portare qualcosa a sembrare dannatamente buono. Quindi questa è una cosa che ho fatto e sembra piuttosto sorprendente, e ovviamente, perché David aveva tutti i nastri originali che siamo riusciti a ri-mixare il suono. suona alla grande.

Cos’altro possiamo aspettarci dal nuovo set in termini di elementi visivi?

Penso che la parte più interessante del pacchetto, per me, sia stata la ricerca di 350 bobine contenenti il ​​film Delicate Sound of Thunder. Ciò che è incredibile è stato il fatto che tutto quel film era in condizioni incredibilmente buone. Ho ripristinato digitalmente l’intero lotto, abbiamo eseguito l’upgrade a 4K – e in alcuni casi 6K – e in precedenza era stato un po ‘messo insieme. Mi sono reso conto che Wayne Isham, che era il regista originale del film, aveva girato tutto su 35mm e aveva avuto un lavoro terribile cercando di mettere insieme il suo film. I Pink Floyd non sono mai facili da filmare nel migliore dei casi, a causa della natura dei concerti. Aveva creato questo miscuglio di immagini che erano tutte sovrapposte l’una all’altra e non riuscivo davvero a capire perché avesse fatto, ma poi l’ho fatto, perché in pratica è stato girato in modo piuttosto sgangherato. Non deliberatamente, era solo la natura di come hai girato i film in quei giorni. Non c’era la raffinatezza e la comunicazione che abbiamo girato concerti dal vivo ora “.

Allora cosa hai fatto?

Ho preso tutto questo film, l’ho restaurato e rieditato. Ci sono voluti 16 mesi per farlo, e lo abbiamo portato al più incredibile concerto di due ore di film assolutamente bello, sembra incredibile. David ha ri-riprodotto il suono e ha remixato tutto, e il risultato è semplicemente spettacolare. Ed è l’unico film di concerti dei Pink Floyd, a parte Live at Pompeii. A parte questo, non esiste nessun altro film dal vivo di tutta la band dei Pink Floyd. Hanno filmato The Wall, ma non con successo, non sembrava molto bello, quindi non l’hanno mai pubblicato. Ci sono stati singoli film dei tour di David Gilmour e singoli film dei tour di Roger, ma non c’è mai stato un film live dei Pink Floyd che potresti vedere in un cinema. Questo sembra fantastico, è bellissimo, è assolutamente incredibile.

Ci sono piani per farlo? Mostrarlo nei cinema?

L’abbiamo mostrato un paio di volte in un cinema per noi stessi, solo per assicurarci che funzioni! Penso che ci siano piani in corso per proiettarlo, ma non lo so, non posso dire altro perché nessuno è ancora d’accordo, ma sono sicuro che ne verrà fuori qualcosa.

E l’altro materiale inedito che hai citato?

Ci sono registrazioni di prove di the Division Bell che non sono mai state ascoltate, c’è un grande libro illustrato con molte fotografie che non sono mai state viste prima, così come i disegni e le illustrazioni di alcune scenografie. In un certo senso, ho avuto la fortuna di aver realizzato la mostra Thei Mortal Remains, perché da lì ho scoperto un sacco di cose negli archivi che non erano mai state viste prima. Quindi è un culmine anche di questo, ma penso che come box-set abbia davvero qualcosa dei Pink Floyd che non è mai stato visto prima, è la raccolta di un sacco di frammenti, e nessuno di questi sta raschiando il barile, è tutto di ottima qualità e davvero meraviglioso.

Sembra proprio il tesoro …

È esattamente quello che è! Hai colpito l’unghia alla testa, è un tesoro di pezzi che penso che piacerà a chiunque sia un fan dei Pink Floyd, ma anche chiunque venga presentato ai Pink Floyd per la prima volta troverà alcuni pezzi affascinanti in là.

Intervista originale:

www.hmv.com

Shine On!

NICK MASON “DIO DEL PROG”: L’INTERVISTA

Nick Mason è stato da poco incoronato Prog God ai Progressive Music Awards 2019.
E il batterista dei Pink Floyd non ha perso tempo ad annunciare che nel 2020 tornerà in tournée con i suoi Saucerful Of Secrets nel Regno Unito e in Irlanda, rilasciando una bellissima intervista a www.eonmusic.co.uk

Le date annunciate fino ad ora:

29 Apr 2020: Dublin Convention Centre, Ireland
1 Mag 2020: York Barbican, UK
2 Mag 2020 2020: Leicester De Montfort Hall, UK
4 Mag 2020: Southampton Mayflower, UK
5 Mag 2020: Cardiff St David’s Hall, UK
7 Mag 2020: London Royal Albert Hall, UK
8 Mag 2020: Liverpool Philharmonic, UK
9 Mag 2020: Sheffield City Hall, UK
11 Mag 2020: Birmingham Symphony Hall, UK
12 Mag 2020: Bath Forum, UK
14 Mag 2020: Gateshead Sage, UK
15 Mag 2020: Manchester Apollo, UK
16 Mag 2020: Edinburgh Usher Hall, UK

www.thesaucerfulofsecrets.com


L’intervista 

Traduzione a cura di cymbaline pinkfloyd fanclub

L’uomo dietro la batteria di una delle band di maggior successo di tutti i tempi, Nick Mason ha guadagnato il suo posto nella storia della musica. Uno degli unici due ad aver suonato in ogni versione dei Pink Floyd (l’altro è il tastierista Richard Wright), Nick ha un posto unico nella lunga storia della band. Con 250 milioni di album venduti, una molteplicità di premi e l’induzione nella Rock and Roll Hall of Fame, il batterista non ha altro da conquistare. Adesso, impegnato con i suoi Saucerful of Secrets, è stato appena incoronato “Prog God” 2019 ai Progressive Music Awards. Abbiamo incontrato Nick durante la cerimonia a Londra, per una chiacchierata sulla sua carriera. Oscurato dalle nuvole.
di Eamon O’Neill e Neil Jones

Ora sei un Dio del Prog, Nick Mason, come ti senti?
Non è così diverso da come mi sentivo prima di oggi, ma è una cosa carina.

Prima della proclamazione, il breve filmato che ha mostrato in sintesi la tua carriera ti ha suscitato molti ricordi.
Bè, la mia carriera è stata molto intensa, sicuramente negli ultimi dieci, venti anni. Avendo fatto la mostra al Victorias & Albert Museum (“Their Mortal Remains”, ndr), ho trascorso più o meno un anno e mezzo a lavorare su tutta quella storia antica. Ho dovuo riconoscere tutte le clip, la loro provenienza, chi c’èra dentro e così via.

Ci sono stati tantissimi momenti decisivi nella carriera dei Pink Floyd, compreso il ritorno della band nel 1987 con “A Momentary Lapse of Reason”; è stato un momento difficile, per te, rilanciare la band senza Roger Waters?
Sì, lo fu, ma volemmo farlo e trovammo il modo. In un certo senso, il fatto che Roger sostenesse che non avremmo dovuto continuare senza di lui, fu una spinta incredibile a farlo davvero. Quindi, sì, a volte eravamo in allarme, non sapevamo se piacesse o no al pubblico.

Quanto è stato soddisfacente tornare sul palco con la tua band dei Saucerful of Secrets?
Oh, assolutamente fantastico, perché per venti anni ho fatto qualcosa di tanto in tanto, ma non con la reale intenzione di sviluppare precisamente un progetto. E dal punto di vista del suonare, fare un Live 8 ogni cinque anni non è abbastanza!

Quando lasciasti il palco del Live 8, hai pensato, nel profondo del cuore, che ce ne sarebbe stato un altro?
Non proprio, perché non si sa mai che cosa può succedere. Pensai che se ne potessero fare di cose di quel genere perché il Live 8 indicò che era davvero un buon modo per aumentare la consapevolezza e fare soldi, e ritenevo che forse ci sarebbe stato chi avrebbe cominciato ad organizzare eventi del genere. Ma il guaio è che è molto complicato e difficile da organizzare quel genere di cose e non è successo come pensavo.

Dato che Richard Wright non c’è più, pensi che il Live 8 sia stato il modo giusto di porre fine alle cose per i Pink Floyd, con voi quattro sul palco un’ultima volta?
Sì, ho sempre detto che, in qualche modo, è stato uno dei migliori concerti che abbiamo mai fatto; siccome si sapeva che c’era una sorta di guerra in corso [tra Roger Waters e David Gilmour], tutti dicevano “Il fatto che si siano ritrovati è più importante delle differenze di opinione, della band, della musica o di qualunque altra cosa”. E penso che sia stata una specie di adorabile esempio di crescita.

Roger è venuto a suonare con i Saucerful of Secrets a New York all’inizio di quest’anno; com’è andata?
Bello. Sì, è stato fantastico; è stato divertente; è stato come avere un vecchio amico sul palco, e sì, mi è piaciuto.

Nel corso degli anni hai fatto alcune fantastiche affermazioni; quando ti è stato chiesto che cosa pensassi di “Dark Side of the Moon” hai detto: “Bè, penso che il drumming sia eccellente”!
Bè, sapevamo che era un buon disco, ma ciò non significava che avrebbe venduto come poi è stato. A parte gli scherzi, penso che ebbe successo grazie ai testi, grazie al missaggio, grazie ad Abbey Road [studi di registrazione], grazie al lavoro di Hipgnosis [designer della copertina]. Grazie al lavoro di Bhaskar Menon, che diventò il presidente della Capitol [Record, la casa discografica]. Per avere successo, quale che sia la qualità del disco, c’è bisogno anche di gente come lui che curi le carte. C’è bisogno della casa discografica che dev’essere davvero intelligente; cè bisogno della grafica; c’è bisogno della musica; c’è bisogno della tecnologia; ci vogliono almeno cinque grandi cose.

Durante la lunga carriera dei Floyd, c’è stato un momento in cui hai pensato: “Questo è il momento più significativo per me”?
No, perché penso che in più di cinquant’anni, ci sono stati troppi periodi diversi. Quindi forse ho un’istantanea del primo anno, quando giravamo col furgone fino in Scozia e ritorno. C’è un’altra istantanea di quando noi eravamo in studio mentre i Beatles erano in fondo al corridoio. E poi “Dark Side” o [Live at] “Pompei”; ci sono un sacco di diverse istantanee e non è che una sia migliore o più importante dell’altra; è l’album di famiglia, è la storia.

Da batterista, ammetti che “Another Brick in the Wall Part 2” è in effetti una canzone da discoteca?
Oh, dio sì! È così che è stato progettato. Lo è; Bob Ezrin [produttore] era molto, molto preciso su come dovesse essere il tempo, ed era di 118 battute al minuto.

Hai menzionato la mostra “Their Mortal Remains”, che attualmente sta girando il mondo; com’è vedere le tue cose in un museo?
Bè, è per questo che è così bello avere i Saucers, perché, in realtà, vederti in un museo è interessante, ma dopo un po’ inizi a pensare: “Non volevo essere affatto un pezzo da museo; piuttosto vorrei essere una pop star! “

Che cosa succederà ai Saucerful of Secrets; progetti lontani?
Per l’anno prossimo. Intendiamo tornare di nuovo in tour e speriamo in tutto il mondo.

Quanto è importante per te rendere omaggio a Syd Barrett?
Oh, è molto importante, perché quello che tendo a dire è che senza Syd non saremmo esistiti. Non avremmo mai decollato o se pure fossimo decollati, saremmo decollato in modo diverso. Nel filmato [trasmesso al Prog Award] suoniamo “Astronomy Domine” e David, in realtà, non canta; imita la versione di Syd. Quindi è stata una transizione abbastanza difficile, davvero.

Shine On!